Il collasso umanitario della Striscia di Gaza

14 Gennaio 2009

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Rapporto aggiornato al 14 gennaio, a cura di Adalah — The Legal Center for Arab Minority Rights in Israel, Amnesty International Israel Section, Bimkom — Planners for Planning Rights, B’tselem — The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories, Gisha — Legal Center for Freedom of Movement, Hamoked — Center for Defence of the Individual, Physicians for Human Rights – Israel Public Committee Against Torture in Israel e Yesh Din — Volunteers for Human Rights.

Introduzione

Questo documento è aggiornato al 14 gennaio, diciannovesimo giorno della campagna militare israeliana nella Striscia di Gaza.

La dimensione del collasso umanitario della Striscia di Gaza è in crescita. Molti feriti non stanno ricevendo alcuna cura medica, il loro trasferimento verso gli ospedali è impedito, i team medici vengono attaccati mentre cercano di portare soccorsi e il sistema sanitario, in particolare gli ospedali, è al collasso. Le infrastrutture elettriche, idriche e fognarie sono in uno stato di parziale crollo, che impedisce alla popolazione di Gaza l’accesso all’acqua potabile e la espone al rischio di infezioni contagiose con le acque reflue che invadono i centri abitati.

Danni al sistema sanitario e impedimenti all’evacuazione dei feriti

Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato sei casi in cui i soldati israeliani hanno aperto il fuoco contro team di operatori sanitari; 12 operatori sanitari sono stati uccisi e 17 feriti.

Sono stati documentati almeno 15 casi di attacchi contro strutture mediche, tra cui un deposito di forniture medicinali, tre cliniche mobili, un centro di salute mentale, le mura e le finestre di tre ospedali pubblici e numerosi veicoli di soccorso. Attacchi diretti hanno colpito l’ospedale europeo e quello di Dura, una struttura dell’UNRWA e la clinica Safha al-Harazin a Shuja’iya.

I ritardi nel coordinamento tra l’esercito israeliano e i team sanitari oscillano tra le 2 e le 10 ore. Nella maggior parte dei casi, l’esercito non risponde affatto alle richieste. Le organizzazioni per i diritti umani sono a conoscenza di casi relativi a oltre 100 civili intrappolati per più di 24 ore, compresi decine di feriti, senza alcuna assistenza medica e, in alcuni casi, senza cibo né acqua. Una famiglia di 21 persone (compresi sei feriti) ha atteso sette giorni che l’esercito autorizzasse la Croce rossa a evacuarla. Due famiglie hanno atteso oltre 36 ore.

Il sistema sanitario di Gaza è al collasso totale dopo più di un anno e mezzo di blocco continuo: si evidenziano una grave mancanza di strumenti e medicine, la carenza di personale qualificato e l’assenza di competenze ed esperienze professionali per trattare i casi più gravi. Secondo il ministero della Salute palestinese, gli strumenti, le attrezzature e i medicinali di cui Israele ha permesso l’ingresso nella Striscia di Gaza coprono solo il 30 per cento delle effettive necessità.

Nella Striscia di Gaza vi sono 2050 posti letto (1500 negli ospedali pubblici e 550 nelle cliniche private). L’unità di terapia intensiva dell’ospedale di Shifa è passata da 12 a 30 letti. Dal 1° gennaio l’unità è al completo, nonostante dal 6 gennaio ogni giorno siano stati trasferiti cinque pazienti in Egitto. Il trattamento dei degenti cronici, compresi i malati di cancro, quelli affetti da epatite e quelli in dialisi, è stato sospeso quasi completamente a causa della mancanza di posti letto e di medici disponibili.

Dal 27 dicembre 2008, è stato sollecitato il trasferimento in ospedali fuori dalla Striscia di Gaza di 850 pazienti cronici e centinaia di feriti. Solo tre feriti e poche decine di degenti sono stati trasferiti in Israele, 250 sono stati evacuati in Egitto attraverso il valico di Rafah. Dal 6 gennaio, nessun altro paziente è stato trasferito in Israele per ricevere cure mediche.

Dal 3 al 10 gennaio l’ospedale di Shifa e gli altri ospedali pubblici di Gaza hanno operato senza fornitura di elettricità, ricorrendo a generatori. Dal 10 gennaio l’ospedale di Shifa ha ricevuto forniture di elettricità per 8 – 12 ore al giorno. In media, nel mese di gennaio, gli altri ospedali della Striscia di Gaza hanno ricevuto elettricità per 4 – 8 ore al giorno, ricorrendo per il restante tempo ai generatori. In un caso, l’ospedale Al-Quds è rimasto senza alcuna fornitura di elettricità e a seguito della rottura del generatore le macchine salva-vita si sono fermate del tutto.

Pazienti curati nelle case sono esposti a rischi maggiori a causa della mancanza di elettricità, che impedisce l’uso regolare dei macchinari a corrente elettrica.

Attacchi alle infrastrutture elettriche, idriche e fognarie

Le linee elettriche, le pompe dell’acqua, i sistemi di fognatura e quelli di raccolta e trattamento dei rifiuti sono stati danneggiati dai bombardamenti. I combattimenti ancora in corso nella Striscia di Gaza impediscono gran parte delle riparazioni, data la mancanza di condizioni di sicurezza concordate con l’esercito israeliano. Lo stesso vale per il trasporto del carburante. In assenza di energia elettrica, è impossibile pompare l’acqua e trattare i rifiuti.

Nei 14 mesi che hanno preceduto la sua campagna militare, Israele ha impedito la fornitura di prodotti vitali, svuotando la Striscia di Gaza di carburante, cibo, medicine e pezzi di ricambio che oggi sarebbero necessari per fronteggiare le conseguenze dei combattimenti. Si registra una grave carenza di carburante necessario per far funzionare le centrali elettriche così come i generatori. Analoga carenza si evidenzia per quanto riguarda i pezzi di ricambio e gli strumenti necessari per effettuare riparazioni e manutenzione.

Oltre mezzo milione di persone è completamente tagliato fuori dall’accesso all’acqua potabile, soprattutto a Gaza City e in altre zone del nord della Striscia di Gaza, a causa dei danni provocati dai bombardamenti e dell’impossibilità di procedere a riparazioni in assenza di condizioni di sicurezza coordinate con i militari israeliani e della mancanza di pezzi di ricambio. A Beit Hanoun, Beit Lahiya, Jabaliya e in alcune zone di Gaza City i sistemi di fognatura non funzionano affatto. Dal 3 gennaio è impossibile intervenire sulle fognature di Beit Hanoun, colpite dai bombardamenti col risultato che le acque di scolo hanno refluito in tutta la zona.

Israele sta impedendo ai tecnici dell’Autorità dell’acqua di raggiungere l’impianto per il trattamento delle acque di scolo di Gaza City. Dal 3 gennaio i liquidi continuano ad affluire verso l’impianto che però non viene svuotato per l’assenza di personale che possa farlo funzionare. Il 10 gennaio uno dei principali contenitori di acque di scolo è stato bombardato, col risultato che le acque hanno invaso la zona.

Israele sta impedendo altresì l’accesso all’impianto di Beit Lahiya, dove c’è il rischio di fuoriuscita delle acque. Nonostante le organizzazioni internazionali avessero chiesto di non colpire quest’area, il 10 gennaio è stata nuovamente bombardata. Se vi sarà la fuoriuscita prevista, saranno a rischio la salute e la stessa vita di circa 10.000 persone.

L’Autorità dell’acqua della Striscia di Gaza ha bisogno di materiali che stanno scarseggiando, come cloro, tubi, valvole ecc. Molti di essi sono stati ordinati mesi fa, ma il loro ingresso non è stato ancora autorizzato.

Per quanto riguarda la corrente elettrica, almeno un quarto del milione di residenti di Gaza City vive senza elettricità da 18 giorni. In qualunque momento del giorno, fino a un milione di persone rimangono senza luce e questo rende difficile fare rifornimento di acqua, usare apparecchiature mediche, conservare e congelare cibi e riscaldare le abitazioni.

Sei delle due linee ad alto voltaggio, che forniscono energia elettrica da Israele e dall’Egitto, non sono funzionanti a causa dei bombardamenti subiti. Dal 10 gennaio la centrale elettrica di Gaza lavora solo al 38 per cento della sua capacità, producendo solo 30 megawatt al giorno. Di conseguenza, la Striscia di Gaza sta ricevendo solo il 48 per cento dell’elettricità necessaria. Si stima, peraltro, che a causa delle interruzioni sulla linea elettrica, la fornitura che arriva a destinazione sia ancora inferiore.

La quantità di gasolio industriale disponibile presso la centrale elettrica ammonta a 500.000 litri, necessari per far muovere tre turbine al massimo per un giorno. Altri 369.000 litri sono stati trasferiti verso il lato palestinese del terminale di Nahal Oz, ma non possono giungere alla centrale elettrica per mancanza di sicurezza.

La notte tra il 12 e il 13 gennaio, l’esercito israeliano ha bombardato i magazzini della Compagnia elettrica di Gaza, causando enormi danni ai trasformatori, ai cavi, a strumenti di disconnessione a basso voltaggio e a ulteriore attrezzatura. Israele aveva autorizzato l’ingresso di questo materiale e di pezzi di ricambio solo quattro giorni prima, dopo averlo negato per mesi.

Un collasso umanitario prevedibile

Negli ultimi 14 mesi Israele ha deliberatamente e significativamente limitato l’ingresso di carburante nella Striscia di Gaza, nell’ambito della decisione presa dal governo il 19 settembre 2007 che autorizzava misure punitive contro i residenti di Gaza. Anziché dare seguito al suo dovere di fornire alla popolazione i necessari prodotti umanitari prima dell’avvio della campagna militare, Israele ha privato la Striscia di Gaza del carburante, del cibo e delle attrezzature necessarie ad affrontare le gravi conseguenze dei combattimenti.

Nei due mesi precedenti la campagna militare, Israele ha rafforzato la chiusura dei varchi e ha privato deliberatamente la Striscia di Gaza del diesel industriale necessario a produrre elettricità, impedendo il suo trasferimento attraverso il terminale di Nahal Oz. In quei due mesi, Israele ha consentito il passaggio solo del 18 per cento del carburante necessario a far funzionare la centrale elettrica di Gaza, che costituisce solo il 28 per cento della quantità di diesel industriale che la Corte suprema aveva ordinato di fornire.

Da oltre tre mesi Israele impedisce la fornitura dei pezzi di ricambio richiesti dalla Compagnia di distribuzione elettrica per portare avanti le sue attività ordinarie. Nel momento in cui viene redatto questo documento, pezzi di ricambio sono bloccati al varco di Karni e al porto di Ashdod.

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