Il coordinatore del movimento Bds nei Territori palestinesi occupati dev'essere rilasciato - Amnesty International Italia

Il coordinatore del movimento Bds nei Territori palestinesi occupati dev’essere rilasciato

10 Agosto 2020

Tempo di lettura stimato: 7'

Amnesty International ha chiesto alle autorità israeliane il rilascio immediato e incondizionato del difensore dei diritti umani palestinese Mahmood Nawajaa, 34 anni, coordinatore del movimento Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds) nei Territori palestinesi occupati.

Secondo Amnesty International, Nawajaa è un prigioniero di coscienza, detenuto solo per aver esercitato i suoi diritti alla libertà di espressione e di associazione. La sua detenzione è arbitraria.

Najawaa deve poter essere in grado di esercitare i suoi diritti alla libertà di espressione e di associazione senza timore di rappresaglie.

Nawajaa è stato arrestato il 30 luglio. Intorno alle 3.30 di notte, le forze israeliane hanno fatto irruzione nella sua abitazione, nella città di Ramallah. Secondo quanto ha dichiarato sua moglie, Ruba Alayan, i militari non hanno mostrato alcun mandato d’arresto e non hanno spiegato né perché lo stessero arrestando né dove lo avrebbero portato. In un video, girato dalla moglie, si vede Nawajaa portato via, bendato e ammanettato, da una ventina di soldati.

Nawajaa è stato consegnato alla prigione di Kishon, conosciuta anche come al-Jalama, nella città di Haifa. Amnesty International ha sottolineato che si è trattato di una violazione del diritto internazionale umanitario, che vieta il trasferimento di detenuti da un territorio occupato a quello della potenza occupante.

Secondo l’avvocato messo a disposizione dall’Ong palestinese “Addameer” per i diritti umani e il sostegno ai prigionieri, i Servizi israeliani per la sicurezza interna sostengono che Nawajaa appartenga a un’organizzazione “illegale” cui fornisce anche servizi. Alla data odierna, tuttavia, non è stata formalizzata alcuna accusa nei suoi confronti.

Il 2 agosto il tribunale militare della Samaria ha ordinato 15 giorni di detenzione, poi ridotti a otto a seguito del ricorso dell’avvocato di Nawajaa. Il 9 agosto sono stati disposti altri otto giorni di detenzione.

Nawajaa lavora per il Bds dal 2014. Il movimento è nato nel 2005 con l’obiettivo di “porre fine al sostegno internazionale all’oppressione israeliana dei palestinesi” attraverso metodi non violenti. Da allora ha lanciato molte campagne per chiedere agli attori globali di premere su Israele perché rispetti i suoi obblighi internazionali. La più recente chiede sanzioni mirate come reazione al piano israeliano di annettere ulteriori territori della Cisgiordania occupata, un’altra violazione del diritto internazionale dopo decenni di sistematiche violazioni dei diritti umani dei palestinesi.

Il consenso sempre più ampio ricevuto a livello globale e i crescenti successi del Bds hanno suscitato una risposta molto dura da parte di Israele. Nel 2011 è entrata in vigore una legge che criminalizza gli appelli al boicottaggio contro Israele, inclusi gli insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata.

Nel 2015 il Bds è stato dichiarato “minaccia strategica”. Il suo co-fondatore, Omar Barghouti si è visto minacciare da funzionari israeliani, revocare la residenza permanente in Israele e privare del diritto di viaggiare liberamente.

Nel 2017 le autorità israeliane hanno emendato la Legge sull’ingresso in Israele, che da allora vieta l’accesso a Israele e ai Territori palestinesi occupati a chiunque lavori per / fornisca sostegno a un’organizzazione che promuove il boicottaggio di Israele o di entità israeliane, compresi gli insediamenti. Sono stati colpiti dal provvedimento difensori dei diritti umani, studenti, avvocati e altri professionisti.

Il tutto in un contesto segnato da azioni intimidatorie da parte del governo israeliano che rendono sempre più pericoloso il lavoro dei difensori dei diritti umani e di altre persone che criticano la perdurante occupazione militare.

Salvo alcune dichiarazioni di condanna da parte dei governi di stati membri dell’Unione europea, la comunità internazionale non esercita pressioni concrete per spingere Israele a porre fine alle violazioni dei diritti umani. In questo modo, le autorità israeliane si sentono libere di andare avanti.

Il Bds è al centro di atti politici ostili in diversi paesi. Leggi che criminalizzano il movimento sono state adottate o sono in discussione in diversi stati degli Usa. Nel maggio 2019 il parlamento della Germania ha approvato una mozione che descrive il Bds come un movimento antisemita e una mozione di contenuto simile è stata adottata dal parlamento dell’Austria nel febbraio 2020. Nel dicembre 2019 il governo del Regno Unito ha annunciato misure che avrebbero criminalizzato o limitato le attività del Bds.

Tuttavia, l’11 giugno 2020 la Corte europea dei diritti umani ha stabilito che la condanna di 11 attivisti francesi che avevano organizzato iniziative per promuovere il boicottaggio di merci israeliane aveva violato il loro diritto alla libertà d’espressione.

Tra settembre e marzo 2010 gli 11 attivisti avevano distribuito volantini all’interno di un ipermercato, invitando al boicottaggio dei prodotti israeliani a causa delle violazioni dei diritti umani commesse da Israele nei Territori palestinesi occupati. Erano stati processati per “incitamento alla discriminazione” e condannati a una multa di 1.000 euro per il reato in sé e a 7.000 euro per danni. La Cassazione aveva confermato le condanne nel 2015.

Amnesty International non prende posizione sui boicottaggi, non ne ha mai chiesti né appoggiati. Sta ai singoli individui e gruppi decidere quali strategie pacifiche adottare per chiedere il rispetto dei diritti umani.

Invocare il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni è comunque una forma di sensibilizzazione e di libertà d’espressione che va protetta. A coloro che fanno campagne per il boicottaggio dovrebbe essere permesso di esprimere liberamente i loro punti di vista e di portare avanti le loro iniziative senza subire intimidazioni, minacce di procedimenti giudiziari, criminalizzazione o altre misure che violano il diritto alla libertà d’espressione.