Il fiume di sangue di Aleppo - Amnesty International Italia

Il fiume di sangue di Aleppo

11 marzo 2013

Tempo di lettura stimato: 8'

(11 marzo 2013)

di Donatella Rovera, senior crisis response adviser del Segretariato internazionale di Amnesty International, in uno speciale per la Cnn World
Articolo originale online ‘Aleppo’s river of death

Il fiume di sangue di Aleppo

Il fiume Kweik, ad Aleppo, continua a lavare i corpi di uomini e ragazzi che sono stati colpiti alla testa da distanza ravvicinata. Alcuni hanno le mani legate dietro la schiena, altri presentano segni che fanno pensare alla tortura.

Praticamente ogni giorno, la scorsa settimana, ho ricevuto chiamate al telefono di prima mattina che mi informavano di nuovi corpi nel fiume – due domenica, quattro lunedi, sette martedì, tre mercoledì…

Tutti alla fine galleggiano nello stesso punto nel quartiere Bustan al-Qasr di Aleppo, la città più grande della Siria, controllata dalle truppe di opposizione, ma distante solo poche centinaia di metri da una zona presidiata dalla milizie governative. È troppo pericoloso cercare di recuperare i corpi nel punto in cui compaiono per la prima – è troppo vicino alla zona controllata dal governo e proprio nella linea di fuoco dei cecchini. I volontari locali attendono che i corpi galleggino circa 300 metri più a valle, dove possono essere recuperati in modo più sicuro. 
 
Il 3 marzo, sono arrivata proprio quando due cadaveri erano stati recuperati nel fiume. Sul volto di uno dei due c’era scritto qualcosa con un pennarello blu. Ho dovuto guardare da vicino perché l’inchiostro era pallido e parzialmente cancellato dall’acqua e fango; il corpo galleggiava a faccia in giù quando è stato trovato. Sulla fronte c’era scritto ‘al-Assad’ e sulla guancia sinistra ‘Siria’. Le scritte sulla guancia destra e sul mento non potevano essere decifrate. La gente pensava che le due parole illeggibili potessero essere ‘u bas’ – come nel ritornello proregime ‘al-Assad, Surya, u bas’ (al-Assad, la Siria e basta).
L’uomo era Ahmad Ali Salah Hamwi. Il giorno dopo il corpo del figlio di 12 anni è stato trovato insieme ad altri nel fiume. Come molti altri, sono stati sepolti come ‘ignoti’: non c’è camera mortuaria nella zona e, in ogni caso, non c’è elettricità per un frigorifero mortuario.
Ahmad e suo figlio sono stati identificati il 5 marzo dai parenti che sono andati in un piccolo ufficio in cui i volontari locali tengono le foto di tutti i corpi ritrovati nel fiume.

Ogni volta che ho visitato l’ufficio ho trovato parenti delle persone scomparse che cercavano i loro cari tra le foto raccapriccianti dei corpi sui computer portatili dei volontari. Dal 29 gennaio, quando sono stati trovati 82 corpi, il fiume ne ha consegnati all’incirca altri 60, tutti nello stesso punto. Alcuni, ma non tutti, sono stati identificati.

Tra i corpi trovati il 29 gennaio c’era quello di un ragazzo 15enne, ‘Abd al-Majid Reem Batsh, e di suo zio di 38 anni Majid Nunu. ”Abd al-Majid è vissuto con la nonna perché i suoi genitori lavorano in Libia’ mi ha detto un suo parente. ‘Domenica è andato con lo zio Majid a registrare la nascita del nuovo bambino di Majid. Non sono mai tornati a casa e martedì i loro corpi sono stati trovati nel fiume. Il ragazzo aveva segni di tortura sul viso ed era stato colpito al cuore; suo zio alla testa’.
 
Mohammad Shaaban Mustafa, 47 anni, ferroviere, aveva lasciato la sua casa a Bustan al-Qasr la mattina del 13 febbraio ed era andato come al solito a lavorare nella zona di Baghdad Station -controllata dal governo. Non è mai tornato a casa. Il suo corpo nel fiume, la mattina seguente, mostrava una grossa ferita d’arma da fuoco alla testa.  
 
Molte delle vittime abitavano nel distretto di Bustan al-Qasr o in altre zone controllate dall’opposizione, che invece è totalmente assente dalle zone controllate dal governo. Diverse famiglie che ho incontrato hanno detto che i loro parenti non s’interessavano di politica: semplicemente, sono stati uccisi perché vivevano in una zona controllata dall’opposizione. Era questo il loro crimine. 
 
Ma le forze governative non sono le uniche a commettere questo genere di crimini. 
 
Nello stesso distretto di Bustan al-Qasr  ho sentito parlare di Mohammad ‘Abd al-Jalil Khaled (alias Abu al-‘ Abed), di 42 anni, padre di due bambini piccoli, rapito da uno dei gruppi dell’opposizione armata che operano nella zona e morto in custodia dopo 10 giorni. Era stato rapito nel suo ufficio all’inizio di ottobre da membri dello al-‘Amran/Nimr Battaglione Martiri, appartenente alla brigata Afadi al-Rasoul. 
 
La brigata inizialmente negava di averlo in detenzione, ma poi, il 9 ottobre, ha permesso ai suoi genitori di fargli visita. La visita si è svolta alla presenza dei membri della brigata e, pertanto, non ha potuto parlare liberamente. Il sabato successivo la sua famiglia ha saputo che era morto. I membri della brigata, da cui si erano recati, hanno solo detto che Mohammad era stato sepolto, ma non hanno rivelato dove e non hanno fornito alcuna spiegazione sulle cause della morte. Due settimane più tardi, alla famiglia di Mohammad è stato permesso di seppellirlo.  
 
Membri della brigata, armati e con una mitragliatrice antiaerea montata su un camion, hanno portato il corpo di Mohammad, coperto di fango, alla sua famiglia alle 6.30 del mattino. I familiari hanno dovuto seppellirlo immediatamente, vedendosi negare, così, dei riti funebri come il lavaggio del corpo, le preghiere nella moschea e il corteo funebre. 

Ad oggi, nessuna delle persone coinvolte in questo caso è stata portata davanti alla giustizia. Quando i giudici di una delle due commissioni legali che fungono da tribunali nelle zone controllate dall’opposizione hanno convocato il comandate della brigata, questi si è presentato insieme a un gruppo di combattenti pesantemente armati ed è riuscito -a quanto pare- a ridurli al silenzio.   
 
Un altro caso scioccante è stata l’uccisione, avvenuta il 2 marzo,  di Abdallah al-Yassine, un giovane attivista dei media che aveva lavorato per molti giornalisti stranieri come correttore e traduttore. Ho trovato il suo corpo fuori da uno dei piccoli ospedali in un’area di Aleppo controllata dall’opposizione. Era stato colpito alla nuca da distanza ravvicinata.

Il probabile assassino di Abdallah al-Yassine è a quanto pare il leader di uno dei molti gruppi armati di opposizione che operano ad Aleppo. Sembra che il ragazzo sia stato trattenuto in detenzione dalla brigata Jabhat al-Nusra – forse il più potente tra i gruppi d’opposizione armata presenti in città- ma ulteriori dettagli devono ancora emergere.

Più questo conflitto va avanti, più diventa complesso, polarizzato e ingestibile, e più, come spesso accade, la popolazione civile ne porta il peso maggiore.