Impatto crisi economica: dichiarazione congiunta di Amnesty International, Oxfam International, World Vision International, PLAN International, Greenpeace e CARE International - Amnesty International Italia

Impatto crisi economica: dichiarazione congiunta di Amnesty International, Oxfam International, World Vision International, PLAN International, Greenpeace e CARE International

28 ottobre 2008

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Dichiarazione congiunta di Amnesty International, Oxfam International, World Vision International, PLAN International, Greenpeace e CARE International sull’impatto dell’attuale crisi economica

A metà ottobre il governo Usa ha fornito un’altra ciambella di salvataggio di 37,8 miliardi di dollari alla compagnia assicurativa Aig, portando il totale dei prestiti concessi alla compagnia a 123 miliardi di dollari nel solo mese di ottobre. Questa cifra supera di 18 miliardi di dollari gli aiuti annui ai paesi poveri ed è il doppio di quella necessaria a raggiungere gli Obiettivi di sviluppo del millennio. Anche in Europa gli interventi-paracadute sono proseguiti. Il governo del Regno Unito ha destinato 50 miliardi di sterline alla ricapitalizzazione del settore bancario, più o meno la cifra che occorre ai paesi poveri per adattarsi ogni anno ai cambiamenti climatici.

L’urgenza mostrata dai paesi ricchi nell’affrontare la crisi finanziaria si pone in profondo contrasto con i loro dietrofront e le loro ritrattazioni in tema di aiuti, povertà, diritti umani e cambiamenti climatici.

È ancora troppo presto per stabilire esattamente quanto inciderà sui paesi più poveri la crisi finanziaria e il conseguente ristagno economico, ma è chiaro che la riduzione delle esportazioni verso i paesi sviluppati e i minori investimenti esteri significheranno meno crescita e meno introiti da destinare a servizi di protezione sociale già carenti.

Per milioni di cittadini dei paesi più poveri, è letteralmente una questione di vita o di morte. In molti paesi le reti di protezione sociale sono state smantellate a seguito delle pressioni delle istituzioni finanziarie internazionali, lasciando persone vulnerabili prive di tutela. Alla fine di settembre, mentre Wall Street si stava tronfiamente scuotendo dai suoi fallimenti finanziari, una riunione organizzata dalle Nazioni Unite in un’altra zona di Manhattan rivelava che ben pochi governi stavano conseguendo i risultati stabiliti dagli Obiettivi di sviluppo del millennio per ridurre la povertà entro il 2015, e che l’aumento dei prezzi dei beni alimentari e dell’energia aveva annullato la maggior parte dei progressi fatti fino a quel momento.

La prognosi per i diritti umani non è buona. Non solo aumenta la pressione sui diritti economici e sociali (come quello alla casa, alla salute e all’istruzione), ma c’è anche il pericolo di ulteriori violazioni. Se l’economia si contrae e i paesi stringono la cinghia, migranti e rifugiati possono vedersi respinti verso situazioni insopportabili. Le tensioni sociali rischiano di salire, spingendo governi nervosi a reprimere il dissenso e a imporre rigide misure di sicurezza, limitando così le libertà civili. Istituzioni già fragili possono essere ulteriormente indebolite dall’attuale crisi e precipitare verso l’instabilità e la violenza.

Ma il peggio potrebbe ancora venire, qualora i paesi ricchi decidessero di usare la crisi finanziaria come una scusa per tagliare gli aiuti e il commercio. La storia ci dà motivi di preoccupazione. Durante la recessione del biennio 1972-1973, la spesa globale per gli aiuti calò del 15 per cento, arrivando ad appena 28,8 miliardi di dollari. Nel periodo 1990-1993 gli aiuti scesero del 25 per cento e tornarono al livello del 1992 solo nel 2003. L’aiuto umanitario, ossia ciò che spendiamo per aiutare le persone colpite da disastri naturali e da conflitti, conobbe la stessa contrazione, come risultato diretto della recessione di quel periodo, con la sola eccezione degli anni dei conflitti in Ruanda e Kosovo. In quanto al commercio, va ricordato come i paesi reagirono al crollo di Wall Street del 1929: erigendo tariffe doganali e facendo crollare di due terzi gli scambi commerciali.

Replicare tutto questo nel 2009 sarebbe un disastro per i paesi poveri esportatori. Una riduzione degli aiuti e degli scambi commerciali significherebbe che i cittadini dei paesi più poveri sarebbero chiamati a pagare il prezzo più alto per lo scoppio di quell’immorale bolla di sapone degli istituti di credito nordamericani ed europei.

I diritti umani non sono un lusso per i periodi di vacche grasse. Non agire di fronte ai cambiamenti climatici non è un’opzione praticabile. La povertà globale non aiuta la stabilità globale. Se ignoreranno le sfide più urgenti del nostro tempo e si concentreranno solo su ristretti interessi finanziari, i paesi ricchi avranno intrapreso una strategia miope e destinata alla sconfitta.

In gioco non ci sono solo i soldi. In gioco c’è l’attenzione, la collaborazione internazionale e la chiara volontà politica di affrontare grandi questioni. L’azione comune intrapresa dai ministri delle Finanze del G7 e da quelli dell’Eurozona non basta. I governi devono ridurre l’instabilità dei prezzi dell’energia e dei beni alimentari e quella dei mercati finanziari dando vita a regole sensate, proteggendo i diritti dei poveri e dei più vulnerabili e la sostenibilità ambientale nel lungo periodo. I governi devono mostrare una leadership decisiva per costruire un’economia globale verde e dove una vita migliore per tutti sia più importante di un sistema che remunera i privilegi di pochi.

Irene Khan, Segretaria generale, Amnesty International
Jeremy Hobbs, Direttore, Oxfam International
Dr. Dean Hirsch, Direttore, World Vision International
Tom Miller, Direttore, PLAN International
Gerd Leipold, Direttore internazionale, Greenpeace
Dr Robert Glasser, Segretario generale, CARE International