In mare con 'Vincenzo padre' - Amnesty International Italia

In mare con ‘Vincenzo padre’

27 settembre 2011

Tempo di lettura stimato: 13'

In mare con ‘Vincenzo padre’ – post di Paola Plona, foto di Fulvio Bugani

Il peschereccio di Antonino Maggio, detto Nino, è ormeggiato al porto vecchio di Lampedusa, lì, proprio di fronte alla collinetta della vergogna, protagonista centrale degli eventi del febbraio e del marzo scorso. Il suo nome è ‘Vincenzo Padre’. Nino ha voluto dedicarlo a suo papà, la persona che più di ogni altra gli trasmise la passione per il suo grande amore. Il mare.

Sa ogni cosa della sua barca. Ha seguito passo per passo la sua costruzione, dedicandosene completamente. Ne è talmente orgoglioso che non riesce a non esprimere il suo entusiasmo. Lo si percepisce innanzitutto dai suoi occhi, vispi e sempre con lo sguardo diretto al timone. Lo si percepisce poi dalle sue parole. E’ un chiacchierone Nino. E’ orgoglioso dei suoi successi raggiunti con estrema fatica e determinazione ed è orgoglioso della conoscenza acquisita in anni di esperienza in mare. Non ha segreti per lui e di certo non gli fa paura.
La nostra esperienza prende il via mercoledì 27 luglio alle 17.30. E’ a quell’ora che mettiamo piede sul peschereccio. La cosa che più probabilmente colpisce è il colore: il rosso, il verde, il bianco e il blu contrastano a tal punto l’uno dall’altro che non è possibile non rimanere folgorati dalla maniera in cui sono accostati. E’ un tripudio. Poi ci sono le reti che vengono accudite quasi fossero le loro figlie. Sempre lì a proteggerle ed a curarne le ferite.

Raggiungiamo l’equipaggio ed iniziamo ad approfondire la conoscenza. La barca è un via e vai continuo di persone e di storie, ma sono soltanto tre le persone, che oltre al capitano Nino, lavorano sul peschereccio: Pino, il cuoco, che con la sua battuta sempre pronta non perde l’occasione di far notare la sua solarità, che attribuisce alla sua natura isolana; c’è Sanah, un ragazzo senegalese, in Italia da diversi anni; gran lavoratore e gran pescatore, ha portato all’interno del peschereccio la sua expertise, acquisita durante gli anni di duro lavoro nel continente africano. Infine c’è Bartolomeo, il più riservato del gruppo, ma che ha contribuito in ogni modo a farci sentire a casa con la sua grande ospitalità.

Alle 19 la ‘Vincenzo Padre’ salpa. Meta: dieci miglia a sud-est, direzione Tunisia. E’ qui, quando ci spostiamo nella cabina del comandante, che Nino inizia a raccontarci la sua storia. E’ dall’età di sette anni che ogni giorno, dopo scuola,  raggiungeva il padre al porto e salpava con lui; è stato questo periodo che gli ha consentito di venire a conoscenza dei più piccoli trucchi della pesca, che oggi fanno di lui il gran pescatore che è. Quando suo padre venne a mancare, Nino dovette prendere il suo posto e a soli vent’anni divenne capitano di un peschereccio con un equipaggio di ben sedici persone, tutte più anziane di lui. Quello che emerge è che è come se Nino avesse fatto del lavoro la sua missione di vita. Una sorta di patto con suo padre. La grande responsabilità che dovette affrontare lo ha reso, seppur ancora molto giovane, un uomo di onore. Così continuò a garantire loro un posto di lavoro e a portare avanti ciò che suo padre gli consegnò in vita. Ora, dopo praticamente quarant’anni di mare, Nino domina il suo peschereccio in maniera perfetta, grazie anche al contributo delle tecnologie sulle quali ha investito.

Noi ci sentiamo sicuri.

Inoltrarci nel dialogo con Nino non è difficile. Dopo averci accuratamente spiegato, con un certo orgoglio, i dettagli del tipo di pesca di cui si occupa, le modalità specifiche con cui avviene, le zone di pesca che deve rispettare a tutela della flora e della fauna marina e via dicendo, senza difficoltà, arriviamo ad affrontare le tematiche a cui noi, ragazzi di Amnesty International, siamo particolarmente interessati. Nino inizia a spiegarci come ha vissuto lui, marinaio e uomo di mare, gli sbarchi e gli incontri in acqua. Come la popolazione lampedusana ha reagito a quella che Nino ha definito una vera e propria invasione. La prima cosa che pensò quando si vide davanti ondate e ondate di migranti camminare per il paese fu ‘ci hanno preso l’isola’.
Le televisioni e i giornali parlano di circa sei mila immigrati approdati a Lampedusa. Lui non ci crede. Erano almeno il doppio secondo Nino; dodicimila persone tra nord-africani e sub sahariani, a giudicare dagli spazi occupati. Dai racconti del capitano emerge l’immagine di un’isola totalmente occupata, senza uno spazio libero per respirare. Uno ammassato sull’altro. Neanche fossero delle sardine. Questa situazione ha portato ad un degrado estremo dell’isola, sfociato nelle nota immagine della collina della vergogna: oggi a distanza di quattro mesi questa zona mantiene i segni tangibili della condizione totalmente lesiva della dignità umana, imposta in maniera arbitraria a queste persone. Dormivano ovunque. Mangiavano ovunque. Si costruivano ripari ovunque e con qualsiasi cosa che capitava loro in mano.

Le storie di solidarietà della popolazione lampedusana nei confronti dei migranti sono molteplici ed emozionanti.
Quando si chiede di assegnare il premio Nobel per la Pace a Lampedusa si intende premiare un’isola e dunque la sua popolazione, per l’estrema umanità, pazienza e dignità con cui è riuscita a gestire una situazione che facilmente sarebbe potuta sfociare in una e vera e propria guerriglia.
Invece i lampedusani si sono presi cura di loro. Li hanno vestiti, nutriti e soprattutto hanno comprato loro acqua, cibo, calze e vestiti senza limitarsi a osservare la situazione da dietro una finestra, sono intervenuti attivamente per restituire una dignità a queste persone. Hanno offerto loro un tetto sotto cui dormire e lo stesso Nino ha ospitato un gruppo di tunisini nel suo garage e ha comprato cibo ad un ragazzo che gli aggiustò l’automobile e che non volle in cambio nessun soldo. Ha permesso di caricare i cellulari per consentire loro di avvisare la famiglia del loro arrivo e del loro stato di salute.
Questa è l’immagine che forse ha segnato maggiormente la memoria della gente ed è diventata simbolo della profonda cooperazione e unione di forze che ha connotato questa crisi: fili e fili di caricatori di cellulari nelle prese di corrente delle famiglie lampedusane alle quali va attribuito il grande merito di essere riuscite a controllare la rabbia nei confronti della situazione ed ad incanalarla in atti che, senza alcuna retorica, possono essere descritti con un solo termine: magnanimità.

Come in ogni situazione, anche qui non mancano anche risvolti che mettono in rilievo l’altra parte della medaglia. Quella della tensione e della paura.
Tensione e timore provato dalla figlia ventenne di Nino nel girare da sola per il paese e il suo conseguente chiudersi a chiave in casa e rimanerci per un discreto tempo.
Tensione che nasce da gesti di stizza, da calci nervosi contro le automobili, da risposte tracotanti e da situazioni dettate da stanchezza e sfinimento.
La convinzione condivisa da quasi tutti a Lampedusa è, comunque, la consapevolezza che quella di febbraio e marzo è stata una crisi creata ad hoc dal governo italiano, che si collega a quella campagna di criminalizzazione del migrante di qualche anno prima. Con intenzioni demagogiche che puntano su un linguaggio che enfatizza termini come invasione e terrorismo che generano paura e insicurezza. Ci troviamo di fronte, infatti, a un cortocircuito informativo che sicuramente non ha giovato all’isola; tutt’altro! Ha portato ad una diminuzione esponenziale del turismo (circa 80%), risorsa fondamentale per la sussistenza dell’isola che è degenerata in un’insofferenza della popolazione nei confronti dei giornalisti che hanno mostrato un’immagine completamente distorta della situazione sull’isola.
La solidarietà dei lampedusani non si limita alla terra ferma, ma ha come spazio privilegiato il mare. Nino si è soffermato molto su i suoi incontri con navi di migranti in acqua. E la sua posizione, da subito, è stata molto chiara. In situazioni di pericolo, al di là delle procedure burocratiche, logistiche e legali che bisognerebbe seguire, la cosa che conta è una e una soltanto: la tutela della vita umana. E come lui ha voluto sottolineare è disposto ad affrontare il tribunale piuttosto che lasciare una vita in mare.

Spesso è capitato a Nino di incontrare navi in estrema difficoltà: sempre ha deciso di fermarsi a soccorrerle, sempre ha offerto acqua, cibo ed ogni tipo di necessaria assistenza, e sempre ha chiamato motovedetta e capitaneria di porto. Ha anche manifestato con una certa stizza i profondi ritardi delle unità di soccorso che molto spesso interrompono addirittura le ricerche per, a detta loro, falso allarme, a detta di Nino, grande incompetenza.
Inoltre una fattore su cui Nino s’è soffermato particolarmente è il fatto che nella maggior parte dei casi i soccorsi si limitano all’azione di accogliere gli immigrati sull’imbarcazione delle forze dell’ordine, che poi, però abbandonano la nave alle vicissitudini nel mare creando anche un certo pericolo per i pescatori che si trovano a scontrarsi con questi relitti che non sempre vengono segnalati dai radar. Da subito Nino ha sottolineato che lo stato delle imbarcazioni con cui queste persone si accingono, molto spesso, a intraprendere il viaggio della vita, non è per nulla adeguato. Sono talmente arrugginite, costruite in modo tale da non riuscire a reggere un mare forza quindici. Navi che si ribaltano con facilità disarmante. Vecchie, vendute a contrabbandieri da pescatori a pochi soldi per un viaggio, invece, molto caro per chi vi partecipa. Tutti i risparmi impiegati ed investiti in un sogno. Il sogno di una vita vissuta nella dignità, che prevede diritto ad una abitazione, diritto ad un lavoro regolare, diritto anche e soprattutto alla felicità.

Nino è integerrimo. Il suo rapporto con il mare è una questione d’onore. Sul suo peschereccio vige una legge ben precisa: la difesa della vita umana viene prima di qualsiasi altra legge positiva.
E da qui che forse emerge maggiormente il rapporto di Nino con il mare. E’ uno stile di vita oltre che la sua più grande passione. E’ la via con cui il capitano si approccia a tutte le dinamiche che possono verificarsi e caratterizzare situazioni fuori e dentro il mare.
Ha sempre sfidato la legge quando s’è trattato di soccorrere persone in estrema difficoltà, come avvenne nell’agosto del 1998, quando uno yacht prese fuoco e lui, Nino, andando nella direzione opposta a quella stabilita dalla capitaneria di porto, mise la sua expertise al servizio della vita di tre persone. Le salvò e se ne prese cura.

Nino è un grand’uomo.
Questa è la prima cosa che io e Fulvio abbiamo pensato scendendo dal peschereccio, dopo quindici ore di navigazione, alle nove del mattino di giovedì.
E’ stata un’esperienza a dir poco emozionante: ascoltare storie di vita, storie di morte; assistere ai movimenti di questi pescatori che durante tutta la notte, senza dire alcuna parola, comunicavano tra di loro, quasi danzando tra reti e corde, tra calamari e sarde.
Alba e tramonto. Delfini. Via lattea. Tanta condivisione e soprattutto la consapevolezza di essere in un’isola, che, al di là delle eccezioni, porta il valore della dignità umana, della vita e della solidarietà davanti a tutto.
A Nino il mare non fa paura.
E la nostra speranza è che un giorno, non troppo lontano, possa smettere di essere un incubo anche per coloro che ne devono subire la sua forza devastante.