India, sentenza storica della Corte suprema in favore dei dongria kondh! - Amnesty International Italia

India, sentenza storica della Corte suprema in favore dei dongria kondh!

18 aprile 2013

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Il 18 aprile 2013 la Corte suprema dell’India, con una sentenza di portata storica che riconosce i diritti dei popoli nativi, ha stabilito che gli adivasi avranno la decisione finale su una miniera di bauxite di una sussidiaria della britannica Vedanta Resources, che avrebbe dovuto divenire operativa su 670 ettari di terreno delle colline di Niyamgiri, nello stato di Orissa. La comunità dongria kondh considera sacri l’habitat e quelle terre tradizionali.

‘Per 10 anni i dongria kondh, la cui identità è strettamente legata alle colline di Niyamgiri, hanno lottato per la sopravvivenza del loro stile di vita. La miniera avrebbe violato i loro diritti in quanto popoli nativi, oltre che quelli all’acqua, al cibo, alla salute e al lavoro. È una sentenza di grande importanza, che dà ragione alle proteste delle comunità locali, alle ricerche condotte da Amnesty International sin dal 2009 e alle grandi campagne che hanno sposato il punto di vista degli adivasi’ – ha commentato G. Ananthapadmanabhan, direttore generale di Amnesty International India.

‘Ora le autorità indiane devono avviare un procedimento chiaro e trasparente per accertare il consenso libero, preventivo e informato delle comunità native di Niyamgiri e di ogni altro luogo in cui le terre tradizionali e l’habitat possano essere minacciati da progetti statali o di imprese private. Nelle decisioni dovranno essere coinvolte le donne e altri gruppi marginali delle comunità. Le autorità dovranno inoltre garantire che tutte le informazioni sul potenziale impatto negativo dei progetti siano messe a disposizione, in una lingua comprensibile, prima che sia presa ogni decisione. Questa dovrà essere rispettata e nessun progetto dovrà essere autorizzato senza l’assenso delle comunità interessate’ – ha aggiunto  Ananthapadmanabhan.

‘Dopo un decennio di proteste, oggi abbiamo un canale ufficiale attraverso il quale poter dire che il progetto della miniera rovinerà le nostre terre sacre e pregiudicherà gravemente le nostre terre e i nostri mezzi di sussistenza. Ora utilizzeremo questo canale per portare avanti le nostre decisioni’ – ha dichiarato ad Amnesty International Lado Sikaka, uno dei leader dei dongria kondh di Niyamgiri.

‘Sollecitiamo le autorità a portare avanti questo processo in modo libero e sincero, senza lasciarsi intimidire dalle imprese o dai paramilitari presenti nella zona di Niyamgiri, alla presenza delle organizzazioni internazionali per i diritti umani e, come ha stabilito la Corte suprema, di un ufficiale giudiziario’ – ha fatto eco Kumiti Majhi, leader della comunità majhi kondh, che si trova ai piedi delle colline.

La Corte suprema ha stabilito che i gram sabha (le assemblee costituite dagli adulti votanti) di due villaggi dovranno decidere se il progetto si ripercuoterà, in qualunque modo, sui loro diritti religiosi e culturali, compreso il diritto di svolgere i riti religiosi, e su ogni reclamo singolo o collettivo, compresi quelli futuri, sull’area designata per lo sviluppo della miniera. Le assemblee dovranno svolgersi in modo indipendente e libero da interferenze sia da parte del governo centrale che dei proponenti del progetto. Le decisioni dovranno essere comunicate entro tre mesi al ministero dell’Ambiente e delle foreste.

Questo ministero, nell’agosto 2010, aveva rifiutato il progetto della Sterlite India (una sussidiaria della Vedanta Resources) e dell’azienda statale indiana Orissa Mining Corporation, di estrarre bauxite dalle cime delle colline di Niyamgiri, dopo aver verificato che quel progetto avrebbe violato in modo massiccio le leggi sull’ambiente e sulle foreste, così come i diritti dei dongria kondh e di altre comunità delle colline. La sentenza della Corte suprema fa seguito al ricorso presentato dall’Orissa Mining Corporation.

La Corte suprema, infine, ha ribadito l’importanza della Legge sui diritti forestali del 2006, secondo la quale le autorità devono accogliere i reclami delle comunità sui loro terreni forestali tradizionali e sul loro habitat, nonché assicurare che le comunità diano il loro consenso prima di ogni tentativo di usare le loro terre a scopi minerari o industriali in genere.

Il principio del consenso libero, preventivo e informato è riconosciuto dalla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui popoli nativi del 2007 come elemento centrale della protezione e della realizzazione dei diritti dei popoli nativi.

Amnesty International ha sollecitato le autorità indiane a incorporare tale principio negli emendamenti proposti alle leggi sull’apertura delle miniere e sull’acquisizione delle terre, attualmente all’esame del parlamento. Questa posizione è stata anche assunta dal Consiglio nazionale consultivo dell’India.

‘La sentenza della Corte porterà vantaggi alle comunità native che stanno affrontando analoghe minacce al loro stile di vita, a causa dei progetti estrattivi, in altre parti dell’India orientale e centrale. Dovrà anche essere un monito per la Vedanta, per il suo mancato rispetto dei diritti umani a Niyamgiri e per la raffineria di Lanjigarh, che ha arrecato danni alla vita di migliaia di persone’ – ha aggiunto Ananthapadmanabhan.

‘In definitiva, occorre un cambiamento di sistema che obblighi gli stati e le aziende a tener conto del consenso libero, preventivo e informato delle comunità interessate. Non è possibile che queste, ogni volta, debbano intraprendere una lotta contro i potenti interessi aziendali e arrivare fino alle porte della Corte suprema’ – ha concluso Ananthapadmanabhan.

Amnesty International ha chiesto al ministero dell’Ambiente e delle foreste di ordinare un accertamento indipendente sulla raffineria di Lanjigarh della Vedanta Alluminium, altra sussidiaria della Vedanta Resources, circa la bonifica dall’inquinamento e la risoluzione di altre questioni aperte in tema di diritti umani, come l’impatto dell’inquinamento sui majhi kondh e sulle comunità dalit della zona.

Nel dicembre 2012 la raffineria di Lanjigarh era stata costretta a sospendere le attività. Nel maggio dello stesso anno, il ministro dell’Ambiente e delle foreste aveva fermato i piani di sestuplicare l’espansione della raffineria.

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