Iran, aggressioni di squadre filogovernative contro le donne che protestano per l'uso obbligatorio del velo - Amnesty International Italia

Iran, aggressioni di squadre filogovernative contro le donne che protestano per l’uso obbligatorio del velo

12 marzo 2019

Tempo di lettura stimato: 7'

Iran, Amnesty International denuncia aggressioni di squadre filogovernative contro le donne che protestano per l’uso obbligatorio del velo

Secondo Amnesty International, i video provenienti dall’Iran e che stanno circolando sui social media testimoniano il clima quotidiano di intimidazione nei confronti delle donne, da parte di agenti della cosiddetta polizia morale e di squadre filo-governative che cercano di far rispettare le leggi sull’obbligo del velo.

Nei video si vedono persone e agenti della polizia morale in abiti borghesi discutere animatamente con le donne o aggredirle in nome della difesa della “pubblica decenza” perché hanno sfidato le degradanti leggi sull’obbligo del velo. Quando le donne iniziano a filmare le scene per pubblicarle sui social media, gli uomini si fanno ancora più aggressivi.

“I video che stanno circolando nelle ultime settimane sono la prova dell’agghiacciante livello di violenza quotidiana che le donne subiscono da parte della polizia morale o di squadre filo-governative solo per aver osato sfidare le offensive leggi sull’obbligo del velo. Queste leggi non sono solo degradanti e discriminatorie, ma vengono anche usate per giustificare aggressioni in strada contro le donne e le ragazze”, ha dichiarato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Le donne iraniane vengono regolarmente fermate a caso in strada dagli agenti della polizia morale, che le insultano e le minacciano, ordinano loro di rimettersi il velo per coprire i capelli o danno loro dei fazzoletti per togliere il trucco. Spesso le schiaffeggiano, le picchiano coi manganelli le ammanettano e le costringono a salire sui furgoni della polizia.

In uno dei video pubblicati di recente, una donna filma una litigata iniziata quando un uomo le ordina insistentemente di indossare il velo in modo conforme alla legge. L’uomo la insulta e, di fronte al suo rifiuto, le spruzza sul volto quello che appare essere spray al peperoncino.

In un altro video un uomo lancia urla e insulti contro una donna ordinandole di mettersi il velo, poi la minaccia di colpirla con una pistola stordente e di fronte alle sue grida dice: “Non ti ho sparato, te l’ho solo fatta vedere”.

Un terzo video mostra un uomo in borghese accanto a un furgone della polizia morale che punta con la pistola un uomo e una donna intervenuti per impedire il violento arresto di una donna che non indossava il velo.

Nel commento, l’autrice del video spiega che lei e altre persone sono intervenute per strappare la donna dalle mani degli agenti, che le avevano sequestrato le chiavi dell’automobile e stavano cercando di caricarla sul loro furgone.

Questi filmati sono stati realizzati da donne coraggiose nell’ambito della campagna “La mia videocamera, la mia arma” che vuole sensibilizzare sulle minacce e le aggressioni che le donne e le ragazze subiscono quotidianamente in Iran a causa delle leggi sull’obbligo del velo.

I video sono stati pubblicati online dalla nota giornalista e attivista Masih Alinejad, residente negli Usa, che ha diretto, oltre a “La mia videocamera, la mia arma”, altre campagne online di successo contro l’obbligo del velo: “La mia libertà clandestina”, una pagina Facebook in cui le donne iraniane sono incoraggiate a pubblicare loro foto senza il velo, e “I mercoledì bianchi”, che chiede alle donne di protestare contro l’obbligo del velo indossando ogni martedì una sciarpa bianca.

Alla crescente attenzione sulle aggressioni contro le donne che sfidano le leggi sull’obbligo del velo, le autorità iraniane hanno replicato con una crudele campagna diffamatoria, lanciata dalla stampa governativa contro le attiviste che ne chiedono l’abrogazione.

Vi sono forti timori che le autorità iraniane stiano incentivando queste aggressioni per mettere a tacere le donne in un momento cruciale, proprio quando hanno trovato la forza di protestare in pubblico contro l’obbligo del velo e di amplificare le loro voci attraverso i social media.

“Queste brutali aggressioni violano il diritto a essere trattate con dignità e di trascorrere la vita quotidiana senza temere violenze e intimidazioni”, ha commentato Luther.

Le norme vigenti in Iran sull’obbligo del velo violano chiaramente i diritti alla libertà di espressione e di religione e il diritto alla riservatezza. Le donne e le ragazze non possono mettere un piede fuori dalla porta di casa se non si coprono i capelli con un velo e le braccia e gambe con un abito non aderente. In caso contrario, a partire dai nove anni d’età, coloro che non indossano il velo possono essere punite con una multa da pagare in contanti o con un periodo di carcere che va da 10 giorni a due mesi. Nella prassi, le autorità iraniane impongono l’obbligo d’indossare il velo dai sette anni in su.

Nel corso dell’ultimo anno le autorità hanno inasprito la repressione sulle donne che protestano pacificamente contro l’obbligo del velo. Il caso più grave è quello dell’avvocata per i diritti umani Nasrin Sotoudeh, condannata a 33 anni di carcere e a 148 frustate in parte anche per la sua opposizione all’obbligo del velo.

Sotoudeh è stata condannata, tra l’altro, per “incitamento alla corruzione e alla prostituzione” e “commissione di un atto peccaminoso (…) essendo apparsa in pubblico senza il velo”. Queste alcune prove a sostegno delle accuse: essersi opposta all’obbligo del velo, aver effettuato visite in carcere senza il velo, aver assunto la difesa di donne che avevano protestato contro l’obbligo del velo, essersi fatta intervistare sui violenti arresti e sull’imprigionamento di donne che avevano protestato contro l’obbligo del velo e aver collocato fiori nel luogo dove una donna era stata violentemente arrestata.

Roma, 12 marzo 2019

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