Iran: ma noi che colpa abbiamo

23 Aprile 2026

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Dal 28 febbraio le popolazioni civili di una decina di stati sono in pericolo a seguito dell’attacco israelo-statunitense contro l’Iran e della conseguente rappresaglia iraniana. Di nuovo, risuona la domanda del titolo. La fanno le persone i cui palazzi tremano nelle notti di Teheran, quelle riparatesi nei rifugi israeliani, quelle sfollate da parti sempre più ampie del Libano, quelle andate a lavorare negli stati del Golfo in cerca di un futuro, del modo di ripagare un debito o di versare le rette scolastiche dei figli.

C’è un’altra domanda, ancora più drammatica, che attende risposta: “Loro che c’entravano?”. La pongono i familiari dei civili uccisi nei bombardamenti: a metà marzo erano oltre un migliaio in Iran, tra cui più di 150 alunne di una scuola nel sud del paese; mezzo migliaio in Libano; oltre una decina in Israele e negli stati del Golfo. Per non parlare dei danni alla salute e all’ambiente causati dagli illegali attacchi contro le infrastrutture energetiche.

A una rivista trimestrale non si può chiedere di prevedere il futuro mentre si scrive né di aver descritto il presente nel momento in cui sarà letta. Premesso che non spetta ad Amnesty International pronunciarsi su quale sia la soluzione ideale per “l’Iran del futuro”, ammesso che un futuro sia iniziato, la cosa più chiara di tutte è che, come sempre, siamo dalla parte delle popolazioni civili.

Non solo perché diamo l’ovvia risposta alle domande iniziali (“nessuna colpa”), ma anche perché indichiamo le responsabilità per le uccisioni dei civili: quelle di chi ha lanciato un’operazione militare illegale il 28 febbraio e i conseguenti massicci attacchi; di chi ha reagito in rappresaglia colpendo a sua volta in maniera indiscriminata con armi imprecise. Continuiamo a chiedere che le popolazioni civili non siano coinvolte nelle guerre: c’è una branca del diritto internazionale che è nata esattamente per questa finalità che non conosce deroghe. In questi decenni abbiamo regolarmente denunciato come, nei periodi di proteste di massa o quando il paese è stato attaccato, le autorità iraniane abbiano reagito con autentici massacri.

Stiamo ancora contando le persone uccise nella repressione senza precedenti dell’8 e 9 gennaio.

Le liste delle organizzazioni per i diritti umani si riempiono di nomi, cognomi, età, genere, luogo e circostanza dell’uccisione: quelle più attendibili arrivano a numeri a quattro cifre ma, considerando il clima di terrore contro le famiglie e il fatto che tanti scomparsi non si sa se siano vivi o morti, si dovrà moltiplicare quel numero per un fattore: per due o per tre, almeno.

Ci sono, in Iran, persone civili ristrette in luoghi civili ancora più a rischio. Le carceri, stracolme dopo la repressione di gennaio ma che erano già piene di dissidenti, per il diritto interazionale sono obiettivi civili ma, se collocate nei pressi di obiettivi militari, possono essere colpite con attacchi diretti, sproporzionati o imprecisi.

Come già era successo durante la “guerra dei 12 giorni” tra Israele e Iran del giugno 2025, molti prigionieri sono stati abbandonati a loro stessi, altri sono stati trasferiti in località sconosciute, altri ancora sono stati collocati presso obiettivi militari a mo’ di scudi umani.

Nessuno, tra chi attacca e chi è attaccato, ha sin dall’inizio mostrato di volersi preoccupare dei civili iraniani, a meno di non credere all’ipocrita invocazione della dottrina “responsabilità di proteggere” per dare un senso morale all’illegalità (e, senza una risoluzione del Consiglio di sicurezza, quell’illegalità non sarebbe minimamente sanata). Della popolazione civile, fuori e dentro le carceri dell’Iran, si occupa l’appello che vi chiediamo di firmare in questo numero.

Quando avrete finito di leggere, Ahmadreza Djalali, lo scienziato svedese-iraniano che ha fatto ricerca anche presso l’Università del Piemonte orientale, avrà terminato il suo decino anno di privazione della libertà e di lontananza dalla coniuge e dei loro due figli. Arrestato nell’aprile 2016 per l’inesistente accusa di spionaggio per Israele, l’anno dopo è stato condannato a morte in via definitiva. Il reato inventato che gli è stato attribuito, nella situazione venutasi a creare dal 28 febbraio, rende il filo cui è appesa la sua vita ancora più sottile.

 

A cura di Riccardo Noury, portavoce

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