Iran: oltre 100 persone a rischio di processo irregolare - Amnesty International Italia

Iran: oltre 100 persone a rischio di processo irregolare

4 agosto 2009

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Iran: oltre 100 persone rischiano di subire un processo gravemente irregolare

(5 agosto 2009)

Il 4 agosto è iniziato nella capitale iraniana Teheran il processo nei confronti di oltre 100 persone accusate di aver organizzato le manifestazioni di protesta, seguite all’annuncio ufficiale della vittoria di Mahmoud Ahmadinejad alle elezioni presidenziali del 12 giugno.
 
Tra gli imputati figurano: Mohammad Ali Abtahi, vice dell’ex presidente Mohammad Khatami (1997-2005) insieme ad altri esponenti di primo piano della passata amministrazione; l’assistente del candidato alle ultime elezioni presidenziali Mehdi Karroubi; Mohammad Atrianfar, giornalista e dirigente del Partito della ricostruzione; Mohammad Ali Dadkhah, noto avvocato per i diritti umani; e Maziar Bahari, giornalista irano-canadese e corrispondente per il settimanale statunitense ‘Newsweek’. 
 
I processi, che si svolgono di fronte al Tribunale rivoluzionario di Teheran, rischiano di essere solo gli ultimi di una serie di procedimenti giudiziari irregolari. Amnesty International ha infatti più volte denunciato il mancato rispetto degli standard internazionali in materia di equità dei processi da parte dei Tribunali rivoluzionari iraniani.
 
Gli imputati sono accusati di aver fomentato le proteste di massa, in larga parte pacifiche, iniziate in seguito all’annuncio relativo al contestato esito delle elezioni presidenziali. Secondo l’agenzia ufficiale Irna, devono rispondere dei reati di rivolta, attacco a edifici militari e governativi, legami con gruppi armati di opposizione e cospirazione contro il sistema. Se ritenuti colpevoli, rischiano una condanna fino a cinque anni di carcere e addirittura la pena di morte se giudicati ‘nemici di Dio’.
 
Alle udienze possono assistere solo i mezzi d’informazione ufficiali. Per Amnesty International, si tratta di un ‘processo spettacolo’ attraverso il quale le autorità tentano di attribuire le responsabilità dei recenti disordini a coloro che hanno contestato i risultati delle elezioni, con l’obiettivo di scoraggiare altre persone dal portare avanti le proteste.

Il Pubblico ministero ha definito le proteste ‘crimini organizzati e pianificati’, sebbene si sia trattato di manifestazioni in larga parte pacifiche. A suo avviso, i responsabili si dividono in tre gruppi: chi ha complottato e incitato alla rivolta, chi è affiliato a servizi stranieri e, infine, gli opportunisti e i delinquenti, che hanno danneggiato proprietà pubbliche e private e ‘recato disturbo alla pace e alla sicurezza della società’.
 
Molti, se non tutti gli imputati, sono stati detenuti in isolamento per alcune settimane prima di comparire di fronte al Tribunale rivoluzionario. Molti sarebbero stati torturati per estorcere la ‘confessione’ del coinvolgimento in una cospirazione contro lo stato. Nelle immagini diffuse dalla tv di stato, alcuni sono apparsi dimagriti e in condizioni di spirito non buone. Almeno quattro noti esponenti del campo riformista hanno dichiarato di fronte alle telecamere di non essere più convinti che le elezioni fossero state irregolari. 
 
Mohammad Ali Abtahi e Mohammad Atrianfar hanno dichiarato al tribunale, ripresi dalle telecamere, che ogni cittadino iraniano dovrebbe credere nella linea indicata dal Leader supremo, l’Ayatollah Khamenei. Secondo la moglie e la figlia di Mohammad Ali Abtahi, le condizioni in cui l’uomo è apparso in televisione fanno credere che sia stato obbligato a ‘confessare’.  La tv di stato è stata costretta a smentire che i due imputati avessero subito coercizione o fossero stati drogati prima del processo.
 
Invece, il candidato alle presidenziali Mir-Hossein Mousavi ha dichiarato che le ‘confessioni’ sono state estorte con ‘metodi di tortura medievali’. Mohsen Rezaei, un altro candidato, ha messo in discussione l’equità dei processi e ha pubblicamente chiesto come mai nessun membro delle forze di sicurezza responsabile dell’uccisione di manifestanti e di altre gravi violazioni dei diritti umani fosse tra gli imputati. Secondo le autorità le uccisioni sarebbero state 30 ma si ritiene che il numero effettivo sia più alto.
 
Saleh Nikbakht, l’avvocato difensore di Mohammad Ali Abtahi e di altri imputati, ha dichiarato all’apertura del processo: ‘Non ho avuto accesso ai fascicoli dell’accusa dal giorno dell’arresto dei miei clienti. Ho saputo per la prima volta di questo processo questa mattina alle 11 e non ho il permesso di entrare in aula. Secondo l’articolo 135 della Costituzione, i processi che si svolgono in assenza degli avvocati sono illegali’.
 
Amnesty International ha documentato nel corso degli anni come la tortura sia una norma durante la detenzione preventiva. Gli imputati per reati connessi alla sicurezza nazionale non possono incontrare i familiari e gli avvocati e, in molti casi, ricevono cure mediche inadeguate.
 
I servizi segreti iraniani hanno più volte registrato in video ‘confessioni’ del tutto generiche, che spesso non corrispondono neanche a reati penali. Alcune di queste ‘confessioni’ sono state trasmesse in televisione, spesso prima dell’inizio dei processi, compromettendo in questo modo il diritto degli imputati a non incriminare se stessi.
 
Persone rilasciate prima o dopo il processo hanno riferito delle tecniche coercitive con cui le autorità cercano di isolare e spezzare la resistenza dei detenuti, che alla fine accettano di rilasciare ‘confessioni’ per porre fine ai maltrattamenti. Molti in seguito hanno ritrattato tali ‘confessioni’.
 
Oltre ai più di 100 imputati sotto processo, ulteriori 10 persone descritte come ‘persone che hanno preso parte a dimostrazioni in strada’ sono imputate in un distinto procedimento che è a sua volta in corso.
 
A fine luglio, 24 detenuti sono stati impiccati nella prigione iraniana Rajai-Shahr di Karaj, 50 chilometri a ovest di Teheran. La nuova presidenza iraniana inizia in piena continuità con la precedente: con grappoli di esecuzioni. Ormai è evidente che il drammatico record dello scorso anno, con una media di un’esecuzione al giorno, sarà superato. Quello che fa orrore non è solo il dato numerico, ma il fatto che in Iran è in funzione 24 ore su 24 una vera e propria macchina della morte, con boia in azione tutti i giorni in ogni parte del paese. La pena di morte è sempre più uno strumento di terrore e la sua applicazione così frequente e sommaria pone a rischio anche gli oltre 100 imputati nel processo attualmente in corso presso il Tribunale rivoluzionario di Teheran.

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