Italia: nuova legislazione viola il diritto alla libertà dei migranti - Amnesty International Italia

Italia: nuova legislazione viola il diritto alla libertà dei migranti

24 agosto 2011

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Amnesty International ha sollecitato il parlamento italiano ad annullare la Legge 129/2011, che il 2 agosto ha reso permanenti una serie di norme transitorie contenute nel Decreto legge 89/2011 adottato dal governo il 23 giugno. La legge viola in modo evidente i diritti dei migranti irregolari, estendendo tra l’altro il limite massimo di detenzione da sei a 18 mesi. La nuova legislazione autorizza inoltre l’espulsione dall’Italia di cittadini dell’Unione europea che non possiedono determinati requisiti e solleva il timore che questa norma possa essere applicata in modo discriminatorio e aprire la strada a espulsioni selettive di persone appartenenti a specifiche minoranze etniche, quali soprattutto i rom.

La legge, tra le altre cose, autorizza il prolungamento fino a 18 mesi del limite massimo di privazione della libertà per i migranti irregolari nei centri di detenzione. In precedenza, tale limite era di sei mesi. Amnesty International ha sottolineato che, sebbene sia consentita dalla legislazione dell’Unione europea, la detenzione fino a 18 mesi unicamente per ragioni legate all’immigrazione, senza che la persona detenuta abbia commesso alcun crimine, è incompatibile con il diritto alla libertà sancito dalla Convenzione europea sui diritti umani e da altri strumenti del diritto internazionale, di cui l’Italia è stato parte.

La legislazione adottata il 2 agosto ha introdotto nella normativa italiana la cosiddetta Direttiva europea sui rimpatri ( ‘Direttiva 2008/115/EC del Parlamento europeo e del Consiglio del 16 dicembre 2008 su standard e procedure comuni negli stati membri per il rimpatrio di cittadini di paesi terzi che risiedono illegalmente’) che Amnesty International aveva criticato per aver autorizzato un periodo di detenzione eccessivamente lungo e per non aver garantito il rimpatrio dei ‘migranti irregolari’ in condizioni di sicurezza e dignità.

Amnesty International, in particolare, ha evidenziato che, sulla base delle norme e degli standard internazionali sui diritti umani, la detenzione dei ‘migranti irregolari’ al fine di espellerli dal territorio italiano può essere consentita solo a condizione che le autorità siano in grado di dimostrare che esiste una prospettiva ragionevole per il rimpatrio delle persone in questione e che le procedure per il rimpatrio vengano eseguite con la diligenza dovuta. Il diritto internazionale richiede, infatti, che vi sia una prospettiva ragionevole di rimpatrio o espulsione affinché la detenzione sia legale: ‘La detenzione in attesa del rimpatrio sarà giustificata solo per il periodo in cui le procedure relative siano in corso. Se queste procedure non sono eseguite con la diligenza dovuta, la detenzione cesserà di essere consentita’ (Linea guida n.7 sull’obbligo di rilascio quando le procedure per il rimpatrio sono sospese, ‘Venti linee guida del Consiglio d’Europa sui rimpatri forzati’).

Amnesty International si oppone alla detenzione di una persona unicamente per ragioni legate all’immigrazione a meno che, ad esempio, le autorità non possano dimostrare l’esistenza di un rischio oggettivo che la persona in questione potrebbe far perdere le sue tracce e che altre misure diverse dalla detenzione potrebbero rivelarsi insufficienti. Le autorità, comunque, in ogni singolo caso devono dimostrare la legalità della detenzione rispetto alle rigorose disposizioni in materia di legalità, proporzionalità e necessità previste, tra l’altro, dall’art. 5 della Convenzione europea sui diritti umani.

La nuova legge non contiene alcune delle salvaguardie fondamentali contro le detenzioni illegali contenute nella Direttiva sui rimpatri, tra cui, ad esempio, quella che prevede che non si debba fare ricorso alla detenzione ‘se nel caso specifico possono essere applicate in modo efficace misure sufficienti ma meno coercitive della detenzione”; pregiudica soprattutto la promozione dei rimpatri volontari, favorendo invece la detenzione e le espulsioni.

La Legge 129/2011, inoltre, autorizza l’espulsione forzata dall’Italia di cittadini dell’Unione europea che non posseggano i requisiti previsti dalla Direttiva europea sul libero movimento (Direttiva 2004/58/EC del Parlamento europeo e del Consiglio del 29 aprile 2004 sui diritti dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di muoversi e risiedere liberamente nel territorio di stati membri), e non abbiano rispettato un primo ordine di lasciare il paese. Amnesty International ritiene che tale disposizione possa essere applicata in modo discriminatorio e apra la strada all’espulsione di persone appartenenti a gruppi vulnerabili, come i rom.

Nel recente passato il ministro degli Interni Roberto Maroni aveva ripetutamente espresso l’intenzione di introdurre una legislazione che consentisse l’espulsione forzata di cittadini dell’Unione europea non in possesso dei requisiti indicati nella Direttiva collegando tale richiesta di poteri alla presenza dei rom sul territorio italiano.

In un’intervista rilasciata nell’agosto 2010 al ‘Corriere della Sera’, il ministro Maroni aveva sottolineato che ‘molti rom sono cittadini dell’Unione europea ma non rispettano i requisiti’ imposti dalla legislazione dell’Unione europea, aggiungendo che ‘il problema è che […] nel nostro paese molti rom e sinti hanno anche cittadinanza italiana, quindi hanno il diritto di rimanere, non c’è niente da fare’.

Amnesty International chiede al parlamento italiano di annullare le disposizioni della Legge 129/2011 relative al limite massimo di 18 mesi per la detenzione dei migranti irregolari e di garantire che ogni ritorno di questi ultimi nei paesi di origine avvenga in condizioni di dignità e sicurezza. Il parlamento italiano deve garantire che ogni limitazione al diritto di libero movimento si attenga strettamente alle norme e agli standard internazionali sui diritti umani, che comprendono in particolare il divieto di discriminazione sulla base di razza, nazionalità e origine etnica de jure o de facto.