La guerra in Ucraina raccontata da Kyiv

23 Febbraio 2026

Archivio privato

Tempo di lettura stimato: 11'

In occasione del quarto anniversario dell’inizio dell’invasione russa su vasta scala, Lera Burlakova, coordinatrice della comunicazione e delle campagne di Amnesty International Ucraina, riflette sulle condizioni di vita e di lavoro, su cosa voglia dire crescere un bambino durante la guerra e sulle attività di Amnesty International che non possono essere svolte da un luogo più sicuro.

In Ucraina la solidarietà non è uno slogan, è un’infrastruttura

L’intervento militare russo in Ucraina è iniziato ben prima dell’invasione su vasta scala del febbraio 2022. All’epoca, nel 2014, lasciai una professione che amavo, il giornalismo, e mi arruolai nell’esercito.

Lo feci per un senso di colpa. Durante Euromaydan* le persone venivano uccise nelle strade di Kyiv. Alcune di loro avevano meno di 18 anni. Lottavano per la libertà, per quella cosa cui stavo dedicando la mia vita. Allora ho capito che le parole non bastavano più: persone giovani venivano assassinate e io restavo viva. Arruolarmi è stato l’unico modo che conoscessi per convivere con quel senso di colpa, l’unico modo in cui potessi guadarmi negli occhi allo specchio.

*Le manifestazioni iniziate nel novembre 2013 contro la decisione del governo di sospendere le trattative per la conclusione di un accordo di associazione con l’Unione europea. Le proteste, represse con violenza mortale dalle forze di polizia, sfociarono nella cosiddetta “rivoluzione ucraina del 2014” e nella fuga e messa in stato d’accusa dell’ex presidente Viktor Janukovyc. Per una descrizione di quel periodo, si può leggere Andrei Kurkov, “Diari ucraini”, Keller 2014.

Sono stata sulla linea del fronte per tre anni e ne sono tornata con una disabilità. Ho portato la guerra dalle regioni orientali fin dentro casa. Quando gli dicevo che immaginavo le bombe cadere al centro di Kyiv, il mio psicoterapista rispondeva che con ogni probabilità si trattava di ansia o di stress post-traumatico, Per me non era niente di tutto ciò. Era solo una previsione.

La vita è andata avanti in quelle che allora erano pacifiche città ucraine. La mia vita pure. È nato mio figlio.

Sentivamo che l’invasione era vicina

All’inizio del 2022 già molte persone sentivano che l’invasione era vicina, anche se rifiutavano di crederlo.

Un giorno, qualche settimana prima dell’inizio dell’invasione su larga scala, mi trovavo per lavoro a Francoforte e avevo prenotato un volo di rientro per la sera stessa. Lufthansa cancellò il volo: l’equipaggio non voleva più trascorrere la notte in Ucraina.

Mio figlio era a Kyiv.

Sapevo cosa voleva dire la guerra: mancanza di connessione, rovine, incendi, cose di cui avevo già avuto esperienza. In guerra avevo perso il mio fidanzato: ricordo quando tenevo la sua mano gelida nella mia e poi quando indossavo al fronte, dormendoci pure, la sua divisa insanguinata.

La morte non è una cosa astratta. La morte ha nomi e cognomi.

Avevo il terrore che l’aeroporto di Kiev diventasse come quelli del Donetsk: una volta ci sono i voli, la volta dopo no. Un giorno la vita pulsava, il giorno dopo s’interrompeva brutalmente sotto le rovine.

Il volo del mattino dopo c’era. Sono arrivata a Kyiv, ho preso al volo alcune cose, ho messo mio figlio in macchina e abbiamo lasciato l’Ucraina il giorno stesso, settimane prima che iniziasse l’invasione.

Quindi, il 24 febbraio ero all’estero. Quella mattina i miei genitori hanno telefonato per salutarmi. Per fortuna erano vivi.

A terrorizzarmi non erano i bombardamenti. Avevo visto i russi da vicino. Avevo visto come trattavano i civili e i prigionieri di guerra. Sapevo che cosa significava occupare un territorio. Quindi Bucha non è stata una sorpresa.

Sopravvivere comporta compromessi

Sono tornata in Ucraina nello stesso 2022 con mio figlio che allora aveva quattro anni. La prima volta che abbiamo sentito la sirena dell’allarme aereo, si è messo a piangere. Gli ho detto: “Quella sirena non vuole spaventarti, vuole solo avvisarti di stare attento”. Quei momenti ci sono rimasti attaccati addosso. Come ogni altra persona, abbiamo imparato ad adattarci a situazioni cui mai avremmo immaginato di doverci adattare.

Nei primi mesi, e spesso ancora oggi, sopravvivere comporta compromessi. Il nostro palazzo non è dotato di un rifugio, quello più vicino è una stazione della metropolitana. Se corri al rifugio cinque volte in 24 ore, per lo più di notte, portando con te un bambino e un cane, smetti di vivere. I bambini smettono di studiare. Gli adulti smettono di lavorare. Così devi iniziare a riflettere su quando scegliere di ignorare l’allarme, su dove stare.

Da quattro anni, la vita in Ucraina è una sopravvivenza con una parvenza di ostinata normalità. Quest’inverno è il peggiore. Dalla metà di gennaio il nostro palazzo è privo di riscaldamento, le temperature precipitano sotto zero. Stiamo in una sola stanza. Ricordo il Donbass: edifici distrutti, finestre coperte con le lenzuola, dormire col cappello di lana in testa, usare ogni cosa che mi venisse in mente. La modalità-sopravvivenza circoscrive la vita. Il tuo orizzonte diventa stagionale: viviamo in attesa della primavera.

Non si possono evacuare tre milioni di persone da Kyiv

Ci chiedono perché non ce ne andiamo. Ma non si possono evacuare tre milioni di persone da Kyiv. Soprattutto: la Russia vuole il panico, vuole che noi ce ne andiamo e questo è esattamente quello che non vogliamo.

Il mio attuale fidanzato è nell’esercito. Lo vedo raramente: l’anno scorso, sì e no due settimane. Ho già perduto una persona in questa guerra, così a volte la paura si trasforma in qualcosa di così duro che rischia di spezzarti. Quello che ci irrita di più è il tempo che stiamo perdendo. Questa è l’unica vita che abbiamo e la stiamo misurando in brevi visite e in ritorni del tutto incerti.

Mio figlio è un ragazzino felice e curioso, gli piacciono i dolci, i Lego e Star Wars. È sicuro che il bene trionferà sul male. Cerchiamo di vivere credendoci a nostra volta, anche quando siamo stanchi.

 

Durante la maggior parte delle notti c’è un attacco aereo. Dormiamo su un materasso in corridoio, dove non ci sono finestre. Non puoi salvarti da un colpo diretto ma le pareti possono proteggerti dalle schegge dei vetri.

La giornata-tipo inizia controllando se c’è un allarme aereo. Se c’è, le scuole iniziano un’ora dopo che è terminato e sono aperte solo quelle che hanno un rifugio dove gli alunni possono continuare a studiare.

Niente riscaldamento, spesso niente elettricità, a volte niente acqua

La maggior parte del lavoro lo svolgo da casa o sul campo. Lavoriamo, il mio team e io, sia con la stampa straniera che con quella ucraina: organizziamo eventi per favorire la conoscenza e raccontare storie. Raccogliamo tante testimonianze e centinaia di storie individuali. Non c’è riscaldamento, spesso non c’è elettricità, a volte manca anche l’acqua. Le caffetterie però rimangono aperte perché hanno impianti a gas e generatori d’emergenza. Così, puoi ricaricare il tuo laptop ovunque. La pasticceria lungo la strada apre ogni mattina con le sue tiepide cialde alla cannella. Le persone si aiutano costantemente l’una con l’altra. Qui la solidarietà non è uno slogan, è un’infrastruttura.

Per quanto lavorare così sia difficile, è esattamente per questo che dobbiamo stare qui. Le attività sui diritti umani non possono essere svolte da un luogo più sicuro. Occorre vivere nelle stesse condizioni delle persone di cui raccogli le testimonianze. Parlare con persone che hanno perso tutto ti fa sentire in qualche strano modo in un contesto familiare: le nostre esperienze coincidono. Ci comprendiamo senza bisogno di lunghe spiegazioni. Ci abbracciamo.

Anche i genitori che hanno perso i figli a causa degli attacchi aerei russi parlano apertamente. Ricordano i frutti preferiti dei loro figli, le loro parole preferite non perché sia facile ma perché vogliono impedire la morte successiva.

Le nostre speranze sono semplici

Lavoro con le famiglie dei prigionieri di guerra. Una donna, malata terminale di cancro, ha atteso più di tre anni il marito, tenuto dai russi senza dare sue notizie. Quando alla fine c’è stato lo scambio di prigionieri, ha pubblicato la foto di loro che si baciavano con la scritta “Abbiamo vinto”.

Ecco come io intendo il verbo vincere: rimanere esattamente le persone che siamo pur se nelle peggiori condizioni possibili, non permettere a nessuno di cambiare ciò che siamo, ciò che amiamo, il luogo dove viviamo.

Non abbiamo progetti a lungo periodo. Le nostre speranze sono semplici: sopravvivere a questo inverno, tenere in vita le persone che amiamo, avere giustizia anche se ci vorrà del tempo.

Noi e Amnesty International

Per noi Amnesty International è una porta aperta verso il mondo, uno strumento per raccontare le nostre esperienze anche quando l’attenzione del mondo si rivolge altrove. Perché noi non siamo una notizia di breve durata. Noi siamo persone. Noi abbiamo diritti.

Amnesty International ci dà una piattaforma, un sostegno, un peso istituzionale e la fiducia che deriva dal suo nome. Permette alle nostre testimonianze di valicare le frontiere, di arrivare a coloro che prendono decisioni, a chi fa giornalismo e alle persone comuni che altrimenti non ci ascolterebbero.

Amnesty International ci dà la speranza che prima o poi la sofferenza delle persone innocenti uccise in questa guerra di aggressione sarà onorata dalla giustizia. Spero più presto che tardi, perché vogliamo assistere a quel momento.

 

Sostieni il nostro lavoro di ricerca

30 €

Al mese

ci aiuti a inviare sul campo persone che fanno ricerca per documentare le violazioni dei diritti umani.

Dona

20 €

Al mese

fornisci alle vittime un supporto internazionale per contrastare processi iniqui e sentenze di morte.

Dona

15 €

Al mese

ci aiuti a indagare, svelare e documentare violazioni monitorando zone ad alto rischio.

Dona

Scelta libera

80 €

contribuisci a organizzare campagne per difendere i diritti umani nel mondo.

Dona

60 €

ci aiuti a fare ricerca sul campo per indagare le violazioni dei diritti.

Dona

40 €

contribuisci a promuovere un'azione urgente in difesa di chi vede violati i propri diritti.

Dona

Scelta libera

Il tuo sostegno conta: ogni giorno lavoriamo per cambiare il mondo, ma per riuscirci dobbiamo essere in tanti. Per riuscirci abbiamo bisogno di te.


Puoi donare anche con:

  • bonifico bancario intestato a Amnesty International – Sezione Italiana ODV
    IT 69 Y 05018 03200 000010000032 – presso Banca Popolare Etica
  • bollettino postale sul conto corrente postale n° 552000 intestato a Amnesty International – Sezione Italiana ODV