Archivio privato
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Morto per un Tso violento, nelle mani di chi avrebbe
dovuto aiutarlo e proteggerlo.
Lo raccontiamo in sua memoria, affinché non accada mai più.
Andrea Soldi è un ragazzo solare, allegro, grande tifoso del Torino. Ha una bellissima famiglia e ammira il passato in Marina del padre. Proprio per questo, decide di intraprendere la carriera militare.
È proprio lì che la vita di Andrea prende una svolta inaspettata. Al giuramento la famiglia nota che “Andrea era silenzioso, era dimagrito tantissimo e non era espansivo come suo solito”.
Il tempo passa e la situazione non cambia. Per questo, lo portano a fare delle visite specialistiche che restituiscono una diagnosi di schizofrenia paranoide.
Andrea inizia le cure sotto la supervisione del medico curante. Si riescono a contenere le crisi e a gestirle, non mostra comportamenti violenti.
È il 2015 quando Andrea va a vivere da solo. Prima di trasferirsi mostra grandi segni di miglioramento e sembra aver trovato il suo equilibrio.
È proprio qui, con questo trasferimento che cambia, nuovamente, tutto.
Nei suoi “momenti no”, si rifugia nel suo posto sicuro: una panchina in piazza Umbria. Qui passa le sue giornate, stringe rapporti con le persone che vivono nei dintorni, che non raccontano mai di comportamenti violenti o lesivi.
La sua famiglia però è preoccupata perché Andrea sta mostrando segni di crisi, disinteresse verso il mondo e isolamento. Così contatta il medico curante che il 4 agosto dispone un Tso che, il giorno dopo, si rivelerà mortale.
di famiglia SoldiÈ proprio la panchina che Andrea considera il suo rifugio sicuro a essere teatro dei suoi ultimi momenti di vita. Il 5 agosto il suo medico curante e tre agenti della polizia municipale lo raggiungono in piazza Umbria. È il padre di Andrea a indicare al medico la panchina per poi allontanarsi, su suggerimento del medico, per non complicare le cose. L’uomo non si preoccupa, non è una situazione nuova per lui. Suo figlio è stato ricoverato più volte e sottoposto alla procedura ed è sempre stato collaborativo.
Quel giorno, però, tutto è diverso e la situazione degenera.
All’arrivo del medico e degli agenti, Andrea si rifiuta di salire sull’ambulanza che avrebbe dovuto portarlo in ospedale. Non ha atteggiamenti violenti e si mostra collaborativo proponendo un’alternativa. Ma non basta.
I tre uomini in divisa, sotto la supervisione del medico curante, lo immobilizzano. Andrea viene stretto al collo mentre è ancora seduto sulla panchina, da dietro: una manovra contenitiva, non necessaria. Perde i sensi, sviene. Nessuno se ne cura. Incosciente, viene condotto a terra con violenza, sbatte la faccia, viene ammanettato e mantenuto in posizione prona per un tempo prolungato, nonostante manifesti segni di soffocamento.
Viene caricato sull’ambulanza, sdraiato sulla barella, nella stessa posizione. Il tragitto verso l’ospedale lo fa così: a pancia in giù, ammanettato, ancora incosciente, in difficoltà respiratorie.
A nessuno interessa che stia bene, se respira, se è ancora vivo. A nulla serve l’intervento dell’infermiera che intercetta Andrea appena arrivato in struttura e urla più volte che gli siano tolte le manette. L’equipe prova a rianimarlo ma non c’è nulla da fare. Andrea è già morto per asfissia da strangolamento, a 45 anni.

Inizia così un lungo processo. La procura di Torino conferma, attraverso l’autopsia sul corpo di Andrea, il nesso di causa-effetto tra la contenzione subita e la morte. Per questo, condanna per omicidio colposo il medico psichiatra e i tre agenti della polizia municipale a un anno e otto mesi di reclusione.
Nel 2020 la Corte d’appello di Torino conferma le condanne in primo grado per omicidio colposo nei confronti dei quattro imputati, ma le riduce a un anno e sei mesi.
Durante i processi, viene accertato dai tribunali che la procedura del Tso è stata attivata dal medico senza il necessario nulla osta del sindaco. Il medico è stato anche accusato di omissione dell’assistenza sanitaria in quegli attimi fatali e durante il viaggio verso l’ospedale.
Eppure, nessuno ha passato un solo giorno in carcere e il risarcimento per la famiglia è stato pagato dal Comune di Torino.
Il commento di Maria Cristina Soldi, sorella della vittima:
«Sono felice perché ho sempre creduto nella giustizia, fin dal giorno della morte di Andrea abbiamo sempre voluto l’accertamento della verità e nessuna vendetta. Un anno e sei mesi sono pochi? Io non cercavo il carcere ma una condanna significativa morale. Questo pronunciamento significa che lo stato è accanto ai più fragili. Ora avrò ancora più forza.».
Nel 2021 è stato pubblicato un libro, “Noi due siamo uno. Storia di Andrea Soldi, morto per un Tso”, scritto da Matteo Spicuglia, che racconta la storia di Andrea a partire dal ritrovamento del suo diario e di alcuni suoi scritti sulla malattia e sul mondo che lo circonda.
Questi scritti si sono rivelati preziosi per la famiglia Soldi, per cercare di capire cosa passasse nella mente di Andrea, quali fossero le cose non dette e cosa provasse. Scritti che non avevano mai visto. Dal libro nasce la borsa lavoro «Andrea Soldi», finanziata da Maria Cristina Soldi e da suo padre Renato in memoria di Andrea, che offre concrete opportunità di inserimento lavorativo e inclusione sociale a persone con disagio psichico.
Nel 2021 a Torino, proprio in piazza Umbria, sopra la panchina tanto cara ad Andrea Soldi, viene inaugurata una targa commemorativa, “per non dimenticare, affinché non accada mai più”.
Archivio privatoLa storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata “Storie di violenza di stato”.
Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l’Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.
Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia.
Storie che abbiamo già raccontato in questi anni: