La storia di Francesco Mastrogiovanni

4 Agosto 2026

Archivio privato

Tempo di lettura stimato: 8'

“Non mi fate portare a Vallo (della Lucania) perché là mi ammazzano.”

Aveva ragione: legato per 87 ore consecutive, senza cibo, senza cure,

senza famiglia, senza umanità, muore per un Tso violento.

 

“Tutti i bambini, ma anche i genitori hanno dei ricordi bellissimi di lui. Era un maestro tenero e molto amato. A casa abbiamo ancora i disegnini e le letterine dei suoi alunni”.

– Grazia Serra

 

CHI È FRANCESCO MASTROGIOVANNI

Francesco, conosciuto da tutti come Franco, insegna alle elementari e i suoi alunni lo chiamano affettuosamente “il maestro più alto del mondo”. I suoi alunni gli vogliono bene e lo ricordano con affetto: i tanti disegni che ha conservato nel tempo ne sono la prova.

La nipote Grazia ricorda Franco: “Era uno zio normale, era lo zio dei giochi che mi permetteva di saltare sui letti: una persona molto colta, amante del cinema, del teatro. Tutti i bambini, ma anche i genitori hanno dei ricordi bellissimi di lui. Era un maestro tenero e molto amato. A casa abbiamo ancora i disegnini e le letterine dei suoi alunni”.

L’ILLECITO E L’INSEGUIMENTO

Nel luglio del 2009 Franco si trova a Vallo della Lucania, in provincia di Salerno in un campeggio vicino al mare per le vacanze. Passa giornate tranquille e prende confidenza con la proprietaria e la sua famiglia.

Il 30 luglio, secondo le dichiarazioni della polizia municipale, Franco entra con la sua auto nell’isola pedonale di Acciaroli ad alta velocità. Non ci sono danni e feriti, ma in quel momento inizia una caccia all’uomo.

Il giorno dopo la sua auto viene avvistata dagli agenti e inizia un inseguimento. Arrivati alla spiaggia del campeggio, Franco abbandona la macchina e si getta in mare, restando lì per ore. Esce dall’acqua per consegnarsi e viene circondato da dieci carabinieri.

Viene disposto un trattamento sanitario obbligatorio (Tso). Le ultime parole di Franco sono: “Non mi fate portare a Vallo, perché là mi ammazzano”. Le dice alla proprietaria del campeggio, prima di allontanarsi con gli uomini in divisa.

Dal momento in cui esce dall’acqua Franco però è collaborativo e lucido: prende un caffè insieme agli agenti e poi si fa una doccia prima di salire sull’ambulanza che lo deve portare all’ospedale.

Eppure, Franco da quell’ospedale non uscirà vivo: quel Tso lo porta, lentamente, alla morte.

IL TSO DI 87 ORE, LA TORTURA, LA MORTE

Il 31 luglio Franco viene ricoverato all’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dotato di telecamere di videosorveglianza. Questo dettaglio si rivela estremamente importante durante le indagini, i processi e la ricostruzione dei fatti.

Quel giorno Franco viene portato in una stanza dalla quale, nelle prime ore, si può spostare liberamente. Le telecamere mostrano come entra ed esce dalla stanza, parla con il personale sanitario, va a prendersi il pranzo, quello che sarà il suo ultimo pasto, che mangia tranquillamente nella sua stanza.

Qualche ora dopo, Franco è immobilizzato a letto, mani e piedi legati. Sta dormendo profondamente: non è un pericolo, né per sé stesso né per gli altri.

Rimane così per 87 ore, senza ricevere cure e visite: alla famiglia viene detto di non vederlo.

L’acqua e il cibo, portati in stanza e lasciati sul comodino, sono fuori dalla sua portata. Non può raggiungerli.

Il personale entra ed esce dalla stanza senza slegarlo mai, senza aiutarlo a mangiare. I filmati mostrano come viene pulita una macchia di sangue vicino al letto nella più totale indifferenza. In quel momento Franco chiede aiuto, aiuto che non riceve.

Sono le 2 di notte del 4 agosto: Franco muore in un letto d’ospedale, a 58 anni. La causa ufficiale è un edema polmonare. Una morte lenta, una “fame d’aria”.

Gli infermieri si renderanno conto della sua morte solo alle 7 di mattina, cinque ore dopo il decesso, nonostante avessero accesso ai filmati delle telecamere, messe lì proprio per monitorare i pazienti.

LA RICOSTRUZIONE DEI FATTI E I PROCESSI

Per ricostruire gli ultimi giorni di Franco Mastrogiovanni sono state essenziali le telecamere di videosorveglianza del reparto in cui è stato ricoverato. Questo perché, dei fatti accaduti durante la contenzione di Franco, non è stato riportato nulla nelle cartelle cliniche. Come se Franco non fosse un paziente e non stesse ricevendo alcun tipo di trattamento. È proprio questo elemento a dare una svolta alle vicende processuali.

La nipote Grazia non ha mai spesso di lottare per ottenere giustizia per la morte di suo zio, affrontando tutta la vicenda giudiziaria, durata quasi dieci anni.

Dopo anni di processi, medici e infermieri vengono condannati in primo grado per sequestro di persona e falso ideologico in cartella clinica e per quello che in appello diventa “morte in conseguenza di altro delitto”.

Infatti, la Corte d’appello di Salerno si esprime nel 2016 confermando le condanne di sei medici e condannando anche 11 infermieri, che erano stati assolti in primo grado, con pene da sette a 15 mesi.

Nel 2018 la Corte di cassazione conferma nuovamente le condanne per sequestro di persona e falso ideologico, mentre cade in prescrizione il terzo reato, quello di “morte in conseguenza di altro delitto”.

La Cassazione si esprime scrivendo una frase destinata a fare storia: una contenzione come quella subita da Mastrogiovanni può configurare il reato di sequestro di persona. Stabilisce inoltre che la contenzione non ha finalità terapeutiche.

LA SENTENZA FINALE

Eppure, le condanne di tutti gli imputati cadono in prescrizione perché inferiori ai due anni. Nessuno di loro andrà in carcere e tutti continueranno a esercitare la propria professione.

Il nostro commento nel 2016, dopo la sentenza della Corte d’appello: “In quei giorni e quelle notti, quel reparto psichiatrico da luogo di cura divenne in sostanza luogo di tortura. A fronte di questo, non può che lasciare perplessi il fatto che tutti i condannati hanno beneficiato della sospensione della pena e della revoca dall’interdizione dei pubblici uffici.”

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STORIE DI VIOLENZA DI STATO

La storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata  “Storie di violenza di stato”.

Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l’Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.

Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia.

Storie che abbiamo già raccontato in questi anni:

  • nella mostra fotografica di Antonio de Matteo “La lotta, il coraggio e l’amore. Dodici storie di violenza di Stato”; 

  • nella terza stagione del podcast Ellissi, con la voce narrante di Gianmarco Saurino, prodotto da Emons Record e Amnesty International Italia in collaborazione con Domani Editoriale.