La storia di Stefano Cucchi

22 Ottobre 2026

Tempo di lettura stimato: 8'

“Sono caduto dalle scale”

“Quando la smetteremo di raccontare questa cazzata?”

“Quando le scale smetteranno de menacce”

– “Sulla mia pelle”, Alessio Cremonini

 

LA SERA DELL’ARRESTO

Stefano Cucchi è un geometra romano, lavora con il padre e ha 31 anni.

Ha un passato turbolento ma, da quando è uscito dalla riabilitazione per dipendenza dalle droghe, ha ripreso in mano la sua vita.

La sera del 15 ottobre 2009 Stefano è in macchina con un amico vicino a Parco degli Acquedotti, a Roma, quando si avvicina loro una pattuglia con due carabinieri.

Inizia così una perquisizione che porta al ritrovamento di hashish, cocaina e un farmaco per l’epilessia, di cui Stefano soffre.

I due agenti lo accusano di spaccio, lui invece dichiara subito l’uso personale delle sostanze.

Durante la perquisizione, si aggiungono due agenti in borghese. Sono loro ad arrestare Stefano.

Stefano viene portato quindi alla caserma di via Calice. In piena notte, viene ordinata una perquisizione a casa dei genitori.

Stefano sta ancora bene e nell’abitazione non vengono trovate altre sostanze.

Questa è l’ultima volta in cui sua madre, Rita Calore, lo vede vivo.

Dopo la perquisizione, infatti, viene spostato nella caserma di Roma Casilina dove subisce un violento pestaggio.

 

GLI ULTIMI GIORNI DI STEFANO

La mattina del 16 ottobre Stefano viene portato in tribunale per la convalida dell’arresto. Nonostante richieda con insistenza il suo avvocato di fiducia, gliene viene assegnato uno d’ufficio.

Il padre, Giovanni Cucchi, nota dei segni intorno agli occhi del figlio.

Stefano appare provato e dalla registrazione del dialogo con la giudice si sente la sua voce affaticata rispondere alle domande. Gli viene fatta una visita medica.

Nelle ore successive, viene trasferito nel carcere di Regina Coeli e lì una visita medica dispone il trasferimento al pronto soccorso dell’ospedale Fatebenefratelli per accertamenti. Stefano rifiuta il ricovero ma, il giorno dopo, viene comunque portato nel reparto detentivo dell’ospedale Sandro Pertini.

Stefano sta molto male, non riesce a bere e mangiare. Nel frattempo, alla famiglia non viene mai permesso di incontrarlo.

L’autorizzazione al primo colloquio arriva infatti solo il 23 ottobre, ma è ormai troppo tardi perché Stefano è morto la notte precedente, dopo sette giorni di sofferenza.

In obitorio i genitori e la sorella, Ilaria Cucchi, si ritrovano davanti una scena agghiacciante: un corpo pieno di lividi, che restituisce un chiaro quadro di violenza.

 

LA LOTTA PER LA GIUSTIZIA

Iniziano così anni di processi, appelli, udienze, perizie, testimonianze e consulti tecnici.

Anni di assoluzioni e verità negate.

La famiglia però non si arrende e lotta per ottenere verità e giustizia. Sua sorella, Ilaria, è sempre in prima linea e, insieme all’avvocato Fabio Anselmo, fa diventare Stefano il simbolo di tutte le morti di stato in Italia e delle richieste di maggiore responsabilità e trasparenza nell’operato delle forze di polizia.

Nei primi processi, la responsabilità per la morte di Stefano viene inizialmente attribuita alle carenze dell’assistenza medica.

Gli agenti della polizia penitenziaria vengono invece assolti, nonostante i tentativi dei carabinieri di depistare e imputare loro la responsabilità.

Si arriva così al giugno 2013: in primo grado alcuni medici dell’ospedale Sandro Pertini vengono condannati per omicidio colposo, con pene sospese, per le omissioni nelle cure prestate a Stefano. Dopo un lungo iter giudiziario, il 14 novembre 2019, quattro medici vengono prosciolti per prescrizione e una dottoressa viene assolta.

 

LA SVOLTA DECISIVA

La prima svolta decisiva arriva grazie alle testimonianze del carabiniere Riccardo Casamassima, che contribuisce alla riapertura delle indagini, e poi di Francesco Tedesco, uno dei cinque carabinieri imputati nel processo per la morte di Stefano.

Durante l’udienza dell’11 ottobre 2018, Tedesco descrive il pestaggio e indica come autori materiali i colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro, proprio i due agenti in borghese intervenuti durante l’arresto.

Riferisce inoltre di aver redatto una nota di servizio per raccontare quanto accaduto, documento che, secondo la sua testimonianza, sarebbe stato fatto sparire.

Il processo coinvolge cinque carabinieri: Di Bernardo e D’Alessandro sono accusati di omicidio preterintenzionale; Tedesco, inizialmente imputato per lo stesso reato, collabora con gli inquirenti e viene condannato per falso; il maresciallo Roberto Mandolini risponde di falso e il carabiniere Vincenzo Nicolardi di calunnia.

Il 14 novembre 2019 la Corte d’assise di Roma condanna Di Bernardo e D’Alessandro a 12 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale. Tedesco viene assolto dall’accusa di omicidio, ma condannato a due anni e sei mesi per falso; Mandolini viene condannato per lo stesso reato.

Ilaria Cucchi commenta: “Stefano è stato ucciso, questo lo sapevamo e lo ripetiamo da dieci anni. Forse ora potrà riposare in pace”.

Il 4 aprile 2022 la Corte di cassazione rende definitive le condanne di Di Bernardo e D’Alessandro, riducendo le pene da 13 a 12 anni. Per Mandolini e Tedesco viene disposto un nuovo giudizio d’appello limitato alla rideterminazione della pena per il reato di falso; nel luglio 2022 vengono inflitte nuove pene, ma nel novembre 2023 la Cassazione dichiara il reato prescritto.

 

CUCCHI-TER E BILANCIO FINALE

La vicenda giudiziaria prosegue con il processo Cucchi-ter, dedicato ai depistaggi messi in atto dopo la morte di Stefano per ostacolare l’accertamento delle responsabilità. Nell’aprile 2022, in primo grado, vengono condannati tutti gli otto carabinieri imputati. Il 19 giugno 2025 la Corte d’appello conferma due condanne e dichiara tre prescrizioni e due assoluzioni.

Infine, il 4 marzo 2026 la Cassazione chiude il procedimento: restano definitive le condanne di due carabinieri, rispettivamente a dieci mesi e a due anni e sei mesi; per tre imputati viene confermata la prescrizione mentre le assoluzioni perché il fatto non sussiste salgono a tre.

Il bilancio finale del Cucchi-ter è quindi di due condanne, tre prescrizioni e tre assoluzioni.

 

 

STORIE DI VIOLENZA DI STATO

La storia che hai appena letto fa parte della serie curata da Amnesty International Italia intitolata “Storie di violenza di stato”. 

Da Federico Aldrovandi a Stefano Cucchi, da Andrea Soldi a Davide Bifolco. Attraverso fatti di cronaca che hanno scosso l’Italia ripercorreremo le lotte per la verità e la giustizia di familiari e amici.

Storie che, in alcuni casi, sono ancora senza giustizia. 

Storie che abbiamo già raccontato in questi anni:

  • nella mostra fotografica di Antonio de Matteo “La lotta, il coraggio e l’amore. Dodici storie di violenza di Stato” 

  • nella terza stagione del podcast Ellissi, con la voce narrante di Gianmarco Saurino, prodotto da Emons Record e Amnesty International Italia in collaborazione con Domani Editoriale.