“LE LEGGI SULLA BLASFEMIA SI PRESTANO ALL’ABUSO”: UN RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SUL PAKISTAN - Amnesty International Italia

“LE LEGGI SULLA BLASFEMIA SI PRESTANO ALL’ABUSO”: UN RAPPORTO DI AMNESTY INTERNATIONAL SUL PAKISTAN

20 dicembre 2016

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Secondo un rapporto diffuso oggi da Amnesty International, le leggi sulla blasfemia in vigore in Pakistan sono spesso usate contro le minoranze religiose o in modo strumentale e rafforzano i gruppi di vigilantes intenzionati a minacciare o uccidere le persone accusate.

“Vi sono prove schiaccianti che le leggi sulla blasfemia violano i diritti umani e incoraggiano le persone ad applicarle per loro tornaconto. Una volta che una persona viene accusata entra in un sistema che le offre ben poca protezione, la presume colpevole e non la tutela da coloro che vogliono usarle violenza” – ha dichiarato Audrey Gaughram, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.

Il rapporto spiega come le persone accusate di blasfemia debbano portare avanti una lotta impari per vedersi riconosciuta l’innocenza. Anche se vengono prosciolte e rilasciate, spesso dopo lunghi ritardi, possono ancora subire minacce di morte.

Una volta che è stata denunciata per blasfemia, la persona accusata può essere arrestata, anche senza che la polizia verifichi se la denuncia è fondata. Piegandosi alla pressione di folle infuriate e di leader religiosi, spesso la polizia trasmette il caso a un magistrato senza approfondire le prove. Quando l’accusa è formalizzata, il rilascio su cauzione può essere negato e si prospetta un processo dai tempi lunghi e iniquo, come nel noto caso di Asia Bibi, sotto sentenza di morte dal 2010.

La minaccia di violenza accompagna molte persone accusate di blasfemia: gruppi o singole persone cercano di assumere la legge nelle loro mani minacciando o uccidendo le persone accusate e quelle a loro legate, come i familiari, gli avvocati e i membri della comunità di appartenenza.

La paura raggiunge anche chi lavora all’interno del sistema giudiziario, impedendo ad avvocati, agenti di polizia, magistrati e giudici di operare in modo efficace e imparziale e senza temere conseguenze.

Il rapporto di Amnesty International spiega come le leggi sulla blasfemia si prestino all’abuso e violino gli obblighi internazionali del Pakistan di rispettare e proteggere tutta una serie di diritti umani, come le libertà di religione, credo, opinione ed espressione. L’organizzazione per i diritti umani chiede l’annullamento di queste leggi e l’adozione di nuove norme che rispettino in pieno il diritto internazionale.

Le leggi sulla blasfemia vengono usate per colpire alcune tra le persone più vulnerabili, come i bambini, le persone con disabilità mentale, gli appartenenti alle minoranze religiose e i poveri.

La Corte suprema pakistana ha riconosciuto che “la maggioranza dei casi di blasfemia è basata su accuse false” e ha origine da altri motivi che, secondo Amnesty International, sono raramente approfonditi dalle autorità: rivalità professionali, dispute religiose o personali, possibilità di acquisire vantaggi economici.

“I casi descritti nel nostro rapporto rivelano quanto leggi scritte in modo generico siano prive di garanzie e si prestino all’abuso. Esse favoriscono chi denuncia, consentendo di fare processi su accuse false, e danneggiano l’accusato, presumendone la colpevolezza. Per tutta una serie di ragioni, le autorità dovrebbero annullare queste leggi e introdurre immediatamente garanzie per impedire procedimenti basati su accuse false” – ha sottolineato Gaughram.

Uno dei casi descritti nel rapporto è quello di Rimsha Masih, una bambina cristiana con difficoltà di apprendimento che a 14 anni è stata accusata da un leader religioso locale di aver dato fuoco a una copia del Corano. Nonostante l’età e le condizioni di salute, è stata arrestata e accusata di blasfemia. Dopo tre mesi trascorsi sotto i riflettori dei media, l’Alta corte di Islamabad ha chiuso il caso sostenendo che la bambina era stata falsamente accusata senza alcuna prova e che in caso di processo la giustizia sarebbe stata strumentalizzata.

A causa delle minacce ricevute, Rimsha Masih e la sua famiglia sono fuggite in Canada dove hanno ottenuto asilo politico.

Un altro caso è quello di un noto avvocato per i diritti umani, Rashid Rehman, uno dei pochi legali che hanno avuto il coraggio di difendere in tribunale persone accusate di blasfemia.

L’8 maggio 2014 l’avvocato Rehman è stato ucciso nel suo studio da due uomini non identificati. Il giorno dopo, nella sede degli avvocati della sua città, Multan, sono stati trovati volantini su cui era scritto che la vittima era andata incontro al suo destino perché aveva cercato di “salvare un blasfemo”.

Una volta, l’avvocato Rehman aveva detto che difendere le persone accusate di blasfemia era come “camminare negli abissi della morte“. Meno di un mese prima di essere ucciso, era stato minacciato durante un’udienza pubblica: “Alla prossima udienza non ci sarai, perché non esisterai più“. Le persone che lo minacciarono non sono mai state interrogate in relazione all’omicidio.

A causa degli alti rischi che hanno di fronte, molti avvocati rinunciano a difendere le persone accusate di blasfemia. Una famiglia ha lottato a lungo per trovare un avvocato, ricevendo sistematici rifiuti fino a quando se n’è proposto uno che ha chiesto una parcella esorbitante. Dopo essere stato picchiato nel corso di un’udienza del processo, l’avvocato ha abbandonato il caso e ha troncato i rapporti con la famiglia.

Il rapporto di Amnesty International denuncia la vicenda di una coppia di religione cristiana assassinata nello stato del Punjab. Shama e Shahzad Masih vivevano coi loro tre figli nel villaggio di Kot Radha Kishan. Lavoravano 18 ore al giorno in una fornace di mattoni, in condizioni molto dure, pagati l’equivalente di poco più di sei euro ogni migliaio di mattoni prodotti.

Un giorno del novembre 2014 Shama, incinta da cinque mesi, stava dando fuoco ai beni del suocero, morto da poco: in assenza di servizi di raccolta, in molti villaggi i rifiuti vengono bruciati.

Di li a poco, nel villaggio si è sparsa la voce che la donna aveva incendiato alcune pagine del Corano. Dagli altoparlanti della moschea del villaggio vicino, si è sentita la voce dell’imam chiedere che la coppia venisse “bruciata così come aveva fatto col libro sacro“.

Una folla inferocita è allora accorsa alla fornace di mattoni, dove nel frattempo Shama e Shahzad erano stati chiusi in un piccolo locale da un uomo che aveva loro prestato del denaro. La coppia è stata trascinata fuori, picchiata ripetutamente, portata alla fornace e gettata tra le fiamme. Alla scena hanno assistito senza intervenire cinque agenti di polizia.

In seguito, la polizia ha arrestato oltre 100 persone. Il primo ministro Nawaz Sharif ha condannato il duplice assassinio e suo fratello, il governatore del Punjab, ha visitato il villaggio per portare le condoglianze ai familiari della coppia.

Il 23 novembre 2015 un tribunale antiterrorismo ha condannato a morte cinque uomini. Amnesty International chiede che sia posta fine all’impunità per crimini come l’omicidio della coppia cristiana ma si oppone sempre e comunque alla pena capitale.

La mancanza di un intervento efficace e tempestivo prima che la folla diventasse violenta è un aspetto caratteristico dello stato del Punjab. La polizia è spesso a conoscenza delle minacce contro membri delle minoranze religiose ma non agisce con decisione contro la folla aizzata dai leader religiosi che la esortano all’omicidio.

Il rapporto “As good as dead’ The impact of the blasphemy laws in Pakistan” è disponibile presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International Italia e all’indirizzo: As good as dead

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