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La Global Sumud Flotilla, con a bordo attiviste e attivisti provenienti da oltre 40 paesi, è diventata un’enorme simbolo di solidarietà nei confronti della popolazione palestinese a Gaza. La missione aveva l’obiettivo di rompere il blocco navale illegale imposto da Israele sulla Striscia di Gaza e di portare aiuti umanitari alla popolazione. Le persone, attiviste pacifiche, impegnate nella missione umanitaria, dopo essere state intercettate e arrestate illegalmente al largo della costa della Striscia, sono state descritte come terroriste. Le autorità israeliane hanno tentato di trasformare la loro presenza in un caso di immigrazione, esercitando forti pressioni per far firmare un “rimpatrio volontario”. Chi si è rifiutato ha subìto ulteriori intimidazioni e maltrattamenti nei centri di detenzione, tra cui privazione di sonno, acqua, cibo e medicinali.
Tony La Piccirella, che faceva parte dell’equipaggio, racconta così la sua esperienza: “Il sequestro è qualcosa che toglie il controllo che hai sul tuo corpo, in questo caso eravamo quasi 600 persone. Il momento più simbolico è stato durante il discorso di Ben Gvir mentre noi eravamo ammanettati e inginocchiati, mentre ci accusava di essere terroristi e che saremmo marciti in carcere, sono partiti cori ‘free Palestine’ e fischi”.
Nessuna delle azioni messe in piedi da Israele per fermare le persone attiviste può essere giustificata dal diritto internazionale.
“Durante un sequestro di persona illegale, pensare ai propri diritti non riesce automatico, ci si sente come in uno spazio grigio dove la legge non è più applicabile, si è alla completa mercè di una forza militare che sta agendo in forma indipendente da qualsiasi accordo internazionale. (…) Con queste missioni di disobbedienza civile, l’obiettivo non è solo riempire un vuoto del diritto internazionale, ma è anche diventare un problema, fare pressione, usare la propria visibilità per richiamare l’attenzione sulle ingiustizie. (…) La visibilità e l’attenzione internazionale sono stati il nostro unico scudo. Nel momento in cui c’è consapevolezza che non c’è nessuna intenzione da parte di Israele di rispettare alcuni diritti, né l’interesse nel consentire una missione umanitaria, e che tutti gli stati attorno, complici, non hanno intenzione di proteggere preventivamente la missione, né di proteggere il diritto internazionale, né di fermare Israele, allora si è soli in mezzo ad acque internazionali, senza copertura, l’unica copertura diventa il popolo che ha gli occhi sulla missione e su quello che succede in Palestina”.
A cura di Tina Marinari, campaigner di Amnesty International Italia