Lettera aperta al Senato sul reato di tortura in Italia - Amnesty International Italia

Lettera aperta al Senato sul reato di tortura in Italia

26 giugno 2016

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Egregio Senatore

oggi è il 26 giugno 2016, Giornata internazionale per le vittime della tortura. Qualcuno di voi, poco più di un anno fa, aveva ipotizzato che il Parlamento potesse approvare definitivamente, entro la ricorrenza di oggi, una legge introduttiva di una fattispecie specifica di tortura nel nostro ordinamento. Noi, forse ingenuamente, abbiamo sperato. Invece, non soltanto quella previsione non si è avverata, ma poco dopo l’argomento è scomparso dall’agenda del Senato. Il Parlamento italiano non ha dedicato più un solo minuto del proprio tempo – da un anno a questa parte – all’introduzione di norme che permettano finalmente di punire adeguatamente (e così facendo di prevenire) la tortura nel nostro paese.

Eppure un certo senso di urgenza sarebbe giustificato. Sono passati quasi trent’anni da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, senza mai onorare compiutamente gli impegni presi. Ne sono passati circa 25 da quando il Parlamento ha cominciato a discutere della definizione del reato di tortura – senza concludere nulla, non essendo riuscito, in un quarto di secolo, ad approvare una norma introduttiva della fattispecie. Ed è da tempo immemorabile che il nostro paese viene rimproverato, in tutte le occasioni possibili da tutti gli organi di controllo del sistema delle Nazioni Unite, per tale lacuna. A questi rimproveri si sono aggiunte poi le vere e proprie condanne, sia per tortura che per mancata punizione della stessa, da parte della Corte europea dei diritti umani.

Di fronte a questo scenario e alle sue implicazioni internazionali, ci saremmo aspettati un maggiore impegno da parte del Governo. L’esecuzione di una Convenzione delle Nazioni Unite che l’Italia ha ratificato avrebbe giustificato, a nostro avviso, un’iniziativa del Governo. Allo stesso modo l’avrebbe giustificata l’esecuzione di una sentenza secondo la quale il nostro sistema giuridico (ancor prima delle eventuali condotte dei nostri agenti)  è in contrasto con la Convenzione europea dei diritti umani – una sentenza vincolante, che siamo tenuti ad attuare.

Ci saremmo aspettati altresì un maggiore impegno da parte del Parlamento, nel quale, anche in questa legislatura è mancato il dialogo tra i due rami, che hanno dato vita, come in passato, a una specie di ‘ping-pong’ istituzionale, senza trovare (e apparentemente senza neppure cercare) un accordo su un testo che possa superare il vaglio di entrambi. E anche in questa legislatura è perdurato il grave equivoco, forse alimentato dalle numerose audizioni di sindacati delle forze di polizia, che l’introduzione di un reato specifico di tortura possa andare contro gli interessi di queste ultime (e non essere, invece, nell’interesse di tutti, a cominciare dalle stesse forze di polizia). Non è mancata, infine, la tendenza a proporre e a volte approvare emendamenti (come quello che contempla per la tortura il requisito della ‘reiterazione’) che non tengono in alcun conto gli obblighi previsti dalla Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite, che pure la legge ha il fine di attuare, essendo con l’adempimento di tali obblighi del tutto incompatibili.

Nel frattempo, mentre le istituzioni del nostro paese mostrano di non essere in grado di affrontare adeguatamente la questione, un numero significativo di processi per atti di tortura (tali secondo la definizione internazionale di quest’ultima – per espressa ammissione delle sentenze), celebrati di fronte ai giudici italiani, si sono conclusi con l’accertamento dei fatti e la mancata punizione dei responsabili. Non sono stati puniti i paracadustisti della Folgore riconosciuti colpevoli di avere praticato la tortura in Somalia nel lontano 1993. Non sono stati puniti molti dei responsabili delle brutalità commesse nella scuola Diaz di Genova nel 2001. Non sono stati puniti gli agenti di polizia penitenziaria che hanno praticato la tortura nel carcere di Asti nel 2004. E non sarà processato, perché non sarà estradato in Argentina, il cappellano militare accusato di avere preso parte a sessioni di tortura in quel paese. E l’elenco potrebbe essere ben più lungo. Il motivo è sempre lo stesso: non si fa in tempo, perché le fattispecie generiche a cui si deve (per mancanza di meglio) fare riferimento si prescrivono – e il reato si estingue (e dunque non si può né punire i colpevoli né, eventualmente, estradare gli accusati).

Noi di Amnesty International siamo convinti che l’introduzione di un reato di tortura, definito in modo compatibile con la Convenzione delle Nazioni, punito con pene adeguate alla gravità del reato e che abbia un termine di prescrizione sufficientemente lungo perché la tortura possa essere, oltre che accertata, anche punita (sia in Italia che in altri paesi, grazie alla collaborazione italiana), sia un obiettivo ancora possibile. E crediamo che non sia troppo tardi per raggiungerlo, sempre che lo si voglia, entro la fine di questa legislatura. Per questo chiediamo, a nome delle vittime di tortura di cui oggi si celebra la giornata internazionale, di voltare pagina. Chiediamo di rimediare all’impunità strutturale per fatti di tortura che caratterizza tuttora il nostro ordinamento giuridico e di porre rapidamente fine a una situazione inaccettabile per qualunque paese che voglia essere pienamente rispettoso dei diritti umani internazionalmente riconosciuti. E chiediamo a Lei di fare la Sua parte.

Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia