Lettera dalla prigione di Evin al capo dell'autorità giudiziaria - Amnesty International Italia

Lettera dalla prigione di Evin al capo dell’autorità giudiziaria

22 luglio 2010

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(23 luglio 2010)

Seyyed Ziaoddin (Zia) Nabavi , 27 anni, esponente del Consiglio per la difesa del diritto all’istruzione, è detenuto nella sezione 350 della prigione di Evin, a Teheran, dal 15 giugno del 2009. Era stato arrestato il giorno prima per aver preso parte a una protesta di massa contro l’annuncio della vittoria alle elezioni presidenziali del presidente Mahmoud Ahmadinejad.
 

A gennaio 2010 era stato condannato a 15 anni di carcere  e a 74 frustate. A maggio la condanna è stata ridotta a 10 anni di carcere per moharebeh (comportamento ostile a Dio), da trascorrere al confino nella città di Izeh.
 

Amnesty International ritiene che Zia Nabavi è un prigioniero di coscienza, detenuto solo per il pacifico esercizio del suo diritto alla libertà di espressione e associazione e perché è parente di un membro del gruppo di opposizione messo al bando l’Organizzazione dei mojahedeen del popolo iraniano (Pmoi), che ha al momento base in Iraq.
 

Dopo la sentenza di maggio, Zia Nabavi ha scritto una lettera al capo dell’autorità giudiziaria, mettendo in risalto, tra l’altro, come a partire dalle elezioni dello scorso giugno, le attività degli studenti siano state di fatto messe al bando. Lo stesso verdetto di primo grado e quello di appello emesse nei suoi confronti sono stati il prodotto della pressione dell’apparato di sicurezza.
 

Zia Nabavi sottolinea  come gli studenti siano stati privati del loro diritto di continuare gli studi e che ad alcuni di essi è stato impedito di andare avanti con la carriera universitaria.

Lettera di Seyyed Ziaoddin (Zia) Nabavi al capo dell’autorità giudiziaria

Sua Eccellenza l’ayatollah Amoli Larjiani,
 
sono stato arrestato il 15 giugno 2009 nel corso degli eventi seguiti alle elezioni presidenziali. Da allora, sono stato sempre in prigione. Dopo aver ricevuto la prima condanna a 15 anni di carcere e 74 frustate (per accuse quali cospirazione contro la sicurezza nazionale, propaganda nemica, disturbo alla quiete pubblica, agitazione della coscienza pubblica, comportamento ostile a Dio attraverso la collaborazione col Mko), le avevo scritto una lettera descrivendo, dal mio punto di vista, l’ingiustizia subita. In quella lettera, le avevo fatto presente che mi era stato impedito di proseguire gli studi per il mio master di laurea e le avevo riferito di altri che si trovavano nella mia stessa situazione. Avevo insistito che tutte le mie attività avevano l’unico obiettivo di riappropriarmi del mio diritto all’istruzione. Ecco perché le accuse nei miei confronti, soprattutto quella di moharebeh (comportamento ostile a Dio) sono clamorosamente ingiuste e inaccettabili. Le avevo chiesto di esaminare il mio caso per accertare la verità di quanto affermavo. Avevo chiesto esplicitamente che il mio caso e quello dei miei amici fosse trattato e giudicato in un processo giudiziario e legale, al di fuori di ogni interferenza politica. Avevo pregato che almeno l’accusa di moharebeh fosse ritirata, affinché la mia integrità personale e quella relativa ai miei studi potessero essere ripristinate.

Onorevole capo dell’autorità giudiziaria,
 
le scrivo questa lettera dopo aver appreso del verdetto della Corte d’appello. È incredibile… sono stato prosciolto da tutte le imputazioni salvo che da quella di moharebeh. Sulla base delle prove più irrilevanti, mi hanno condannato a 10 anni di carcere da trascorrere al confino nella città di Izeh. Voglio dire con chiarezza che le mie azioni e i miei pensieri sono così sproporzionatamente differenti dalle accuse mosse nei miei confronti e dalla condanna che ho ricevuto da farmi pensare che questa situazione, nel suo insieme, vada ben oltre la tragedia greca. Piuttosto, mi pare assomigli a uno scherzo.

È evidente che le accuse nei miei confronti sono collegate alla mia attività all’interno del Consiglio per la difesa del diritto all’istruzione, dato che questa è stata la base di partenza del mio interrogatorio. Se si accetta il verdetto della corte di primo grado e della Corte d’appello sull’accusa di moharebeh, allora vuol dire che il reato che ho commesso è di ‘comportamento ostile a Dio attraverso la difesa del diritto all’istruzione’. Il sistema giudiziario giudica davvero la difesa del diritto all’istruzione alla stregua della guerra contro le istituzioni islamiche?
La Sezione 189 del codice penale islamico stabilisce che ‘moharebeh e sedizione in Terra’ sono dimostrati attraverso a) una confessione, a condizione che chi la rende sia sano e maturo e che la confessione sia stata resa liberamente; b) attraverso la testimonianza di due uomini retti. Sulla base del documento del ministero dell’Intelligence e dell’atto d’accusa, non ho mai reso questa confessione né è presente la testimonianza di due uomini saggi. Come può lei dimostrare che ho commesso moharebeh? Giudicarmi colpevole non è contrario alla legge?
Nel corso degli interrogatori, mi sono state fatte pressioni perché confessassi che la difesa del diritto all’istruzione era stata promossa dal Mko. Ovviamente non accetto questo ingiusto collegamento. Mi pare che chi mi ha interrogato non abbia fatto attenzione a un punto fondamentale. Attribuire il perseguimento del diritto all’istruzione e la sua difesa a un gruppo di opposizione non sminuisce in alcun modo la legittimità del diritto all’istruzione. Anzi, aumenta la credibilità del gruppo che sostiene questa richiesta. In questo modo, si dipinge il regime iraniano come colui che si oppone al diritto all’istruzione. La mia domanda principale è: dimostrare che nei miei confronti è stata mossa un’accusa falsa e ingiusta va a beneficio del regime o dei suoi oppositori?
Non abbiamo il diritto di mettere in dubbio l’indipendenza del giudice e dell’Autorità giudiziaria quando la corte di primo grado giudica l’accusa di moharebeh ammissibile nel corso del processo e impedisce poi al mio avvocato di presentare qualsiasi prova a discarico? Prima dell’inizio del processo l’imputazione era stata rimossa. Poi lo stesso giudice, dopo 50 giorni di processo e di voci relative a divergenze tra il giudice stesso e il ministero dell’Intelligence, ha emesso un verdetto di colpevolezza per il reato di moharebeh.
Dopo cinque giorni di detenzione e tre d’interrogatorio, uno di loro mi ha detto espressamente: ‘Sappiamo che non hai contatti sospetti’. Ha aggiunto che erano lì solo per mettermi in guardia dal finire intrappolato nel Mko. E invece, al quindicesimo giorno d’interrogatorio, la seconda settimana dell’estate del 2009 e alla quarta sessione di interrogatori, sono diventati più aggressivi, violenti e irritanti. Mi hanno messo addosso più pressione. Credo sia dipeso dal cambiamento di approccio generale del ministero dell’Intelligence almeno nei confronti degli studenti espulsi. Questo cambiamento improvviso non dà l’idea che si tratti di un caso politico più che giudiziario?
Il mio contesto familiare è stato inserito tra i motivi della mia incriminazione. È un fatto veramente disdicevole. Non è chiaro che ogni persona è la sola responsabile delle sue azioni? I legami familiari, su cui non ha alcun controllo, responsabilità o potere non possono essere la premessa per imbastire un processo. Abbiamo, che Dio mi perdoni, qualche problema col sistema di creazione per cui accusiamo e persino condanniamo persone sulla base del loro contesto familiare?
Negli ultimi anni, tutte le autorità hanno negato che esistessero studenti messi all’indice o cui era stato impedito di proseguire gli studi. Tuttavia, nel rapporto del ministero dell’Intelligence sul mio caso, si legge: ‘è accusato di aver causato proteste studentesche nel 2006 all’Università di Babol e gli è stato impedito di proseguire gli studi’. Sulla base di questa prova evidente, cosa intende fare l’autorità giudiziaria nei confronti di quei funzionari che intenzionalmente o perché non a conoscenza negano l’esistenza di studenti messi al bando?
Insieme ad altri studenti messi al bando, abbiamo tentato per un anno di riottenere per via giudiziaria il diritto di essere riammessi all’università. Se quanto afferma il ministero dell’Informazione circa i nostri contatti e legami sospetti è vero, perché allora non è stata presa alcuna misura disciplinare nei nostri confronti prima delle elezioni? L’arresto di nove studenti messi al bando, il giorno dopo le elezioni, non rappresenta una classica forma di rappresaglia nei loro confronti?
Durante i miei sei anni di liceo e poi all’Università di Babol sono stato uno studente costantemente impegnato. Durante le elezioni presidenziali, ho attivamente preso parte alla campagna di uno dei candidati riformisti. Tutte queste attività erano all’interno dei confini della Costituzione. E come mai, all’improvviso dopo le elezioni, sono diventato un molare (nemico di Dio) e un oppositore?
La differenza tra me e il Mko è ancora più grande di quella che c’è rispetto agli obiettivi politici o al ricorso a metodi violenti. La differenza profonda è nella comprensione del mondo, specialmente nel campo dell’epistemologia. Secondo me, ogni tipo di autoconsapevolezza che trasforma l’uno nell’assoluto e non necessita di essere analizzata pubblicamente, criticata quando fa ingresso nell’arena politica e si confronta con modelli diversi di pensiero e con punti di vista opposti, alla fine farà inevitabilmente ricorso alla violenza come metodo per sbarazzarsi di chi ha idee differenti. La ragione è che quest’autoconsapevolezza si ritiene priva di pecche ed esente da errori e dunque indisponibile a riconsiderarli e a rivederli.

Ho insistito su questa differenza di opinioni e di visioni tra me e il Mko in ogni sessione d’interrogatorio e in ogni udienza. I miei amici e coimputati hanno fatto lo stesso. Le prove sono a nostro favore, persino gli addetti agli interrogatori lo sanno. Qual è la forza oscura in questo procedimento che insiste nel condannarmi per quest’accusa irrilevante?
 
Voglio affermare francamente e onestamente che penso che confermare l’accusa di moharebeh, nonostante tutte le prove contrarie, abbia dimostrato che il verdetto di primo grado e di appello sono stati un prodotto della pressione dell’apparato di sicurezza e che questo ha a che fare con la politicizzazione del problema degli studenti messi al bando durante la campagna elettorale. La verità è che gli studenti privati del diritto di continuare i loro studi esistono e che ad alcuni di essi, a causa delle loro attività dissidenti, è stato impedito di andare avanti con la carriera universitaria.
 
Secondo me, il giusto modo per affrontare questo problema sta nell’adozione di un approccio basato sulla tolleranza delle autorità verso le critiche rivolte dagli studenti. Questo approccio deve mostrare indulgenza verso l’assenza di esperienza degli studenti che entrano in politica. In questo modo non assisteremo più al diniego del diritto umano all’istruzione nei confronti di alcuna persona. Se invece si vuole scegliere un altro approccio, allora le autorità devono riconoscere che ci sono degli studenti messi al bando, assumersi la responsabilità della decisione e spiegare perché è stata presa.
 
L’approccio peggiore è quello che è stato effettivamente scelto: negare l’esistenza degli studenti messi al bando, poi accanirsi contro questi studenti, attraverso le forze di sicurezza e il potere giudiziari, mediante il reato di moharebeh. In ogni caso, quello che continuo a chiederle è di rivedere il mio caso per accertare la verità. Dichiaro nuovamente che sono totalmente disponibile a rendere pubblici ai mezzi d’informazione i documenti relativi al mio caso e i verbali degli interrogatori. La mia richiesta è che il mio caso sia trattato in un modo esclusivamente giudiziario e privo da ogni interferenza politica. Mi creda, se io venissi condannato a 10 anni di prigione a causa delle mie attività nel corso di un procedimento legale e legittimo, non protesterei, a condizione che venissi condannato sulla base della mia vera identità di attivista studentesco e difensore del diritto all’istruzione e non sulla base di false affermazioni come quella che sarei un oppositore, un molare e un collaboratore dell’Mko.
 

Grazie in anticipo per la sua attenzione
Seyyed Ziaoddin Nabavi
giugno 2010, prigione di Evin, Sezione 350

Firma per la liberazione di Seyyed Ziaoddin (Zia) Nabavi