Libia, Amnesty International alle parti in conflitto: “Proteggete la vita dei civili" - Amnesty International Italia

Libia, Amnesty International alle parti in conflitto: “Proteggete la vita dei civili”

8 aprile 2019

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Amnesty International ha espresso il timore per ulteriori perdite di vite civili a seguito dell’intensificarsi degli scontri alla periferia di Tripoli tra l’autoproclamato Esercito nazionale libico del generale Khalifa Haftar e le milizie fedeli al governo riconosciuto a livello internazionale.

Secondo il ministero della Salute di Tripoli dal 4 aprile, giorno dell’inizio dell’offensiva del generale Haftar verso la capitale, sono state uccise almeno 25 persone e altre 80 sono rimaste ferite. Secondo le Nazioni Unite fra le vittime vi sono almeno quattro civili, tra cui due operatori sanitari.

“L’escalation di violenza alle porte di Tripoli è profondamente preoccupante: temiamo che il numero delle vittime civili aumenti rapidamente e che i combattimenti vadano a interessare  zone più densamente popolate della capitale libica”, ha dichiarato Magdalena Mughrabi, vicedirettrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

“Tutte le parti in conflitto sono obbligate dal diritto internazionale umanitario a proteggere i civili. Esse devono sempre distinguere tra civili e combattenti ed è loro assolutamente vietato colpire civili, operatori sanitari e strutture mediche. Munizioni esplosive ad ampio effetto, come i colpi di artiglieria e di mortaio, non devono mai essere impiegate nei pressi dei centri abitati”, ha aggiunto Mughrabi.

Sia l’autoproclamato Esercito nazionale libico che le milizie filogovernative della Libia occidentale in passato hanno commesso gravi violazioni dei diritti umani, violato palesemente il diritto internazionale e compiuto crimini di guerra (tra cui attacchi indiscriminati e attacchi diretti contro i civili od obiettivi civili), rapimenti, torture ed esecuzioni extragiudiziali.

Immagini diffuse dai social media mostrano combattenti usare un lanciarazzi multiplo, i cui ordigni sono notoriamente privi di guida e imprecisi, che non dovrebbe mai essere impiegato in zone densamente popolate a causa dell’alto rischio di uccidere o ferite civili.

L’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha reso noto che finora circa 2800 persone sono sfollate a causa dei combattimenti e che in alcune zone i residenti sono impossibilitati a fuggire a causa dell’intensità degli scontri. Molti non hanno accesso ai servizi di emergenza. Le richieste di una tregua per evacuare i feriti e i civili da alcune zone sono state ignorate.

“Tutti i civili che vogliono lasciare le aree coinvolte nei combattimenti dovrebbero farlo liberamente senza finire sotto attacco”, ha sottolineato Mughrabi.

Alcuni degli scontri si svolgono anche nei pressi dei centri di detenzione di Qasr Ben Gashir e Ain Zara, dove sono trattenuti circa 1300 migranti e rifugiati.

“Si tratta di persone già in condizioni di estrema vulnerabilità e che hanno subito orribili violenze da parte delle autorità che le tengono in detenzione e dei trafficanti. Vi sono timori concreti per la loro incolumità e per la loro situazione umanitaria in caso di aumento degli scontri. Abbiamo già ricevuto notizie di detenuti bloccati, senza acqua né cibo, in condizioni inumane”, ha concluso Mughrabi.