Libia: la stretta mortale delle milizie corrode il primato della legge - Amnesty International Italia

Libia: la stretta mortale delle milizie corrode il primato della legge

4 luglio 2012

Tempo di lettura stimato: 10'

In Libia rischieranno di ripetersi le stesse violazioni dei diritti umani che diedero vita alla ‘rivoluzione del 17 febbraio’, se chi vincerà le elezioni previste in settimana non porrà in cima alle priorità il primato della legge e il rispetto dei diritti umani.

È questa la preoccupata analisi che Amnesty International ha fatto pubblicando un nuovo rapporto intitolato ‘Libia: primato della legge o primato delle milizie?’.

Trascorso poco meno di un anno dalla caduta di Tripoli nelle mani dei thuwwar (i combattenti rivoluzionari), le continue violazioni dei diritti umani – tra cui arresti e imprigionamenti arbitrari, torture con conseguenze anche mortali, omicidi illegali e sfollamenti forzati di popolazioni eseguiti con impunità – stanno gettando un’ombra negativa sulle prime elezioni nazionali dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi.

Durante una sua visita in Libia a maggio e giugno, Amnesty International ha verificato che centinaia di milizie armate continuano ad agire al di sopra della legge, molte delle quali rifiutando di disarmare o di arruolarsi nell’esercito e nelle forze di polizia. Il ministero dell’Interno ha dichiarato all’organizzazione per i diritti umani di essere riuscito a smantellare quattro milizie della capitale, una percentuale esigua sul totale.

‘È assai triste che dopo così tanti mesi, le autorità non siano state complessivamente in grado di allentare la stretta mortale delle milizie sulla sicurezza del paese, con conseguenze drammatiche per la popolazione’ – ha affermato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

‘Furono soprattutto le richieste di porre fine alla repressione e all’ingiustizia a condurre alla ‘rivoluzione del 17 febbraio’. Senza un’azione immediata per fermare le violazioni e porre rimedio all’assenza di legge, la Libia rischia concretamente di riprodurre e rafforzare quel sistema di violazioni dei diritti umani che abbiamo già visto in opera negli ultimi quattro decenni’ – ha aggiunto Sahraoui.

Abusi commessi dalle milizie e morti in custodia

Le milizie continuano ad arrestare persone e a trattenerle in strutture detentive segrete e non ufficiali. Nonostante siano stati registrati alcuni progressi nel sottoporre a controllo centrale i luoghi di detenzione, si ritiene che 4000 prigionieri restino fuori dal controllo delle autorità nazionali, in alcuni casi anche da più di un anno.

Proseguono gli abusi sui detenuti, soprattutto nei confronti di quelli arrestati di recente. Amnesty International ha visto i segni di recenti pestaggi e di altre violenze – in alcuni casi equiparabili a torture – in 12 dei 15 centri di detenzione dove ha potuto incontrare in privato i prigionieri.

Tra i metodi di tortura usati regolarmente, figurano la sospensione in posizioni contorte, le scariche elettriche e i pestaggi prolungati con svariati oggetti, come sbarre e catene di metallo, cavi elettrici, bastoni di legno, tubi di plastica, cannelle dell’acqua e calci dei fucili.

Amnesty International ha ricevuto informazioni dettagliate su almeno 20 casi di morte in custodia a seguito della tortura da parte delle milizie a partire dalla fine di agosto 2011.

Scontri armati e sfollamenti forzati

Gli scontri tra le milizie armate, col ricorso sconsiderato a mitragliatrici, lanciagranate e altre armi contro le aree abitate, continuano ad affliggere la Libia, provocando morti e feriti tra coloro che non prendono parte ai combattimenti.

La città meridionale di Kufra, dove vive la minoranza tabu, è stata teatro di tre serie di scontri tra febbraio e giugno 2012. Questi combattimenti, in cui tutte le parti ricorrono regolarmente ad arresti arbitrari e torture, fomentano ulteriormente la divisione del paese su linee regionali, tribali ed etniche.

Amnesty International ha criticato duramente le autorità libiche per non aver risolto la situazione di intere comunità sfollate con la forza durante il conflitto dello scorso anno e non ancora in grado di fare rientro nelle loro case, saccheggiate e poi distrutte dalle milizie armate.  A tutta la popolazione di Tawargha, circa 35.000 persone, viene negata la possibilità di tornare a casa.

Cittadini stranieri a rischio

Il rapporto di Amnesty International rileva come i cittadini provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana, in particolare i migranti irregolari, continuino ad andare incontro ad arresti arbitrari, detenzioni a tempo indeterminato, pestaggi che in alcuni casi arrivano a costituire tortura e sfruttamento da parte delle milizie armate. Di solito, coloro che arrestano i cittadini stranieri non fanno distinzione tra migranti e altre persone che fuggono dalla guerra e dalla persecuzione nei loro paesi.

La sofferenza dei migranti in Libia è aggravata dall’assenza di contrasto, da parte delle autorità nazionali, del razzismo e della xenofobia nei confronti del libici di pelle nera e dei cittadini provenienti dai paesi dell’Africa subsahariana.

Assenza di giustizia per le vittime

Le autorità libiche continuano a sottovalutare la dimensione e la gravità delle violazioni dei diritti umani commesse dalle milizie, sostenendo che si tratta di azioni individuali che vanno sempre considerate in relazione agli abusi subiti durante il regime di Gheddafi.

A maggio le autorità di transizione hanno adottato una legge che garantisce immunità dai procedimenti giudiziari ai thuwwar per le azioni di natura civile e militare commesse ‘allo scopo di favorire il successo o proteggere la rivoluzione del 17 febbraio’.

In un incontro avuto a giugno con Amnesty International, il procuratore generale della Libia non è stato in grado di fornire alcuna informazione sui thuwwar portati davanti alla giustizia per aver torturato i detenuti o per altre violazioni dei diritti umani.

Hasna Shaeeb, 31 anni, accusata di essere stata dalla parte di Gheddafi, è stata arrestata nell’ottobre 2011. È stata torturata con le scariche elettriche, le fruste e i bastoni fino a quando non è svenuta, dopo di ché le hanno urinato addosso. I miliziani hanno minacciato che avrebbero stuprato sua madre se non avesse confessato. Tre giorni dopo è stata rilasciata e da allora ha presentato numerose denunce, allegando anche certificati medici. Se da un lato non risulta sia stato fatto alcun serio tentativo per prendere in considerazione le sue denunce, dall’altro la donna ha ricevuto una lunga serie di telefonate anonime, tra le quali, a giugno, quella dell’uomo che l’aveva arrestata. Tre mesi prima, a marzo, sconosciuti avevano sparato di notte contro la sua abitazione.

Richieste postelettorali alle autorità libiche 

All’indomani delle elezioni, Amnesty International chiederà al Congresso generale nazionale e al governo che verrà nominato, di riconoscere pubblicamente la gravità della situazione dei diritti umani, condannare in forma inequivocabile gli abusi commessi e dire a chiare lettere che azioni del genere non saranno più tollerate.

‘Per onorare i sacrifici e la sofferenza dei libici, chi assumerà la responsabilità di governare la nuova Libia dovrà esprimere con chiarezza l’intenzione di chiamare a rispondere del loro operato coloro che hanno commesso violazioni dei diritti umani, a prescindere dal rango o dall’affiliazione’ – ha concluso Sahraoui.

Ulteriori informazioni

Il rapporto di Amnesty International ‘Libia: primato della legge o primato delle milizie?’ si basa su una missione di ricerca svolta in Libia a maggio e a giugno nelle zone di Bengasi, Kufra, Sabha, Tripoli, al-Zawiya e i monti Nafusa. La missione ha cercato di accedere a 19 centri di detenzione situati nell’ovest, nel sud e nell’est del paese, tra prigioni ufficiali e strutture gestite dalle milizie armate, da organismi di sicurezza semiufficiali e da corpi militari, riuscendovi in 15 casi.

Scarica il rapporto in inglese ‘Libia: primato della legge o primato delle milizie?’

FINE DEL COMUNICATO                                                                                   Roma, 5 luglio 2012

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