Libia, rischio di vendetta tramite pena di morte sui collaboratori di Gheddafi - Amnesty International Italia

Libia, rischio di vendetta tramite pena di morte sui collaboratori di Gheddafi

1 agosto 2013

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All’indomani della condanna a morte di Ahmad Ibrahim, ex ministro dell’Istruzione nel governo di Muammar Gheddafi, Amnesty International ha ammonito che centinaia di ex soldati e collaboratori dell’ex leader libico rischiano di subire la stessa sorte.

Ibrahim è stato condannato a morte dalla Corte d’appello di Misurata il 31 luglio, insieme ad altri cinque imputati, per aver incitato alla discordia e alla guerra civile e aver messo in pericolo la sicurezza dello stato durante il conflitto del 2011.

In relazione a quel conflitto, migliaia di persone risultano ancora detenute, compresi membri delle forze di sicurezza di Gheddafi e persone sospettate di essere state dalla sua parte. Molte di esse rischiano di essere condannate a morte nei prossimi mesi.

‘Le vittime dei crimini di guerra e di altre violazioni dei diritti umani hanno il diritto alla giustizia, ma questa non deve trasformarsi in vendetta. Questi processi devono costituire un test per il sistema giudiziario libico’ – ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. ‘La pena di morte è la negazione estrema dei diritti umani e non può mai essere giustificata, a prescindere dal crimine commesso. Questa sentenza è un passo indietro e pregiudica i progressi fatti dalla società civile libica dalla fine del regime di Gheddafi’.

Ibrahim è il primo rappresentante di spicco del precedente governo a essere condannato a morte. La sentenza dovrà essere ora confermata dalla Corte suprema, ma Amnesty International teme che la direzione verso la ripresa delle esecuzioni sia stata già intrapresa.

Tra le altre figure di primo piano che attendono il processo c’è il figlio di Gheddafi, Saif al-Islam. La Libia si è opposta alla Corte penale internazionale, che intendeva processarlo per crimini contro l’umanità, e il processo dovrebbe dunque aprirsi in Libia a settembre.

La precaria situazione della sicurezza alimenta le preoccupazioni sull’equità dei processi. L’uso della tortura e dei maltrattamenti resta diffuso nei centri di detenzione, mentre proseguono gli arresti arbitrari e le sparizioni forzate ad opera delle milizie. Le istituzioni di giustizia, compresi i tribunali, sono soggetti ad attacchi, avvocati giudici e procuratori sono minacciati regolarmente. In alcuni casi, i difensori di persone accusate di essere state dalla parte di Gheddafi sono stati sequestrati o aggrediti.

Le ultime esecuzioni capitali in Libia di cui si è avuta notizia risalgono al 2010, quando vennero portate a termine almeno 18 condanne a morte. Sotto il regime di Gheddafi, le esecuzioni tramite fucilazione avvenivano regolarmente. La stesura di un nuovo codice penale, iniziata durante il precedente regime e mai portata a termine, prevede limiti al ricorso alla pena capitale.

Attualmente, quindi, la pena di morte rimane in vigore per numerosi reati, comprese attività che costituiscono esercizio pacifico della libertà d’espressione e d’associazione. I tribunali ordinari hanno emesso condanne a morte anche per vicende non legate al conflitto del 2011: nel maggio 2012 la corte penale di Bengasi ha condannato a morte cinque persone per aver ucciso quattro impiegati di banca.

A loro volta, le corti marziali di Bengasi e Misurata hanno condannato a morte, rispettivamente, cinque soldati nel novembre 2012 e due soldati nel giugno 2013.
‘Le nuove autorità libiche devono fare meglio di quelle al potere sotto Gheddafi. Dovrebbero adottare immediatamente una moratoria sulle esecuzioni, in vista dell’abolizione della pena di morte’ – ha commentato Luther.