Libia, stranieri sottoposti ad abusi e sfruttamento - Amnesty International Italia

Libia, stranieri sottoposti ad abusi e sfruttamento

12 novembre 2012

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In un nuovo documento diffuso il 13 novembre, Amnesty International ha denunciato che in Libia i cittadini stranieri privi di documenti di soggiorno rischiano sfruttamento, detenzioni arbitrarie e a tempo indeterminato, pestaggi e, in alcuni casi, anche la tortura.

Il documento, intitolato ‘Siamo stranieri, non abbiamo alcun diritto’ e basato su una serie di visite effettuate da Amnesty International in Libia tra maggio e settembre, descrive la sofferenza di rifugiati, richiedenti asilo e migranti nel paese nordafricano.

Durante i 42 anni di regime del colonnello Gheddafi, i cittadini stranieri – specialmente quelli provenienti dall’Africa subsahariana – avevano vissuto nell’incertezza di politiche mutevoli e nel timore di essere arrestati arbitrariamente, finire in carcere a tempo indeterminato e subire torture.

La loro situazione è peggiorata dopo il conflitto del 2011, nel clima generale di assenza di legalità in cui potenti milizie armate continuano ad agire al di fuori della legge. Le autorità non contrastano il razzismo e la xenofobia, alimentati ulteriormente dalla percezione, assai diffusa tra i libici, che il deposto governo abbia usato ‘mercenari africani’ per stroncare la rivolta.

‘È una vergogna che le violazioni dei diritti umani dell’epoca di Gheddafi ai danni dei cittadini stranieri, specialmente quelli di origine subsahariana, non solo siano proseguite ma siano persino peggiorate. Le autorità libiche devono riconoscere quanto siano gravi e diffuse le azioni delle milizie e prendere misure per proteggere tutti i cittadini stranieri dalla violenza e dagli abusi, a prescindere dalla loro origine o dal loro status’ – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

‘Abbiamo ripetutamente avvisato le autorità libiche della minaccia posta dalle milizie. Sollecitiamo nuovamente il governo a metterle sotto controllo e a chiamarle a rispondere delle loro azioni, ad adottare provvedimenti concreti contro il razzismo e la xenofobia e a tener conto di quanto la Libia dipenda dal lavoro dei migranti’ – ha aggiunto Sahraoui.

In Libia, i migranti, i richiedenti asilo e i rifugiati rischiano di essere arrestati in casa, in strada, nei mercati o ai posti di blocco. Alcuni vengono fermati mentre cercano di imbarcarsi per l’Europa o di attraversare il deserto. A effettuare la maggior parte degli arresti non sono le forze di polizia, ma le milizie armate che a volte agiscono con violenza, sequestrando telefoni, soldi e altri beni di valore.

I cittadini stranieri sono inoltre esposti all’estorsione, allo sfruttamento e al lavoro forzato sia dentro che fuori i centri di detenzione. La loro sorte dipende in larga parte dalla fortuna e dalla buona volontà dei libici in cui s’imbattono.

I cittadini stranieri sono detenuti in varie strutture, compresi i centri ufficiali di ‘trattenimento’ per i migranti irregolari così come siti improvvisati quali hangar o basi militari.

Tra maggio e settembre 2012, Amnesty International ha visitato nove centri di detenzione in tutta la Libia nei quali, nel periodo in questione, si trovavano circa 2700 cittadini stranieri, tra cui donne incinte, madri coi loro figli piccoli e minori non accompagnati, in cella insieme ad adulti sconosciuti, tutti detenuti per ‘reati d’immigrazione’.

I detenuti hanno riferito ad Amnesty International di essere stati sottoposti a torture e altri maltrattamenti, compresi lunghi pestaggi con cavi di metallo, tubi di gomma, bastoni e cannelle dell’acqua. Molti hanno mostrato i segni delle ferite.

Nel settembre 2012, un gruppo di cittadini somali ha tentato invano di evadere dal centro di detenzione di Khoms. Sono stati catturati e picchiati duramente da uomini in borghese. Uno di loro, il 19enne Mohamed Abdallah Mohamed, ha raccontato di essere stato preso a calci, trascinato, colpito con pugni a un occhio e picchiato con bastoni e fucili. Ha riportato gravi ferite, tra cui una all’occhio sinistro.

Le denunce relative ai pestaggi contro le donne sono minori. Tuttavia, alcune detenute hanno riferito ad Amnesty International di essere state prese a pugni e schiaffi durante l’arresto. Altre hanno riferito di essere state torturate durante la detenzione. Come gli uomini, vengono punite per il loro ‘comportamento non collaborativo’.

Una donna nigeriana detenuta nel centro di Tweisha, nella capitale Tripoli, ha denunciato che il 13 settembre è stata picchiata e torturata con la corrente elettrica. ‘Il mondo deve sapere cosa ci sta succedendo in Libia. Per i libici, non siamo nemmeno esseri umani. Non ho fatto nulla di male, sono solo venuta qui per lavorare. Ora sono chiusa qui dentro da mesi e non so cosa ne sarà di me. Non c’è nessuno qui che possa aiutarmi’ – ha detto ad Amnesty International.

Nei centri di detenzione, privi di personale femminile, le donne sono inoltre esposte al rischio di violenza sessuale e violenza di genere.

Nonostante tutto questo, persone provenienti da paesi quali Ciad, Eritrea, Etiopia, Somalia e Sudan continuano ad attraversare i permeabili confini della Libia per fuggire dalla guerra e dalla persecuzione o per cercare migliori opportunità economiche. Insieme ai flussi misti di migranti, in Libia arrivano così persone che hanno diritto alla protezione internazionale.

Le autorità e le milizie libiche, tuttavia, non fanno distinzione tra migranti, richiedenti asilo e rifugiati. A causa del loro status di irregolari, le persone che necessitano di protezione internazionale rischiano come tutte le altre di essere arrestate, di rimanere in carcere a tempo indeterminato e di subire torture e altri maltrattamenti. I richiedenti asilo e i rifugiati restano in una sorta di limbo legale, poiché la Libia è priva di un sistema d’asilo funzionante e rifiuta di firmare un memorandum d’intesa con l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. La Libia, inoltre, non è stato parte della Convenzione Onu del 1951 sullo status di rifugiati né del Protocollo aggiuntivo del 1967 alla Convenzione.

In tal modo, per le persone detenute a tempo indeterminato per ‘reati d’immigrazione’ in attesa del rimpatrio, non esiste modo per contestare la legittimità della detenzione e dell’espulsione forzata. In alcuni casi, sono persino obbligate a pagarsi da sole le spese di viaggio. Funzionari libici hanno comunicato ad Amnesty International che tra gennaio e settembre 2012 sono stati espulsi circa 4000 cittadini stranieri. Le salvaguardie essenziali contro il rimpatrio di persone a rischio di persecuzione sono inesistenti.

Nonostante questa situazione fosse ampiamente nota, l’Unione europea ha ripreso il dialogo con la Libia su questioni concernenti l’immigrazione e l’Italia, nell’aprile 2012, ha firmato con la Libia un accordo per ‘contrastare i flussi di migranti’.

Il 19 ottobre, Amnesty International Italia ha consegnato al ministero dell’Interno oltre 28.000 firme per chiedere di accantonare quell’accordo.

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Scarica il rapporto in inglese ‘Siamo stranieri, non abbiamo alcun diritto’

FINE DEL COMUNICATO                                                                          Roma, 13 novembre 2012

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