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Amnesty International ha denunciato che negli ultimi 29 mesi l’impatto devastante e su più livelli del perdurante genocidio israeliano ha portato le donne e le bambine della Striscia di Gaza sull’orlo del baratro.
L’impatto su di loro della deliberata inflizione di condizioni di vita intese a distruggere la vita delle persone palestinesi della Striscia di Gaza si è concretizzato negli sfollamenti di massa, nel collasso del sistema di salute riproduttiva, materna e neonatale, nell’interruzione dei trattamenti per malattie croniche come i tumori, nell’elevata esposizione a malattie e a condizioni di vita prive di dignità e pericolose per la salute e in profondi danni alla salute fisica e mentale. Questi ultimi sono stati esacerbati dalle limitazioni, tuttora in corso, all’ingresso di prodotti indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile: cibo, medicine, attrezzature e strumentazioni mediche, materiali per la costruzione dei rifugi e mezzi per la depurazione delle acque e per la rimozione di macerie, ordini inesplosi e rifiuti.
Israele continua a imporre queste limitazioni anche attraverso i ritardi, potenzialmente letali, alle evacuazioni per motivi di salute e la sospensione della registrazione delle organizzazioni umanitarie internazionali che forniscono servizi essenziali alle donne e alle ragazze.
Le donne sono costrette a partorire senza adeguata attenzione medica, a portare avanti gravidanze e a trascorrere il periodo post-parto sfollate in luoghi sovraffollati e pericolosi per la salute così come ad affrontare la fame, le malattie e i traumi in assenza di privacy e protezione e senza accesso a servizi fondamentali, dovendo occuparsi al contempo di altre persone.
“In un momento in cui la tensione in Medio Oriente si acuisce profondamente dopo gli attacchi israelo-statunitensi sull’Iran, non dobbiamo dimenticare il genocidio israeliano in corso nella Striscia di Gaza e il prezzo brutale che le donne e le bambine palestinesi stanno pagando. Per le donne in gravidanza o in allattamento, per le madri con figli appena nati o piccoli, per le donne con malattie o disabilità croniche o con ferite che hanno cambiato la loro vita, per le vedove e le tante donne che hanno perso altri familiari, per le donne durante il ciclo mestruale, per le donne sfollate molteplici volte e per le donne che hanno perso il lavoro e l’accesso all’istruzione, la vita quotidiana è diventata una lotta per la sopravvivenza in mezzo a un’incessante serie di catastrofi”, ha dichiarato Agnès Callamard, segretaria generale di Amnesty International.
“Alle donne della Striscia di Gaza sono negate le condizioni necessarie per vivere e per dare la vita in modalità che non siano pericolose per la salute. La sistematica erosione dei loro diritti alla salute, alla sicurezza, alla dignità e al futuro non è uno sfortunato danno collaterale bensì un intenzionale atto di guerra nonché la conseguenza prevedibile delle calcolate politiche e prassi israeliane fatte di molteplici sfollamenti di massa, di deliberate limitazioni alle forniture di base ed essenziali così come agli aiuti umanitari oltre che di due anni di incessanti bombardamenti che hanno devastato il sistema sanitario della Striscia di Gaza e decimato famiglie intere”, ha aggiunto Callamard.
Nel marzo 2025 la Commissione indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato (compresa Gerusalemme Est) e su Israele aveva concluso che le autorità israeliane avevano sistematicamente e intenzionalmente distrutto il sistema di salute sessuale e riproduttiva della Striscia di Gaza e che ciò costituiva due degli atti vietati dalla Convenzione sul genocidio: infliggere intenzionalmente condizioni di vita intese a causare la distruzione fisica delle persone palestinesi e imporre misure miranti a impedire le nascite.
Tra il 5 e il 24 febbraio 2026 Amnesty International ha intervistato 41 sfollate interne, tra le quali otto pazienti oncologiche, quattro donne incinte e 14 donne che avevano partorito dopo il cosiddetto “cessate il fuoco”. L’organizzazione per i diritti umani ha anche intervistato 26 tra operatori e operatrici della salute di sei strutture sanitarie di Gaza City e Deir al-Balah e, infine, quattro persone appartenenti a organizzazioni internazionali.
La catastrofe nella Striscia di Gaza è su più livelli, fatta di devastazioni che si sovrappongono le une alle altre: sfollamenti ancora in corso durante attacchi aerei, un sistema sanitario decimato e dotato di risorse insufficienti e il completo collasso dell’economia.
Tra la firma del cosiddetto “cessate il fuoco” nell’ottobre 2025 e la fine del febbraio successivo, il ministero della Salute della Striscia di Gaza ha registrato l’uccisione di 630 persone palestinesi: 202 bambine e bambini, 89 donne e 339 uomini, che sono andate ad aggiungersi alle oltre 72.000 uccise dal 7 ottobre 2023.
Sebbene la minaccia incombente della carestia sia cessata, la fame rimane acuta e persiste la malnutrizione, con conseguenze disastrosamente negative nel lungo periodo. Il livello massiccio della distruzione o del danneggiamento grave delle abitazioni e il fatto che quasi il 60 per cento della superficie totale della Striscia di Gaza sia situato a est della cosiddetta “linea gialla”, dunque sotto il controllo materiale delle autorità israeliane e delle milizie locali alleate, fanno sì che la maggior parte della popolazione palestinese continui a restare sfollata e abbia perso l’accesso alle zone agricole che erano dedite alla produzione di cibo.
Il 27 febbraio 2026 la Corte suprema israeliana ha temporaneamente fermato l’attuazione della decisione del governo di sospendere le attività di 37 organizzazioni internazionali umanitarie operanti nel Territorio palestinese occupato, che erano state private dalla registrazione. Tuttavia, le limitazioni e l’incertezza riguardo all’ingresso degli aiuti rimangono tali, con effetti devastanti sulla popolazione palestinese della Striscia di Gaza e in particolare sulle donne.
Il 28 febbraio, dopo aver lanciato l’attacco con gli Usa contro l’Iran, Israele ha chiuso tutti e tre i varchi d’ingresso nella Striscia di Gaza. Questo provvedimento ha interrotto il già limitato accesso di aiuti umanitari e di prodotti commerciali così come le evacuazioni per motivi di salute. Il 3 marzo il varco di Karem Shalom / Karm Abu Salem è stato riaperto per consentire “il graduale ingresso di aiuti umanitari”. Il varco di Rafah con l’Egitto, parzialmente riaperto all’inizio di febbraio, è rimasto chiuso.
Dall’accordo sul “cessate il fuoco” i bombardamenti, le demolizioni militarizzate e gli attacchi aerei israeliani sono proseguiti, infliggendo così ulteriore sofferenza alle persone e danni alle infrastrutture civili.
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Durante il genocidio israeliano l’accesso delle donne palestinesi ai servizi di salute sessuale e riproduttiva è stato fortemente compromesso a causa dei bombardamenti, degli sfollamenti, della distruzione dei servizi di salute riproduttiva e materna e delle limitazioni all’ingresso di aiuti vitali e di prodotti per l’igiene, oltre che della decimazione del sistema idrico e di quello igienico-sanitario.
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ed Health Cluster, almeno il 60 per cento di tutti i centri per la fornitura di cure mediche non sono funzionanti e ciò crea un’enorme pressione sui pochi che rimangono aperti e su quelli, ancora di meno, che forniscono cure di emergenza e ostetriche.
Anche dopo il “cessate il fuoco” e l’aumento dell’ingresso degli aiuti, secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della sanità le scorte del 46 per cento dei medicinali essenziali sono rimaste a zero: tra queste, le medicine per favorire e gestire le contrazioni, per curare le emorragie durante e dopo il parto, le infezioni e le malattie respiratorie e i prodotti per le anestesie e la mitigazione del dolore.
Dal “cessate il fuoco” il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e i suoi partner hanno fornito importanti quantità di medicinali e materiali per la salute ma le necessità restano elevate e sono risolte solo parzialmente. Secondo l’ultima proiezione della Classificazione integrata per fasi della sicurezza alimentare, 37.000 donne incinte e in fase di allattamento rischieranno la malnutrizione acuta e avranno bisogno di cure mediche prima della metà di ottobre.
Il personale medico intervistato da Amnesty International ha dichiarato che anche dopo il “cessate il fuoco” le donne che hanno partorito hanno sofferto per l’estrema limitatezza di cibo, medicine e sostanze nutrienti durante buona parte della gravidanza e successivamente al parto. La maggior parte delle donne in procinto di partorire soffriva di anemia a causa della malnutrizione, di malattie trasmesse dall’acqua, di vaginiti e di altre infezioni causate dall’acqua inquinata o da altre condizioni di insalubrità. Gli operatori sanitari non sono spesso in grado di fare i necessari screening a causa della mancanza di attrezzature e talvolta sono costretti a usare prodotti anestetici scaduti.
Hanno aggiunto che, negli ultimi 29 mesi, il genocidio israeliano ha causato un aumento esponenziale di una lunga serie di condizioni di salute: nascite premature e sottopeso, perdite di peso e malnutrizione delle donne in gravidanza e in fase di allattamento, ansia pre-parto e depressione post-parto, deficit respiratori durante la gravidanza a causa del freddo e dell’inquinamento, medesimi deficit per i neonati per varie cause tra le quali le nascite premature, l’insufficiente sviluppo polmonare, le precarie condizioni di salute delle madri durante la gravidanza e dopo la nascita, soprattutto il freddo invernale.
Nel reparto di ostetricia dell’ospedale di al-Halou, il neonatologo Nasser Bulbol ha affermato che il numero delle gravidanze ad alto rischio è fortemente aumentato a causa della compromissione del sistema immunitario delle madri dovuto alla malnutrizione:
“Le condizioni di sfollamento hanno causato malattie infettive e la maggior parte delle donne è arrivata qui in condizioni di stress, trauma e incertezza dopo molteplici sfollamenti, la perdita dei propri cari e l’impossibilità di ottenere cibo nutriente necessario”.
Nell’ospedale ci sono 12 incubatrici, sei delle quali per le cure neonatali intensive, ma nessuna è equipaggiata per il necessario monitoraggio cardio-respiratorio.
In tutta la Striscia di Gaza i reparti di salute neonatale si trovano in condizioni simili. L’ospedale Shuhada al-Aqsa di Deir al-Balah ha 24 incubatrici funzionanti ma il personale medico è costretto a utilizzare più volte prodotti monouso come i tubi per la ventilazione meccanica
Secondo il Fondo delle Nazioni Unite per l’alimentazione, i reparti di salute neonatale della Striscia di Gaza operano al 150-170 per cento della loro capacità al punto che nella stessa incubatrice vengono messi due se non tre neonati.
Gli ostacoli posti alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario e la possibile sospensione delle loro attività avranno un effetto devastante sulle cure mediche riproduttive e neonatali. Dall’inizio del genocidio Medici senza frontiere, una delle organizzazioni umanitarie colpite dai provvedimenti del governo israeliano, ha fornito servizi ambulatoriali indispensabili pre-parto e post-parto e sostegno ai reparti ospedalieri di salute materna e neonatale in favore di decine di migliaia di donne e neonati, sostegno nutrizionale a molte donne in stato di malnutrizione e cure e sostegno alle vittime di violenza di genere. Medical Aid for Palestinians ha fornito cure neonatali, anche intensive, cure per la salute riproduttiva, trattamenti ostetrici e successivi controlli presso due ospedali di Gaza City – quello di al-Sahaba e quello della Patient Friends Benevolent Society – e l’ospedale al-Masser di Khan Younis, così come sostegno e consulenza alle vittime della violenza di genere.
I servizi cruciali forniti dalle organizzazioni di aiuto umanitario non potranno essere facilmente assorbiti da un sistema sanitario già a pezzi. Di conseguenza, decine di migliaia di donne ne pagheranno le conseguenze in termini di declino della continuità e della qualità delle cure.
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Amnesty International ha parlato con donne incinte e in fase di allattamento che vivono sfollate a Gaza City al-Mawasi, Deir Balah e Nuseirat. Sebbene l’accesso al cibo, ai prodotti per l’igiene personale e per la pulizia – come ad esempio assorbenti mestruali, shampoo e sapone – sia migliorato dal gennaio 2026, alcune donne ancora non riescono a procurarseli e hanno ben poco accesso all’acqua potabile o a quella per uso domestico.
La maggior parte delle neomamme intervistate da Amnesty International ha riferito di non essere stata in grado, durante la gravidanza, di ricevere cibi nutrienti. Molte di loro hanno perso tanto peso e ad alcune sono state diagnosticate malnutrizione e/o anemia.
Hind*, 22 anni, proveniente dall’ormai quasi completamente distrutto campo per persone rifugiate di Jabalia e sfollata ad al-Mawasi, ha partorito un figlio il 19 gennaio 2026:
“Pesavo solo 43 chili e all’ospedale da campo dove mi sono recata a partorire mi hanno diagnosticato la malnutrizione. Mio figlio è nato con un’infezione a entrambi i polmoni, ha passato diversi giorni nel reparto di cure intensive, ora sta un po’ meglio ma ancora non riesce a respirare autonomamente e sta in un’incubatrice. Ho paura che si ammalerà ulteriormente quando uscirà perché vivo in una tenda vicino al mare, fa molto freddo e non c’è modo di riscaldarsi. Ho un altro figlio di 18 mesi e pure lui sta male a causa del freddo”.
Mariam*, 22 anni, sfollata a Deir al-Balah, ha partorito sottopeso con diagnosi di malnutrizione e anemia nel dicembre 2025. Sua figlia è nata prima del tempo. Non produce abbastanza latte per nutrirla al seno e ora sta lottando per rimediare latte in polvere e tenere la piccola al caldo, in una tenda priva di riscaldamento.
Tutte le donne incinte intervistate da Amnesty International hanno detto di aver ricevuto cure prenatali solo sporadicamente. Molte non hanno potuto riparare sé stesse e i loro neonati dal freddo eccezionale e dalle alluvioni dei recenti mesi invernali. Tante di loro, durante la gravidanza, sono state esposte a elevati livelli d’inquinamento, soprattutto quando venivano bruciati materiali in plastica o di altra natura in assenza di gas da cucina o di acqua calda per lavarsi. Nell’ultimo periodo di gravidanza e dopo aver partorito, hanno affrontato con estrema difficoltà il sovraffollamento e le condizioni antigieniche dei gabinetti improvvisati nei campi per profughi interni in cui erano riparate.
Un’infermiera di 24 anni incinta di otto mesi ha raccontato ad Amnesty International che, nonostante fosse anemica, non è riuscita a ottenere le flebo di ferro di cui aveva bisogno né cibi ricchi di ferro o di altre vitamine durante la gravidanza. Un suo precedente figlio era morto intorno alla metà del 2024 a causa di un’infezione, senza aver ricevuto cure mediche adeguate. Suo marito è stato ucciso in un attacco israeliano poco dopo che lei aveva scoperto di essere nuovamente incinta. Ha descritto le condizioni miserevoli di una gravidanza trascorsa in tenda, sempre malata per il freddo e lottando quotidianamente per poter usufruire di un gabinetto. Non sa come, quando avrà partorito, potrà tenere suo figlio al riparo dai virus in una tenda piena di sabbia e insetti o rimediare bavaglini, vestiti per l’infanzia o assorbenti per sé dopo il parto.
Maysoun Abu Bureik, un’ostetrica capo reparto dell’ospedale di al-Awda, ha descritto il carico emotivo che incombe sulle neomamme:
“La cosa peggiore è quando devi assistere una madre che ha perso il marito o la famiglia. Non c’è nulla che puoi dire o che puoi fare per consolarla. Deve cavarsela per conto suo e contemporaneamente dare sostegno emotivo alla sua piccola figlia quando lei stessa ha un disperato bisogno di quel sostegno emotivo, soprattutto quando non c’è una casa vera e propria dove tornare”.
Omar El Qattaa/Amnesty International
Le autorità israeliane continuano a controllare e a ostacolare fortemente le procedure di evacuazione per motivi di salute di oltre 18.500 persone palestinesi che hanno urgente bisogno di trattamenti medici non disponibili nella Striscia di Gaza, in larga parte a causa della distruzione del sistema sanitario da parte di Israele. Le evacuazioni verso la Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sono state quasi del tutto vietate a partire dal 7 ottobre 2023.
Da quando, il 2 febbraio 2026, il varco di Rafah è stato parzialmente riaperto, le Nazioni Unite e i loro partner hanno favorito l’evacuazione di 289 palestinesi e delle loro famiglie attraverso quel varco e quello di Kerem Shalom / Karm Abu Salem. Se un groviglio di fattori burocratici e procedurali ha il suo peso nel rallentamento delle evacuazioni, il principale ostacolo è sempre costituito dalle gravi limitazioni e dai ritardi imposti dalle autorità israeliane come l’arbitraria, lenta e vaga procedura di approvazione che causa morti prevenibili ed enormi sofferenze. Le evacuazioni sono state sospese del tutto dopo l’inizio dell’offensiva israelo-statunitense contro l’Iran.
Tra coloro che subiscono le peggiori conseguenze dell’ostruzione delle evacuazioni sono le pazienti oncologiche. Tutte le otto donne colpite da tumori intervistate da Amnesty International hanno dichiarato che le terapie sono ostacolate dalla mancanza di forniture come i medicinali per la chemioterapia. Durante i periodi di pesanti bombardamenti, inoltre, gli ospedali dovevano dare priorità e urgenza alle persone ferite.
“Non c’è alcun ospedale nella Striscia di Gaza per fare la radioterapia. C’è anche grave penuria dei macchinari per le diagnosi, ad esempio non c’è una sola apparecchiatura per fare una risonanza magnetica. L’impossibilità di fare diagnosi precoci significa anche che dobbiamo provare a indovinare, il che mette in pericolo la vita dei pazienti e riduce l’efficacia dei nostri trattamenti”, ha detto ad Amnesty International un’infermiera.
Nella sua analisi della risposta umanitaria, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari ha confermato che alcune attrezzature da laboratorio e materiali necessari per fare diagnosi ed esami attraverso immagini sono giudicati “a doppio uso” da Israele e pertanto ne è vietato l’ingresso.
Alla fine del febbraio 2026 un operatore umanitario di una delle 37 organizzazioni private della registrazione ha raccontato ad Amnesty International che erano stati costretti a non potersi occupare di oltre 1000 pazienti con malattie non trasmissibili, come i tumori, in quanto dall’inizio dell’anno non era stato loro consentito di far entrare forniture mediche nella Striscia di Gaza.
Iman*, una donna sottoposta a terapie oncologiche presso l’ospedale al-Helou di Gaza City, ha riferito che le sue sessioni di chemioterapia sono state rinviate in due occasioni perché i farmaci necessari non erano disponibili:
“Quando ho la fortuna di fare la sessione, dormo per uno o due giorni di seguito per riprendermi ma poi devo tornare nella mia tenda, dove bevo acqua non potabile e uso gabinetti sporchi. Ma la cosa peggiore è non poter dormire né riposare. L’anno scorso mi hanno diagnosticato un tumore al seno e da allora sono stata sfollata quattro volte. Potevo muovermi a malapena ma dovevo anche portare i miei figli. La combinazione tra sfollamento e malattia ti uccide. Il mio nome è sulla lista delle evacuazioni, non mi resta che aspettare”.
Nisrine, 49 anni, madre di sette figli cui è stato diagnosticato un tumore al cervello, ha ricordato quando, appena appresa la diagnosi, sua madre e i suoi fratelli sono stati uccisi da un attacco israeliano e la loro abitazione a Shuja’iya è stata distrutta: “Sono piombata in un’acuta depressione. Lo sfollamento costante ti toglie la vita, ti prosciuga. La cosa più dura è dover ricominciare da capo ogni volta. Per chi è nella mia situazione è ancora peggio perché già siamo fisicamente prosciugate”.
Hani Ayas, ex direttore degli ambulatori dell’Ospedale dell’amicizia turco-palestinese di Gaza City, l’unico specializzato in tutta la Striscia di Gaza nel trattamento dei tumori, è stato costretto a lasciare il suo ospedale nell’ottobre 2023 a seguito degli intensi bombardamenti. L’esercito israeliano ha poi usato l’ospedale come propria base militare e, nel marzo 2025, ne ha fatto saltare in aria alcune parti.
“Perdere l’Ospedale dell’amicizia ci ha fatto molto male perché era di gran lunga il centro più avanzato per il trattamento dei tumori della Striscia di Gaza. Non siamo neanche riusciti a recuperare alcuna attrezzatura”.
Le autorità israeliane devono porre fine alle loro restrizioni arbitrarie e illegali alle forniture di assistenza umanitaria e in particolare a medicine, attrezzature mediche, beni e servizi essenziali e agli ostacoli alle evacuazioni per motivi di salute. Devono assicurare un percorso efficace e affidabile di evacuazione verso altre parti del Territorio palestinese occupato compresa Gerusalemme Est e all’interno di Israele. Il governo israeliano deve inoltre rimuovere le limitazioni alle evacuazioni per motivi di salute fuori dal Territorio palestinese occupato, ove necessario, e garantire che le persone evacuate possano tornare, se lo vorranno, dopo aver completato i trattamenti. Deve infine consentire l’immediato ingresso di forniture per le diagnosi tramite immagini e analisi di laboratorio, soprattutto quelle necessarie per diagnosticare precocemente tumori e altre malattie.
“Le donne della Striscia di Gaza tengono unite famiglie e comunità in condizioni intese a spezzarle. Sono insegnanti che fanno lezione all’interno delle tende, mediche e infermiere che lavorano negli ospedali da campo spesso gratuitamente e sono loro a lottare indefessamente per tenere viva la speranza in tempi di genocidio. Il loro coraggio merita un rispetto immenso ed è fonte di ispirazione per tutta l’umanità”, ha commentato Callamard.
“Questa catastrofe prodotta dall’uomo, che chiunque ha visto sugli schermi, ha causato sofferenze immani. La nostra azione e il nostro sostegno sono più che dovuti. Dobbiamo stare fermamente dalla parte delle donne e delle bambine palestinesi e chiedere ancora una volta agli stati di agire concretamente per porre fine al genocidio e all’occupazione illegale da parte di Israele, anche assicurando che le donne e le bambine palestinesi abbiano accesso ai loro diritti fondamentali e che tutte le persone palestinesi abbiano un futuro in cui potranno vivere in dignità”, ha concluso Callamard.
Gli stati devono adottare misure concrete per esercitare pressione diplomatica ed economica su Israele affinché ponga fine ai suoi perduranti attacchi, elimini del tutto il blocco illegale nei confronti della Striscia di Gaza e lasci operare liberamente e in sicurezza le organizzazioni umanitarie. Devono assicurare l’accesso ai servizi essenziali di salute materna e riproduttiva e aumentare il sostegno e il finanziamento ai servizi che proteggono i diritti economici e sociali delle donne e alle organizzazioni della Striscia di Gaza a guida femminile.
*Su richiesta delle donne intervistate, sono stati usati pseudonimi