L'Unione europea costringe l'Afghanistan a bere un 'calice amaro' in cambio degli aiuti - Amnesty International Italia

L’Unione europea costringe l’Afghanistan a bere un ‘calice amaro’ in cambio degli aiuti

12 ottobre 2016

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Dover riprendere propri cittadini rimandati indietro dai paesi dell’Unione europea in cambio di aiuti umanitari e allo sviluppo è una disgrazia assoluta. Questo è il giudizio di Amnesty International sull’accordo tra Unione europea e Afghanistan del 4 ottobre 2016.

‘Ecco un altro momento oscuro nelle relazioni estere dell’Unione europea. Dover riaccogliere, da parte di un paese chiaramente instabile, propri cittadini respinti dall’Unione europea dopo avervi chiesto invano asilo, in cambio di aiuti umanitari e allo sviluppo di vitale importanza è una cosa sordida e immorale, un modo per sottrarsi alle responsabilità nei confronti degli afgani nel loro paese e in Europa’ – ha commentato Horia Mosadiq, ricercatrice di Amnesty International sull’Afghanistan.

‘L’Afghanistan già deve gestire oltre un milione di profughi interni. Pur apprezzando l’impegno dell’Unione europea a sostenere finanziariamente il paese, dobbiamo rimarcare che i rimpatri non faranno altro che aumentare le difficoltà’ – ha sottolineato Mosadiq.

Un ministro di Kabul ha descritto in modo assai evocativo l’accordo con l’Unione europea come un ‘calice amaro’ che il governo afgano è stato costretto a bere. L’unica strada possibile per l’Afghanistan e per i suoi partner internazionali è quella di porre i diritti umani, compresi quelli delle molte persone sfollate a causa del conflitto, al centro dell’azione verso il futuro del paese.

Quello raggiunto il 4 ottobre è sostanzialmente un accordo di riammissione.

Rifiutando di chiamarlo in questo modo, il Consiglio europeo e il Servizio europeo per l’azione esterna hanno cercato di aggirare la procedura normale per l’adozione di un accordo del genere, ossia il consenso del parlamento, che ha anche il potere di respingere gli accordi di riammissione. Lo stesso metodo è stato usato per l’accordo del 18 marzo 2016 con la Turchia.