L’Unione europea rafforza la cooperazione in Libia

23 Giugno 2026

di Joan Galvez/Anadolu via Getty Images

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Amnesty International ha denunciato oggi che l’Unione europea sta cercando di espandere la sua cooperazione in materia d’immigrazione con le autorità libiche rivali tra loro e con i rispettivi gruppi armati alleati proprio mentre questi attori stanno intensificando la loro campagna discriminatoria e razzista fatta di arresti di massa, detenzioni arbitrarie, espulsioni illegali collettive e narrazioni xenofobe ai danni delle persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate.

Cosa succede

Nell’ultimo mese il Governo di unità nazionale (Gun) che ha sede a Tripoli e il cosiddetto “Governo libico” alleato delle Forze armate arabe libiche (Faal), il gruppo armato che controlla l’est e il sud del paese, hanno avviato un nuovo giro di vite nei confronti delle persone straniere, arrestandone migliaia. Discorsi xenofobi e razzisti da parte delle varie autorità hanno dato vita a un’ondata di proteste contro i migranti, azioni di gruppi di vigilantes e discorsi d’odio online.

Contemporaneamente, per trattenere un numero maggiore di persone migranti e rifugiate in Libia, l’Unione europea si sta attivamente dando da fare per espandere la sua cooperazione in materia d’immigrazione proprio con questi attori, in particolare con le Faal nonostante l’ampia documentazione su crimini di diritto internazionale e gravi violazioni dei diritti umani a loro carico.

“È sconvolgente che le autorità libiche, sempre in reciproca rivalità, si associno invece per violare i diritti delle persone migranti e rifugiate, ignorare le loro denunce, usare narrazioni razziste e arrestare migliaia di loro prima di espellerle, anche collettivamente, alle frontiere terresti. Il Gun e le Faal devono immediatamente porre fine a tutto questo, ha dichiarato Diana Eltahway, vicedirettrice regionale di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

“Da tempo l’Unione europea finanzia i guardacoste libici in cambio del controllo dell’immigrazione e ciò ha già causato orribili violazioni dei diritti umani. Estendere tale cooperazione ai gruppi armati dell’est della Libia, autori di crimini di guerra rimasti impuniti, è il segno di uno scioccante disprezzo, non solo nei confronti del diritto internazionale, ma anche dei diritti e della dignità umana.  L’Unione europea e gli stati membri non possono sfuggire alle loro responsabilità mentre ciò avviene sotto i loro occhi. Devono interrompere la loro complicità in crimini di diritto internazionale e sospendere le loro politiche di contenimento che intrappolano persone in cicli di violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Eltahawy.

Il Gun e i suoi rivali nell’est della Libia devono fermare immediatamente le loro narrazioni xenofobe e ordinare ai gruppi armati e agli altri soggetti loro alleati di porre termine alle detenzioni arbitrarie di massa e alle espulsioni altrettanto di massa di persone migranti e rifugiate, iniziando invece a proteggerle dalla tortura e da altre violazioni dei diritti umani commesse da attori statali e non statali.

Espulsioni collettive e sommarie precedute da arresti di massa

La campagna repressiva si è nutrita di arresti sommari di migliaia di persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate su tutto il territorio nazionale, in particolare nelle città di Ajdabiya, Al-Bayda, Benghazi, Derna, Sabratha, Sebha, Sirte, Tripoli e Tobruk.

Il 18 maggio 2026 il colonnello Ali Daw, vicedirettore della Direzione per il contrasto all’immigrazione illegale (Dcii), ha annunciato che le sue forze avevano eseguito sgomberi forzati e arresti di decine di persone migranti, minori compresi, nel campo informale di Al Serraj, nella capitale Tripoli. Il comando della Dcii di Tripoli orientale si è vantato di aver espulso, a partire da maggio, oltre 800 “migranti illegali”, comprese persone provenienti dal Sudan, dall’aeroporto di Mitiga. Nessuna delle persone espulse ha avuto la possibilità di chiedere asilo o di opporsi alla procedura d’espulsione.

Nella zona orientale della Libia la stessa Dcii ha annunciato il 24 maggio 2026 che tra 7000 e 8000 persone migranti – tra le quali, anche in questo caso, persone sudanesi – erano state arrestate a est e a sud in vista dell’espulsione. In un precedente comunicato, il 2 aprile 2026, la direzione orientale del Dcii aveva dichiarato che aveva avvisato funzionari dell’Unione europea che la Libia non era “una terra d’insediamento per gli africani”, riferendosi specificamente alle persone provenienti dall’Africa subsahariana.

Il 3 giugno 2026 un rappresentante della Dcii ha reso noto che chiunque fosse entrato senza documenti sarebbe stato considerato un “migrante illegale” e “semplicemente espulso”. È stato anche precisato che la Dcii “non riconosce minimamente i tesserini di rifugiato”.

Le testimonianze

Amnesty International ha parlato con un richiedente asilo sudanese arrestato il 2 giugno 2026 dalla Dcii a Tobruk, città dell’est della Libia sotto il controllo delle Faal. Con lui, sulla base della mera profilazione razziale, sono state arrestate altre decine di persone provenienti dal Sudan. L’uomo ha dichiarato che, prima di essere riuscito a fuggire, è stato trattenuto due settimane in un hangar enormemente sovraffollato all’interno del Centro per le espulsioni di Bab Al-Zaytoun. Al suo interno c’erano oltre 1000 persone provenienti da Sudan, Egitto, Bangladesh e da altri stati, almeno 200 delle quali intercettate in mare. I responsabili della struttura hanno ignorato la sua richiesta di ricevere l’insulina e gli hanno impedito di chiedere asilo. Ha visto 400 persone venir portate via e ha poi appreso, da un altro richiedente asilo sudanese che lo ha contattato al ritorno in Sudan, che erano state caricate su un aereo fermo nello scalo di Bengasi ed espulse.

Amnesty International ha parlato con un cittadino della Sierra Leone residente a Tripoli e arrestato due volte, da parte della Dcii, nelle ultime due settimane. Il 2 giugno 2026, insieme ad altre persone migranti dell’Africa subsahariana, è stato fermato in una strada della capitale e trasferito in un centro di detenzione sconosciuto sotto il controllo di un gruppo armato chiamato “Regione militare della montagna occidentale”. Qui è stato picchiato per quattro giorni fino a quando suoi amici hanno pagato un riscatto per ottenere la sua liberazione. L’11 giugno 2026 è stato fatto scendere da un taxi, sempre a Tripoli. È stato trasferito in una struttura sconosciuta della capitale e, anche in questo caso, trattenuto e picchiato fino al pagamento di un riscatto.

Da precedente documentazione sugli arresti di migranti si evince che le milizie, i gruppi armati e le forze di sicurezza della Libia prendono particolarmente di mira persone nere e razzializzate, che costituiscono la maggioranza della popolazione della Libia. Le cause di questi arresti sono la xenofobia e il razzismo.

Le autorità adottano una narrazione razzista e favoriscono i movimenti di protesta

Tra il 1° e il 10 giugno 2026 c’è stata una raffica di dichiarazioni e decisioni ostili a quello che è stato definito “l’insediamento” delle persone migranti in Libia da parte del ministero degli Esteri del Gun, del Parlamento libico alleato alle Faal, del “Governo libico” dell’est e delle Faal.

Il Parlamento libico ha rimarcato la necessità di proteggere “l’identità demografica e culturale” della Libia e ha ricordato la Legge 24 dell’agosto 2023 che prevede il carcere e l’espulsione di chiunque intenda “insediarsi” in Libia, illegalmente o legalmente. Saddam Haftar, vicecomandante delle Faal, ha annunciato una massiccia campagna di espulsioni.

Amnesty International aveva già documentato espulsioni collettive di persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate, uccisioni illegali, maltrattamenti e torture, stupri e altre forme di violenza sessuale da parte del gruppo armato Tariq Ben Zweyad, all’epoca sotto il controllo di Saddam Haftar.

L’8 giugno 2026 il ministro dell’Interno del Gun, Emad al-Trabelsi, ha dichiarato che le autorità stavano proseguendo l’attuazione di un programma di espulsioni a livello nazionale che aveva già causato migliaia di espulsioni sommarie. In precedenza, al-Trabelsi aveva diretto la famigerata milizia denominata Agenzia per la sicurezza pubblica, coinvolta in tremendi crimini contro le persone migranti e rifugiate e che è ancora coinvolta nell’attuale repressione.

Il movimento “No all’insediamento”

Alla nuova fase repressiva si accompagna un crescendo di preteste xenofobe nella capitale Tripoli, unite dallo slogan “No all’insediamento”, e di contenuti razzisti e xenofobi sulle piattaforme social.

Da aprile centinaia di manifestanti si radunano settimanalmente nel quartiere di Janzour, nell’ovest di Tripoli, dove hanno sede gli uffici delle Nazioni Unite. Accusano le persone migranti, definite “infiltrati”, delle difficoltà economiche della Libia e chiedono l’espulsione dell’Alto commissariato per i rifugiati (Acnur) dal paese. Esprimono anche opposizione alla cooperazione con l’Unione europea perché ha l’obiettivo di non far partire le persone straniere dalla Libia. Si uniscono alle richieste della Dcii e dei municipi locali ai proprietari di abitazioni private di sfrattare le persone migranti e di denunciare quei proprietari che non lo fanno.

Il 4 giugno 2026, alla fine di una protesta di fronte alla sede dell’Acnur, i manifestanti hanno bloccato gli ingressi con cumuli di sabbia e hanno fatto irruzione nella vicina sede della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia, che aveva espresso preoccupazione per la diffusione di informazioni false o imprecise sul lavoro delle Nazioni Unite nel paese. Le forze di sicurezza presenti sul posto non sono intervenute.

L’8 giugno 2026 il sopra richiamato ministro degli Interni al-Trabelsi ha incontrato una delegazione del movimento “No all’insediamento” esprimendo sostegno alle sue richieste.

A partire dal 15 maggio 2026, sulle piattaforme social hanno iniziato a circolare video in cui si vedono persone nere inseguite, provocate, aggredite e picchiate da persone libiche, soprattutto a Tripoli e Zintan, a riprova che la narrazione anti-migranti di attori statali e non statali sta alimentando ulteriore razzismo e rafforzando l’impunità.

La complicità dell’Unione europea nelle sistematiche violazioni dei diritti umani

A maggio documenti trapelati, articoli di stampa e svariati contenuti pubblicati sulle piattaforme social dalle Faal nonché  l’Operazione navale mediterranea dell’Unione europea Irini e la  Delegazione dell’Unione europea in Libia  hanno confermato che è in corso un tentativo di espandere la cooperazione dell’Unione europea con la Libia in materia d’immigrazione, in particolare istituendo un Centro di coordinamento per il soccorso marittimo a Bengasi, la seconda città della Libia, sotto il controllo delle Faal.

Queste notizie sono emerse dopo che, l’11 maggio, i guardacoste libici avevano sparato a una nave dell’ong Sea-Watch nelle acque internazionali a nord di Tripoli. Si è trattato del terzo caso del genere dall’agosto 2025. Le autorità libiche non hanno dato alcuna informazione, tanto meno su eventuali indagini.

Il 6 maggio 2025 l’Ombudsperson europeo ha avviato un’inchiesta sulla mancata diffusione di documenti, da parte della Commissione europea, su una delle precedenti sparatorie.

Ulteriori informazioni

L’attuale crisi rappresenta il proseguimento di violazioni dei diritti umani, ampie e ben documentate, delle persone migranti e rifugiate in Libia, attivamente favorite dalla cooperazione con l’Unione europea e i suoi stati membri.