Foto di Sasan / Middle East Images / AFP tramite Getty Images
Tempo di lettura stimato: 10'
Fine degli attacchi illegali contro le infrastrutture energetiche, comprese quelle che erogano forniture essenziali come l’elettricità, il riscaldamento e l’acqua. È questa la richiesta di Amnesty International a Israele e Iran, resa più urgente dal rischio posto da tali attacchi contro i civili e l’ambiente.
Negli ultimi giorni gli attacchi israelo-statunitensi hanno colpito una serie di depositi e di centri di distribuzione di carburante in Iran. L’Iran, a sua volta, ha colpito depositi e infrastrutture del gas e del petrolio in vari stati del Golfo.
“Da attacchi del genere possono derivare conseguenze prevedibili, ampie e devastanti contro i civili, come incendi mortali fuori controllo, importanti interruzioni delle forniture essenziali, danni ambientali e gravi rischi nel lungo termine per la salute di milioni di persone. Tutto questo significa che tali attacchi possono violare il diritto internazionale umanitario e, in alcuni casi, costituire crimini di guerra”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
“Anche se per giustificare l’attacco contro un’infrastruttura energetica la si qualifica come obiettivo militare, il diritto internazionale umanitario prevede i chiari obblighi di prendere tutte le misure possibili per ridurre i danni ai civili e di astenersi da attacchi che causino morti o feriti di civili in modo sproporzionato o danni a obiettivi civili, come ad esempio effetti negativi a catena sulla vita e sulla salute dei civili come l’esposizione ad agenti chimici tossici”, ha aggiunto Morayef.
Ai sensi del diritto internazionale umanitario, una raffineria di petrolio può essere attaccata solo se è un obiettivo militare, ossia se è usata per fornire un contributo reale a un’azione militare – ad esempio, se produce carburante per le forze armate impegnate in attacchi – e danneggiandola si conseguirebbe un chiaro vantaggio militare nelle circostanze del momento. Anche in presenza di questi due prerequisiti, chi attacca deve prendere tutte le precauzioni possibili per evitare o ridurre al minimo i danni ai civili, come la diffusione di sostanze tossiche; prima dell’attacco, deve considerare se tali danni sarebbero eccessivi rispetto al concreto e diretto vantaggio militare che si prevede di ottenere.
Il 7 marzo enormi fiamme e nuvole di fumo nero si sono levati da svariati depositi petroliferi nelle zone di Shahrah, Sohanak e Kounak della capitale Teheran, nella città di Shahr-e Rey nella provincia di Teheran e in quella di Fariz nella provincia dell’Alborz. Incendi fuori controllo e pioggia intrisa di petrolio hanno danneggiato le aree abitate dai civili.
L’esercito israeliano ha dichiarato di aver attaccato “una serie di depositi a Teheran” affermando che venivano usati dalle forze armate iraniane per “alimentare le infrastrutture militari”.
“Preoccupano gli allarmi sanitari circa la presenza nell’aria di materiali pericolosi e di sostanze tossiche che mettono a rischio la salute di milioni di abitanti di Teheran, con possibili conseguenze cancerogene, danni polmonari e bruciature alla pelle”, ha commentato Morayef.
A seguito dei danni riportati da alcuni edifici residenziali di Shahrah, persone sono rimaste prive di alloggio.
L’8 marzo il vicegovernatore della provincia dell’Alborz ha dichiarato che l’attacco al deposito petrolifero di Fardis aveva causato sei morti e 21 feriti, anche tra la popolazione locale. Il giorno dopo il direttore della facoltà di Scienze mediche della provincia ha dichiarato che l’incendio successivo all’attacco aveva distrutto un centro per le dialisi situato nei pressi del deposito.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche in Iran aumentano la sofferenza di una popolazione traumatizzata dai massacri commessi dalle autorità della repubblica islamica, alle prese da anni con la penuria delle forniture elettriche e idriche e che vive in un ambiente insalubre a causa della cronica cattiva gestione statale e della negazione del diritto umano di prendere parte alla vita pubblica. Questa situazione, insieme alla grave repressione politica, ha dato luogo a successive proteste nazionali, come l’ultima del gennaio 2026, per chiedere diritti, dignità e la fine della repubblica islamica.
Dal 28 febbraio negli stati appartenenti al Consiglio di cooperazione del Golfo ci sono stati molteplici attacchi alle infrastrutture energetiche. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, le forze del suo paese hanno “attaccato basi, installazioni e altre strutture americane” le quali “sfortunatamente” si trovavano negli stati vicini del Golfo. Il presidente del parlamento iraniano Mohammad Bagher Balifar ha aggiunto che “finché ci saranno basi americane nella regione, gli stati [che le ospitano] non conosceranno calma”.
Le autorità di Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar hanno denunciato che i droni e i missili iraniani hanno colpito direttamente strutture petrolifere e del gas e che in altri casi queste sono state raggiunte dai detriti delle munizioni intercettate. I governi degli stati del Golfo limitano fortemente le libertà d’informazione e d’espressione e ciò impedisce di riferire sugli effetti direttamente derivanti da tali attacchi.
Il 2 marzo il ministro della Difesa del Qatar ha dichiarato che droni iraniani avevano colpito infrastrutture energetiche nella zona industriale di Ras Laffan, il principale centro per l’esportazione di gas naturale liquefatto. Dopo l’attacco la produzione è stata sospesa ed è stato dichiarato lo “stato di forza maggiore”.
Il 7 marzo il ministro saudita della Difesa ha reso noto che 21 droni erano stati lanciati contro la zona petrolifera di Shaybah, una delle principali del regno, comprendente impianti che producono gas naturale usato dall’industria petrolchimica. In diversi casi questi droni sono stati intercettati e distrutti.
Sempre il 7 marzo un portavoce del ministero della Difesa del Kuwait ha denunciato che droni avevano preso di mira depositi di carburante nell’aeroporto internazionale.
Il 1° marzo i mezzi d’informazione dell’Oman hanno riferito che due droni avevano colpito il porto commerciale di Duqm ferendo un lavoratore migrante. Il giorno dopo un altro drone ha colpito una nave petrolifera al largo della costa di Muscat, uccidendo un membro dell’equipaggio di nazionalità indiana.
Incendi sono scaturiti da una serie di infrastrutture colpite, a causa degli attacchi o dei detriti dei droni intercettati. In alcuni casi le compagnie statali dell’industria fossile hanno dichiarato di aver sospeso la produzione o il trasporto marittimo.
In Bahrein il 5 marzo è scoppiato un incendio in una delle raffinerie della Bapco Energies colpita, secondo l’agenzia di stampa statale, da un missile iraniano. L’azienda ha dichiarato la sospensione della navigazione dei suoi prodotti per “cause di forza maggiore”.
Il 2 marzo il ministro della Difesa dell’Arabia Saudita ha denunciato che due droni avevano tentato di colpire la raffineria di Ras Tanura ma erano stati intercettati. Tuttavia, i detriti in caduta avevano causato un incendio all’interno della struttura.
Il 10 marzo negli Emirati Arabi Uniti un drone ha causato un incendio nel complesso industriale di Ruwais, ad Abu Dhabi. Un altro incendio era divampato il 2 marzo al terminal petrolifero di Musaffah colpito da un drone, mentre i detriti di un altro drone avevano causato un incendio in un deposito petrolifero situato nella zona industriale di Furajah.
Il 9 marzo l’agenzia di stampa statale del Kuwait ha dato la notizia di un incendio causato dai detriti di un drone intercettato in un deposito di petrolio situato nella centrale elettrica di al Subiya.
La navigazione nello stretto di Hormus è quasi del tutto ferma. Il 10 marzo l’Alto commissario per i diritti umani ha dichiarato che il blocco della navigazione commerciale stava già avendo gravi conseguenze sull’accesso a “energia, cibo e fertilizzanti per la popolazione della regione e non solo” e che l’aumento del prezzo del petrolio avrebbe avuto effetti economici e sociali a catena. Egli ha nuovamente rivolto un appello a investire nelle energie rinnovabili.
“Gli attacchi che colpiscono o danneggiano gravemente le forniture e le reti commerciali possono causare insicurezza alimentare. Tutte le parti devono astenersi da attacchi illegali e porre la protezione dei civili al primo posto nelle decisioni di natura militare”, ha concluso Morayef.
Secondo le autorità iraniane, dal 28 febbraio gli attacchi israelo-statunitensi hanno ucciso almeno 1255 persone. Almeno 17, 11 delle quali di nazionalità straniera, sono state uccise dagli attacchi iraniani negli stati del Golfo: due in Bahrein, sei in Kuwait, una in Oman, due in Arabia Saudita e sei negli Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti di stampa, almeno 570 persone sono state uccise dagli attacchi israeliani in Libano e almeno 12 in Israele.