Mestruazioni: le donne che infrangono i tabù | Amnesty Italia

Mestruazioni: le donne che infrangono i tabù

4 luglio 2019

Tempo di lettura stimato: 8'

“È quel momento del mese”, “ottobre rosso”. Spesso le donne preferiscono usare qualsiasi espressione per parlare delle mestruazioni. Ma in alcune parti del mondo lo stigma va ben oltre gli eufemismi. Per alcune ragazze, avere le mestruazioni significa essere costrette a nascondersi nelle stalle o bandite dalle loro case; altre lottano per procurarsi tamponi e assorbenti e sono costrette ad arrangiarsi con delle bende. Altre sono state persino arrestate o interrogate solo per aver manifestato pacificamente contro questo stigma.

Eppure qualcosa sta cambiando. Abbiamo parlato con cinque brillanti attivisti per i diritti umani che hanno infranto i tabù sulle mestruazioni.

Zhanar Sekerbayeva, 36 anni, Kazakistan

Attivista Lgbti e fondatrice di “Feminita”

In Kazakistan non siamo ancora in grado di chiamare le mestruazioni con il loro nome. Le persone utilizzano eufemismi come “zietta rossa”, “ottobre rosso” o “armata rossa”. Mia madre è una pediatra e quando ho avuto le mie prime mestruazioni mi ha dato un pezzo di stoffa, senza spiegarmi a cosa servisse o come usarlo. Alcune persone seppelliscono le bende usate o usano stracci sporchi rischiando di contrarre malattie e di causare seri danni al sistema riproduttivo.

Si doveva fare qualcosa. Per questo mi sono unita a un gruppo di manifestanti pacifiche ad Almaty, in Kazakistan, e fare delle foto con l’intenzione di sfidare i tabù sulle mestruazioni. Abbiamo utilizzato cartelli disegnati a mano con slogan e immagini. Dopo la manifestazione sono entrata in un bar e quando sono uscita mi stavano aspettando sette poliziotti che mi hanno ordinato di recarmi alla stazione di polizia dicendomi che se non lo avessi fatto avrebbero usato la forza fisica.

Sono stata accusata di teppismo e interrogata da una giudice che mi ha fatto molte domande sul cartello che avevo in mano. Ha anche fatto domande come “Sei sposata? Hai bambini? Sei incinta?”.

Le ho risposto che sono una lesbica dichiarata e le ho chiesto di farmi domande sulla mia partner, non su mio marito. È stata un’esperienza interessante, anche se stressante e spaventosa, ma quando vedo le persone messe di fronte alle ingiustizie, devo agire.

Hazel Mead, 23, Regno Unito

Attivista e illustratrice

Il Regno Unito è più progressista di molti altri paesi, ma crescendo ho provato anche io vergogna riguardo le mestruazioni. Penso che questo sia dovuto al fatto che a scuola non se ne parlava, e quando le ragazze le avevano, utilizzavano una moltitudine di eufemismi: “quel momento del mese” era il mio. Inoltre non era qualcosa di cui si parlava con gli uomini, il che aggiunge a questo tabù l’idea che le mestruazioni sono un grande segreto di cui vergognarsi. A scuola, persino nei luoghi di lavoro, dovevo nascondere gli assorbenti nelle maniche dei vestiti.

Uso il disegno per far parlare di mestruazioni e sconfiggere i pregiudizi. All’inizio della mia carriera ho creato illustrazioni satiriche ispirate alle proteste di #FreePeriods contro la tassa sugli assorbenti. Spesso dono i miei disegni al progetto “Bloody Good Period”, poiché credo molto nel loro lavoro per garantire alle richiedenti asilo e alle senza dimora l’accesso a prodotti per le mestruazioni.

Ho partecipato anche alla campagna di Freda per far sì che hotel, scuole, compagnie aeree e uffici offrano prodotti mestruali gratuitamente. Anche nella mia vita personale parlo molto di più di mestruazioni. Non uso più eufemismi e parlo esplicitamente di assorbenti e prodotti per le mestruazioni invece di “prodotti sanitari”, termini che lasciano intendere che le mestruazioni siano qualcosa di infetto.

Samikshya Koirala, 21, Nepal

Attivista di Amnesty International in Nepal

In Nepal le ragazze che hanno le mestruazioni possono essere tenute nascoste e separate dagli uomini fino a 15 giorni. Alcune vengono addirittura allontanate dalla casa e vivono per giorni chiuse in capanne. Questa usanza è chiamata “chhaupadi”.

La prima volta che ho avuto le mestruazioni sono stata costretta a nascondermi per cinque giorni. Una volta uscita, non mi è stato permesso di avvicinarmi agli uomini della mia famiglia per 11 giorni o di andare in cucina per 19 giorni. Non ho neppure potuto dire ai miei amici dov’ero stata. Ero la prima in classe ad avere le mestruazioni e mi vergognavo tanto.

Un giorno, un gruppo di giovani donne è venuto nella mia scuola per parlarci delle mestruazioni. Da quel giorno tutto è cambiato: ci hanno insegnato tante cose e ci hanno dato la consapevolezza e la forza per sfidare le tradizioni. All’inizio la mia famiglia era contraria e ho dovuto spiegare loro che questa tradizione esiste perché la gestione delle mestruazioni era più difficile. Ora abbiamo gli assorbenti e c’è maggiore igiene. È stato un processo difficile, ma oggi nella mia famiglia non ci sono più limitazioni o divieti nei giorni in cui ho le mestruazioni.

Faccio parte del gruppo di studenti di Amnesty International all’Università di Kathmandu e insieme agiamo per far cambiare il modo in cui le persone pensano alle mestruazioni in senso più ampio. Realizziamo video, organizziamo raduni e gestiamo programmi comunitari per ragazzi e ragazze nelle aree rurali. Quando sentiamo i bambini parlare apertamente di questi argomenti, è per noi un motivo di orgoglio.

In Nepal dobbiamo iniziare a cambiare la mentalità circa le superstizioni che riguardano le mestruazioni e penso che stiamo facendo un ottimo lavoro.

Poulomi Basu, 36, India

Artista e attivista

Sono cresciuta in India, in una famiglia indù patriarcale, quindi so bene come riti e tradizioni siano utilizzati per controllare le donne. Quando ho avuto le mestruazioni per la prima volta non mi è stato permesso di entrare in cucina, né potevo partecipare alle feste. Solo andando via da casa avrei potuto liberarmi dal controllo patriarcale e da queste pratiche e tradizioni che non hanno una ragione. Tuttavia, per molte donne che crescono in ambienti simili, non esiste questa possibilità.

Ho conosciuto Tula, 16 anni, del Nepal, esclusa dalle faccende domestiche durante il ciclo e costretta a fare la facchina per aiutare economicamente la famiglia. Trasporta di tutto: dalla legna da ardere alle pesanti antenne satellitari che servono alle famiglie più ricche per guardare la televisione. Attraversa lunghe distanze e terreni accidentati. Un viaggio può durare tre giorni. Tula guadagna l’equivalente di 20 centesimi di dollaro Usa al giorno. Fa tutto questo mentre studia per gli esami scolastici.

Lakshmi, madre sola di tre bambini in Nepal, è costretta dalla suocera a nascondersi quando ha le mestruazioni. Suo figlio Roshan, di cinque anni, è troppo giovane per stare senza sua madre e lo porta con sé. Nonostante tutte le difficoltà, l’istinto di Lakshmi di proteggere e provvedere ai suoi figli non è mai venuto meno. La sua è una testimonianza di resistenza alla violenza e alla discriminazione.

 

Ho visto donne costrette all’esilio anche durante il periodo di sanguinamento fisiologico che segue il parto, il che è estremamente pericoloso per la salute materna e riproduttiva.

Ho collaborato con Water Aid e lanciato la campagna “To be a girl” per fornire assorbenti riutilizzabili a 130.000 ragazze in Nepal, in India e in alcune parti dell’Africa. Ho anche lavorato con Action Aid e lanciato la campagna “My Body Is Mine” per far parlare le donne affinché si impadronissero del racconto sui loro corpi. Attraverso il potere dell’arte e del racconto, grazie alla realtà virtuale e ai lavori condotti nelle comunità stiamo dando rappresentanza alle donne aiutandole a denunciare le violenze. L’arte ha il potere di cambiare cuori e menti.

Infine, i nostri sforzi hanno avuto un ruolo nel fare pressione sul governo nepalese che ha criminalizzato la pratica dello “chhaupadi” nel 2018. Anche se si è trattato di un grande passo in avanti, in alcune comunità questa decisione ha semplicemente avuto come effetto quello di far continuare questa pratica clandestinamente. Ecco perché questo lavoro è più importante che mai.

Haafizah Bhamjee, 22 anni, Sudafrica

Studentessa e giovane attivista

Insieme ai miei amici con la campagna “#WorthBleedingFor” stiamo cercando di cambiare le cose. La maggior parte della gente pensa che l’università sia un lusso per i ricchi, ma non lo è. Anche i poveri vanno all’università. Alcuni studenti dormono in biblioteca, altri devono fare lunghe file per ritirare aiuti alimentari e per le ragazze l’assenza di un sostegno nell’acquisto di assorbenti è un vero problema. Stiamo lavorando affinché le università installino dispenser per distribuire assorbenti nei bagni e abbiamo contattato il governo locale per fornire assorbenti gratuiti per le ragazze nelle scuole. Incoraggiamo anche le ragazze a parlare delle loro esperienze.

Mi fa stare bene vedere che le persone agiscono per cambiare le cose. Il cambiamento è graduale, ma è emozionante. Un gruppo di ragazze ha persino realizzato un video su #WorthBleedingFor per raccontare il nostro lavoro. È fantastico sapere che stiamo avendo un impatto.