1. Amnesty International si occupa di ricerca e soccorso in mare?
  2. Cosa fa Amnesty International su migranti e rifugiati?
  3. Qual è la posizione di Amnesty International sulle politiche migratorie della Ue?
  4. Qual è la posizione di Amnesty International sugli accordi Italia-Libia?
  5. Qual è la posizione di Amnesty International sull’accordo Ue-Turchia?
  6. Perché Amnesty definisce “illegali” gli accordi di esternalizzazione?
  7. Le persone che sbarcano in Italia sono finti rifugiati, la stragrande maggioranza di loro non fugge dalla guerra
  8. Perché i migranti non vanno in paesi più vicini?
  9. I migranti che sbarcano in Italia sono troppi, non possiamo accoglierli tutti
  10. I migranti ricevono 35 euro al giorno, vitto e alloggio in alberghi di lusso
  11. I migranti rubano il lavoro agli italiani
  12. Sono migranti economici, non possiamo accoglierli tutti
  13. La presenza di navi delle Ong nel Mediterraneo è inutile
  14. Perché Amnesty non difende l’operato della guardia costiera italiana?
  15. La guardia costiera italiana non dovrebbe intervenire nel soccorso ai migranti


Amnesty International si occupa di ricerca e soccorso in mare?

Amnesty International non si occupa di ricerca e soccorso in mare, ma ha esaminato in più occasioni la situazione sulle rotte del Mediterraneo centrale in relazione alle strategie europee e all’esposizione di migranti e rifugiati al rischio di perdere la vita in mare e a quello di abusi in Libia, dove affrontano situazioni di detenzione, tortura e stupri.


Cosa fa Amnesty International su migranti e rifugiati?

Amnesty International ha ampiamente documentato la situazione di rifugiati e migranti negli ultimi anni, anche tramite la raccolta di centinaia di testimonianze di persone che hanno descritto gli abusi a cui sono state sottoposte o hanno assistito nella loro condizione di migranti. Il lavoro quotidiano di Amnesty International è quello di utilizzare strumenti diversi per portare all’attenzione delle istituzioni queste violazioni e proporre soluzioni sostenibili. Nello specifico Amnesty International chiede di:

  • aprire e ampliare percorsi legali e sicuri per migranti e rifugiati;
  • porre fine o impedire gli accordi bilaterali o multilaterali che minano la condivisione delle responsabilità e mettono a repentaglio i diritti umani di migranti e rifugiati;
  • riesaminare l’approccio complessivo alla cooperazione coi paesi terzi in materia d’immigrazione, per assicurare che i diritti dei migranti e dei rifugiati siano protetti in modo adeguato.


Qual è la posizione di Amnesty International sulle politiche migratorie della Ue?

Di fronte alla peggior crisi delle ultime generazioni, l’Unione Europea, il più ricco blocco politico del mondo, ha cercato di impedire a rifugiati e migranti di accedere al proprio territorio. Per più di dieci anni l’approccio dell’Ue per prevenire l’arrivo irregolare di persone via mare o terra, è stato quello di respingere le persone, di chiudere vie di passaggio violando i diritti umani e mettendo a rischio la vita di molte donne e di molti uomini.

Negli ultimi dieci anni un crescente numero di persone è partito dal Nord Africa per arrivare in Europa. La maggior parte di questi viaggi ha coinvolto persone in partenza dalla Libia per l’Italia. Organizzati da trafficanti di esseri umani, i viaggi hanno messo a rischio la vita di molte persone su navi fatiscenti e sovraccariche, senza cibo né acqua sufficienti. Di fronte a centinaia di migliaia di rifugiati e richiedenti asilo che intraprendono viaggi pericolosi per cercare di raggiungere protezione, l’Ue e i suoi stati membri hanno fallito nel dare una risposta coerente, umana e rispettosa dei diritti umani


Qual è la posizione di Amnesty International sugli accordi Italia-Libia?

Gli stati membri dell’Ue hanno stipulato una serie di accordi di collaborazione con autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani – in particolare, la Guardia costiera libica (GCL) e la Direzione generale per il contrasto alla migrazione illegale (DCIM) del Ministero dell’interno – allo scopo di aumentare le capacità di tali autorità di contrastare i trafficanti, eseguire operazioni di ricerca e soccorso e prevenire le partenze irregolari.

Tale politica ha funzionato: il numero di arrivi in Italia è calato del 67% fra luglio e novembre 2017 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e le morti in mare sono diminuite in maniera proporzionale. Tuttavia, i paesi dell’Ue non possono fingere orrore o indignazione quando viene messo in luce il costo umano di tali accordi. I funzionari dell’Ue e italiani non possono dichiarare credibilmente di non essere a conoscenza delle gravi violazioni commesse da alcuni dei funzionari di detenzione e degli agenti della GCL con cui collaborano in maniera tanto assidua. Né possono dichiarare con alcuna credibilità di aver insistito per ottenere meccanismi e garanzie per la protezione dei diritti fondamentali da parte dei loro corrispettivi libici poiché, in realtà, ciò non è avvenuto. Pertanto, sono complici di tali abusi e hanno violato i propri obblighi in materia di diritti umani.


Qual è la posizione di Amnesty International sull’accordo Ue-Turchia?

A marzo 2016, i governi dell’Ue hanno concluso un patto con la Turchia per farvi rientrare di chiunque arrivasse irregolarmente sulle isole greche, demandando alla Turchia la responsabilità sui rifugiati e i migranti che tentavano di raggiungere l’Europa. In cambio, i governi dell’Ue si sono impegnati a versare un finanziamento fino a 6 miliardi di euro per l’assistenza dei rifugiati in Turchia. L’accordo, finalizzato al rinvio dei richiedenti asilo in Turchia e fondato sulla premessa che la Turchia sia un paese sicuro per loro, non ha raggiunto gli obiettivi che si era dato ma ha lasciato migliaia di persone in condizioni squallide e insalubri sulle isole della Grecia. Nella maggior parte dei casi, i richiedenti asilo non possono lasciare le isole greche. Sono fermi in luoghi sovraffollati e squallidi e a volte sono vittime di crimini d’odio.

Sebbene i leader europei continuino a fingere che la Turchia è un paese sicuro, finora i tribunali greci hanno bloccato il ritorno dei richiedenti asilo siriani in Turchia.

Invece di cercare di rimandare richiedenti asilo e rifugiati in Turchia, dove non ricevono effettiva protezione, l’Ue dovrebbe collaborare con le autorità greche per trasferire urgentemente i richiedenti asilo sulla terraferma ed esaminare i loro casi. I governi europei dovrebbero metter loro a disposizione posti per la ricollocazione o ulteriori percorsi legali e sicuri per raggiungere altri paesi europei, ad esempio attraverso visti umanitari o riunificazioni familiari.


Perché Amnesty definisce “illegali” gli accordi di esternalizzazione?

Dinanzi al crescente numero di rifugiati e migranti giunti in Europa attraverso le vie del Mediterraneo e dei Balcani (oltre 1 milione tra giugno 2015 e febbraio 2016) e di fronte alla crescente preoccupazione dell’opinione pubblica riguardo alla loro accoglienza e integrazione, gli Stati membri dell’Ue hanno intensificato la loro azione mirata a ridurre il numero di persone in arrivo in Europa e in movimento nelle varie parti dell’Europa.

In tale contesto, i governi dell’Ue hanno attribuito priorità al contrasto nei confronti del traffico illegale rispetto alle operazioni di soccorso nel Mediterraneo centrale, studiando metodi per esternalizzare il controllo delle frontiere al di fuori dell’Europa, nell’intento di impedire l’ingresso in Europa di rifugiati e migranti. Fermare e imprigionare migranti, richiedenti asilo e rifugiati in paesi con una tradizione di scarso rispetto dei diritti umani significa metterne a repentaglio le vite.

Nello specifico Amnesty International evidenzia una serie di criticità:

  • Gli accordi con i paesi terzi spesso non tengono conto delle violazioni dei diritti umani che vengono perpetrate all’interno di queste aree;
  • Queste intese spesso vengono fatte senza alcuna trasparenza e non sono rese pubbliche;
  • Gli accordi si traducono spesso in una negazione del diritto delle persone di chiedere asilo, in violazione del principio di non refoulement;
  • Si utilizzano i fondi della cooperazione per costringere gli stati di provenienza di migranti e rifugiati a collaborare alla chiusura delle loro frontiere.


Le persone che sbarcano in Italia sono finti rifugiati, la stragrande maggioranza di loro non fugge dalla guerra

Molto spesso mass media, esponenti politici e opinione pubblica fanno confusione e definiscono in modo giuridicamente errato i rifugiati, i richiedenti asilo e le persone bisognose di altre forme di protezione internazionale. Spesso, infatti, viene definito rifugiato chi scappa da paesi in guerra, ma così non è.

La protezione internazionale è diventata materia di competenza esclusiva dell’Unione Europea. Questo significa che tutti gli Stati membri hanno nel proprio ordinamento la stessa normativa. A livello europeo, dunque, esistono due forme di protezione internazionale: lo status di rifugiato e la protezione sussidiaria. Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 e, conseguentemente, secondo la normativa europea ed italiana, il rifugiato è quel «cittadino straniero il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può o, a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, oppure apolide che si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale per le stesse ragioni succitate e non può o, a causa di siffatto timore, non vuole farvi ritorno».

Gli elementi caratterizzanti dello status di rifugiato, dunque, sono le persecuzioni personali per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale (es. orientamento sessuale e/o identità di genere) o opinione politica. Rimane, dunque, esclusa dalla definizione di rifugiato la fuga da un conflitto armato.

Esiste, inoltre, una differenza sostanziale tra il richiedente asilo e il rifugiato. Il primo è quello straniero che ha fatto richiesta di protezione internazionale ed è in attesa di una risposta definitiva in merito. Il rifugiato è colui che ha ottenuto la protezione internazionale.

La protezione sussidiaria, invece, viene riconosciuta «cittadino straniero che non possiede i requisiti per essere riconosciuto come rifugiato ma nei cui confronti sussistono fondati motivi di ritenere che, se ritornasse nel Paese di origine, o, nel caso di un apolide, se ritornasse nel Paese nel quale aveva precedentemente la dimora abituale, correrebbe un rischio effettivo di subire un grave danno come definito dal presente decreto e il quale non può o, a causa di tale rischio, non vuole avvalersi della protezione di detto Paese».

L’elemento caratterizzante della protezione sussidiaria, dunque, non è la persecuzione personale ma il rischio effettivo di subire un grave danno, definito come:

  1. la condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte;
  2. la tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante ai danni del richiedente nel suo Paese di origine;
  3. la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale.

Conseguentemente, le persone che scappano da un Paese in conflitto e da una guerra, hanno diritto alla protezione sussidiaria, in particolare ai sensi del punto 3.

Infine, in Italia, è prevista, in via residuale, la protezione umanitaria, riconosciuta per gravi motivi di carattere umanitario. Differentemente dalle altre forme di protezione, in quest’ultimo caso, non esistono ipotesi specifiche previste dalla legge. Nonostante ciò, la Commissione Nazionale per il diritto di Asilo, con una circolare del luglio 2015, ha indicato alcune ipotesi, quali gravi problemi di salute che non possono essere adeguatamente curati nel Paese di origine, o insicurezza nel Paese di origine.


Perché i migranti non vanno in paesi più vicini?

Nel mondo ci sono 22,5 milioni di rifugiati. Secondo i dati di Unhcr relativi al 2017, la suddivisione della popolazione rifugiata è la seguente: la Turchia da sola ospita 3,2 milioni di rifugiati e il resto dell’Europa 2,5 milioni; l’Africa sub-sahariana 5,7 milioni, l’Asia e il Pacifico 3,6 milioni, il Medio Oriente e Nord Africa 2,7 milioni e le Americhe 700 mila.

I paesi con il più alto numero di rifugiati sono Turchia (3,2 milioni) Pakistan (1,4 milioni), Uganda (1,2 milioni), Libano (1 milione), Iran (979 mila), Germania (864 mila), Etiopia (791 mila), Giordania (600 mila), Sudan (500 mila) e Repubblica Democratica del Congo (500 mila).

La Germania è l’unica eccezione nella lista dei primi dieci paesi di accoglienza, che sono in maggioranza paesi in via di sviluppo e geograficamente prossimi ai paesi di origine dei rifugiati. Se consideriamo invece i primi 20, gli altri due paesi ad alto reddito sono Francia (321 mila) e Stati Uniti (279 mila). Tra le altre nazioni più sviluppate figurano Svezia (235 mila), Italia (157 mila), Regno Unito (121 mila), Austria (104 mila) e Canada (101 mila).


Perché non li aiutiamo a casa loro?

Nel 2016 il volume dell’aps (aiuto pubblico allo sviluppo) mondiale ha superato 154 miliardi di euro, con un aumento del 5% rispetto all’anno precedente (+33% rispetto al 2011). Rispetto al 2015 l’Italia ha incrementato del 13% le risorse e nel 2016 arriva a destinare all’aps 4 miliardi e 476 milioni di euro.

Con l’esplosione dei costi per i rifugiati, aumentano però in modo considerevole i soldi che rimangono nei paesi donatori, tra cui l’Italia, mentre diminuisce costantemente la quota di risorse che raggiunge i paesi più poveri (ldcs, least developed countries). I fondi dei paesi Ue destinati ai paesi ldcs passano da 9,7 miliardi di euro del 2011 a 8,5 miliardi nel 2016. I fondi italiani per i paesi ldcs diminuiscono del 71%.

Negli stessi anni i fondi dei paesi Ue non allocati geograficamente – voce di bilancio composta in gran parte dai costi per l’accoglienza dei rifugiati – passano da 9,2 miliardi di euro del 2011 a 20,8 miliardi di euro nel 2016.

Nel nostro paese l’impegno per la voce rifugiati è aumentato del 63,4% solo nell’ultimo anno, passando dai 960 milioni di euro del 2015 a 1 miliardo e 570 milioni del 2016. Nel 2015 costituiva il 24,3% dell’aps totale, per arrivare al 35% nel 2016.

In Italia il fondo Africa dotato per il 2017 di 200 milioni di euro viene in parte utilizzato per il controllo delle frontiere e aspetti militari. Di questi sono stati rendicontati solo 143 milioni di euro e comprendono anche interventi militari. Il Niger riceve il 48% di queste risorse, seguito dalla Libia a cui va il 29%. Tra gli interventi in apparenza di tipo militare si segnalano i 12 milioni di euro destinati alla Tunisia per la manutenzione di motovedette, rimpatri celeri e formazione di polizia di frontiera. (Fonti Openpolis e Oxfam)


I migranti che sbarcano in Italia sono troppi, non possiamo accoglierli tutti

Per quanto riguarda i dati e le statistiche dell’accoglienza in Italia, quelli più recenti sono forniti dal Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2017, a cura di Anci, Caritas, Cittalia, Fondazione Migrantes, Sevizio Centrale dello SPRAR, con il contributo di UNHCR, e riguarda tutto il 2016 e i primi 6 mesi del 2017. Nel 2016 sono state registrate nel sistema di accoglienza 188.084 persone, mentre al 15 luglio 2017 il numero era di 205.003. I Comuni d’Italia coinvolti nel sistema di accoglienza sono 3.231, pari al 40% dei Comuni a livello nazionale.

Per quanto riguarda invece il dato sugli stranieri residenti in Italia, secondo l’ultimo Report Indicatori Demografici Istat al 1° gennaio 2018 sono 5 milioni 65mila e rappresentano l’8,4% della popolazione residente totale. Sul numero indicato, soltanto 3.714.137 sono cittadini non comunitari. I Paesi più rappresentati sono: Marocco (454.817), Albania (441.838), Cina (318.975), Ucraina (234.066) e Filippine (162.469).


I migranti ricevono 35 euro al giorno, vitto e alloggio in alberghi di lusso

Il diritto all’accoglienza è previsto per i richiedenti asilo privi di mezzi di sussistenza per tutta la fase relativa al procedimento di determinazione della protezione internazionale e per ulteriori sei mesi (eventualmente prorogabili) in caso di ingresso in un progetto SPRAR.

Le condizioni di accoglienza però, variano enormemente a seconda della tipologia di centro, del tipo di struttura, del livello di professionalità dell’ente gestore, della qualità dei servizi offerti e della durata della permanenza condizionando, di fatto, il percorso d’integrazione della persona. In alcuni casi, infatti, gli standard dei servizi erogati risultano del tutto inadeguati a sostenere i rifugiati nei processi d’inclusione sociale, traducendosi in mero assistenzialismo e costringendoli poi, una volta dimessi dai centri, a fare nuovamente ricorso all’assistenza pubblica.

I richiedenti asilo e rifugiati costituiscono una categoria particolarmente vulnerabile non soltanto per l’assenza di un progetto migratorio definito, avendo dovuto abbandonare repentinamente il paese di origine, ma anche per le conseguenze dei traumi subiti prima della partenza e, come accade sempre più frequentemente, durante il viaggio verso l’Europa.

L’esclusione dai circuiti di assistenza mette i migranti a rischio di grave emarginazione costringendoli a cercare soluzioni abitative di fortuna spesso in condizioni di vita inaccettabili.

Proprio nell’ottica di assicurare l’uniformità delle procedure e la tutela dell’imparzialità e della trasparenza, il 7 marzo 2017 il Ministero dell’Interno ha firmato il decreto di approvazione del nuovo schema di capitolato per la fornitura di beni e servizi relativi alla gestione e al finanziamento delle strutture di accoglienza dei migranti, recependo tutte le indicazioni fornite dall’ANAC sulle procedure e i protocolli di affidamento delle gare di appalto sulla gestione dei centri di accoglienza. Un ulteriore incentivo contenuto nel Decreto Legge n. 193/2016 recante “disposizioni urgenti in materia fiscale e per il finanziamento di esigenze indifferibili”, prevede specifiche misure finanziarie in favore dei Comuni che accolgano immigrati, stabilisce l’erogazione ai Comuni di 500 euro all’anno per ogni accolto non vincolati a specifica destinazione (comunque nei limiti della disponibilità del fondo). Al di là dell’intento premiale per i Comuni “più virtuosi” nell’accoglienza, il punto di forza di tale misura una tantum risiede nell’intento di sostenere la capacità economica delle amministrazioni senza necessariamente vincolarne la spesa ai servizi per i migranti. Contestualmente all’adozione di tali misure, nel dicembre 2016 il Ministero dell’Interno ha preparato con l’ANCI il Piano nazionale di ripartizione dei richiedenti asilo e rifugiati che, prendendo le mosse dal sistema di quote stabilito nella Conferenza Unificata del luglio 2014, mira a una distribuzione più equilibrata e sostenibile dei migranti, anche all’interno delle singole Regioni, prevedendo la proporzionalità tra migranti in accoglienza e popolazione residente nel Comune.

L’idea dello SPRAR come perno del sistema è stata confermata nell’intesa raggiunta il 10 luglio 2014 in sede di Conferenza unificata sul Piano Nazionale per fronteggiare il flusso straordinario di cittadini extracomunitari, adulti, famiglie e minori stranieri non accompagnati. In questo testo si propone un piano operativo che si articola in tre distinti livelli:

  1. Soccorso e prima assistenza (hotspot), con identificazione e primo screening sanitario in centri governativi, che costituiscono il primo livello di assistenza e assegnazione delle persone nei centri regionali/hub.
  2. Prima accoglienza in centri regionali denominati anche hub che dovrebbero offrire l’accoglienza successiva al primo soccorso. In questi centri governativi di accoglienza per richiedenti asilo (CARA) come previsto dall’art. 9 D.lgs. 142/2015 vengono espletate le operazioni necessarie all’identificazione e definizione della posizione giuridica, la verbalizzazione della domanda e l’avvio della procedura di esame della domanda, nonché l’accertamento dello stato di salute volto anche a verificare, sin dal momento dell’ingresso del richiedente nelle strutture, la sussistenza di eventuali situazioni di vulnerabilità. La gestione dei centri governativi di prima accoglienza è affidata ad Enti locali, anche associati, unioni o consorzi di comuni, ma anche ad Enti pubblici o privati che operano nel settore dell’assistenza dei richiedenti protezione internazionale o nell’assistenza sociale.
  3. Sistema SPRAR, che si configura come seconda accoglienza e passo decisivo per l’integrazione.

(Dati UNHCR Rapporto 2017)


I migranti rubano il lavoro agli italiani

Secondo uno studio della Banca d’Italia, “negli ultimi venticinque anni e con ogni probabilità nel futuro, la demografia ha dato e darà un contributo diretto sensibilmente negativo alla crescita economica. In questo contesto, i flussi migratori previsti limiteranno l’ampiezza di tale contributo negativo, ma non saranno in grado di invertirne il segno”.

In altre parole, la contrazione della natalità e della mortalità hanno determinato un progressivo invecchiamento della popolazione, con la conseguente diminuzione della quota di popolazione in età lavorativa e l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale (il rapporto tra la popolazione non attiva 0-14 e più di 64 anni e la popolazione 15-64).  Il peso negativo degli sviluppi demografici sull’economia italiana sarebbe stato ancora più penalizzante se non fosse intervenuto negli ultimi 25 anni un flusso migratorio in entrata. La maggior parte dei migranti è rappresenta da individui in età lavorativa: aumenta quindi la quota di popolazione attiva e diminuisce l’indice di dipendenza strutturale.  In numeri, tra il 2011 e il 2016 la crescita effettiva del Paese (PIL) è stata del -2,8%, ma sarebbe arrivata al -6,1% se non ci fosse stato il contributo positivo dell’immigrazione, pari al +3,3% del PIL.

Secondo il “Rapporto 2017 sull’economica dell’immigrazione” della Fondazione Leone Moressa, il PIL prodotto dagli immigrati nel 2016 è stato di circa 131 miliardi di euro.

I settori di impiego della popolazione immigrata sono quelli dei servizi (46,4%), della manifattura (17,5%), delle costruzioni (10,0%), del commercio (9,3%), degli alberghi e ristoranti (10,7%), dell’agricoltura (6,1%). In generale, gli immigrati ricoprono prevalentemente posizioni di media e bassa qualifica.

Oltre un terzo degli stranieri (35,6%) esercita professioni non qualificate, il 29,3% ricopre funzioni da operaio specializzato e solo il 6,7% è un professionista qualificato. Il 74% dei collaboratori domestici è straniero, il 56% delle badanti, il 51% dei venditori ambulanti, il 39.8% dei pescatori, pastori e boscaioli, e il 30% dei manovali edili e braccianti agricoli.

I dati Istat sul mercato del lavoro dimostrano che l’occupazione immigrata e quella autoctona sono prevalentemente complementari: se prendiamo ad esempio il settore agricolo, il 29% dei braccianti agricoli e il 39% di pastori e pescatori è straniero, mentre l’87% di agricoltori e operai specializzati è italiano.


Sono migranti economici, non possiamo accoglierli tutti

Se incrociamo il dato del 2016 delle persone sbarcate (181.436) con il numero degli stranieri residenti al 31/12/2016 in Italia (5.065.000 persone), si evince, con le dovute cautele metodologiche, che gli arrivi via mare rappresentano poco più dell’3,6% del totale degli stranieri presenti nel territorio.

Se poi consideriamo solo il numero di coloro che formalizzano la domanda di asilo, l’incidenza percentuale si riduce ulteriormente.

Nel diversificato sistema di accoglienza italiano sono presenti, al 22 marzo 2017, 174.356 persone, molte delle quali arrivate da tempo in Italia. Queste rappresentano il 3,5% della popolazione straniera in Italia e lo 0,29% dell’intera popolazione. In Italia nel 2017 per ogni 1000 abitanti accogliamo 3 persone (dati rapporto Oxfam “La lotteria Italia dell’accoglienza).


La presenza di navi delle Ong nel Mediterraneo è inutile

È dimostrato che il coinvolgimento delle Ong nelle operazioni di ricerca e soccorso ha contribuito a ridurre le morti in mare. Nonostante le morti siano aumentate nel 2016, grazie alla presenza delle Ong, mese dopo mese, la tendenza si è abbassata, e questo mostra che il tasso di morti era più alto prima della presenza delle Ong in mare, e che tale tasso scende man mano che aumentano le navi delle Ong.

Nel 2014 le Ong sono state responsabili del salvataggio di 1.450 persone, 20.063 nel 2015, 46.796 nel 2016 e 12.647 nei primi mesi del 2017, prima dell’entrata in vigore del Codice di condotta. Il contributo che hanno fornito è stato accolto favorevolmente e riconosciuto da politici e rappresentati delle istituzioni, inclusi il comandante della Guardia costiera italiana e il Comandante di Eunavfor Med.


Perché Amnesty non difende l’operato della guardia costiera italiana?

Amnesty International ha più volte raccontato l’operato della Guardia costiera italiana, non da ultimo nel rapporto “Una tempesta perfetta”. Nel 2015, Amnesty International aveva definito il Mediterraneo centrale “un mare più sicuro” documentando l’impatto positivo delle misure prese a livello europeo per rafforzare le capacità di ricerca e soccorso dalla fine dell’aprile 2015.

Alla fine del 2015 infatti, 152.343 persone sono state salvate in mare. Di queste, 41.341 sono state salvate dalla Guardia costiera italiana, anche con strumenti co-finanziati da Frontex; 29.178 dalla Marina italiana, 6.290 dai doganieri italiani, anche con strumenti co-finanziati di Frontex; 16.158 da mercantili; 20.063 da Ong, 15.428 da Triton Frontex, mezzi italiani esclusi; e 23.885 da Eunavfor Med e navi straniere.

Nel 2016 e 2017, l’Mrcc della guarda costiera italiana di Roma e i soccorritori nel Mediterraneo centrale si sono dovuti confrontare con i cambiamenti nelle operazioni di ricerca e soccorso che hanno stravolto lo scenario.


La guardia costiera italiana non dovrebbe intervenire nel soccorso ai migranti

Gli Stati devono adempiere, come previsto dal diritto internazionale, ai propri obblighi di collaborazione nello svolgere operazioni di ricerca e salvataggio (Search and Rescue, SAR) e nello scongiurare la perdita di vite umane in mare. Le misure di controllo delle frontiere e dell’immigrazione non possono avere la precedenza sulle operazioni di SAR. Assicurare la sicurezza e la dignità di coloro che vengono tratti in salvo, compreso l’equipaggio, deve essere la priorità, quando gli individui vengono salvati in mare.

È ormai, comunemente e da moltissimi anni, consuetudine che il Capitano di una nave presti assistenza a chiunque si trovi in difficoltà in mare, senza considerare la nazionalità o le circostanze nelle quali le persone si trovano. L’integrità del sistema SAR dipende da questo aspetto. Quest’obbligo è ormai considerato diritto internazionale consuetudinario ed è stato codificato dal diritto internazionale del mare.

La convenzione SAR, il cui scopo è la creazione in un sistema internazionale comune di ricerca e soccorso, richiede agli stati di assicurare che vi siano sufficienti “regioni” di ricerca e soccorso in mare, che siano contigue non sovrapponendosi l’un l’altra; e che siano stabilite attraverso accordi tra le parti. La convenzione SOLAS del 1974 (convenzione per la salvaguardia della vita in mare) e le Convenzioni SAR prevedono che gli stati parte si coordinino e cooperino per assicurare che i Capitani delle navi che si trovino in soccorso di persone in difficoltà, siano sollevati dall’onere che ciò comporta, prevedendo variazioni minime del viaggio e uno sbarco rapido e praticabile. Tali convenzioni obbligano inoltre i Capitani che hanno soccorso persone in mare a garantire loro trattamenti umani, in considerazione delle condizioni della nave.