Mosul, i traumi e le ferite dei bambini

22 dicembre 2016

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Con una missione nel nord dell’Iraq, Amnesty International ha denunciato la disperata situazione di una generazione di bambini coinvolti nella battaglia di Mosul, dove rischia di generarsi una catastrofe umanitaria.

Nel corso della missione abbiamo incontrato bambine e bambini di ogni età, rimasti gravemente feriti sulla linea del fronte tra il gruppo armato Stato islamico e le forze del governo iracheno sostenute da una coalizione a guida statunitense.

“Questi bambini hanno visto cose che nessuno, a qualsiasi età, dovrebbe vedere. Ho incontrato bambini che non solo hanno riportato ferite orribili ma che hanno anche visto i loro familiari e vicini di casa decapitati dai colpi di mortaio, fatti a pezzi dalle autobomba e dalle mine o sbriciolati sotto le macerie delle loro abitazioni”, ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente di Amnesty International per le risposte alle crisi, tornata da una missione di 17 giorni nel nord dell’Iraq.

“I bambini feriti finiscono per ritrovarsi in ospedali sovraffollati o in campi per sfollati, dove l’insostenibile situazione umanitaria rende la loro ripresa fisica e psicologica ancora più difficile. Molti altri rimangono intrappolati nelle zone dove infuria il conflitto. È urgentemente necessario che le autorità irachene e i loro alleati nella battaglia di Mosul mettano in piedi un sistema in grado di fornire migliori cure, riabilitazione e protezione ai civili. Prendersi cura delle vittime civili, soprattutto di quelle più vulnerabili, dovrebbe essere una priorità assoluta e non un pensiero secondario”, ha aggiunto Rovera.

“Le nostre case sono diventate le tombe dei nostri bambini”

In un ospedale di Erbil, Amnesty International ha incontrato Umm Ashraf. Il 13 dicembre a Mosul est un’automobile è esplosa di fronte all’abitazione dove avevano trovato riparo lei e i suoi sette figli, tutti rimasti feriti. L’esplosione ha provocato decine di morti, rimasti schiacciati dalle macerie delle loro abitazioni. La figlia più grande di Umm Asahraf, la 17enne Shahad, ha perso entrambi gli occhi:

“Le nostre case sono diventare le tombe dei nostri bambini. I miei vicini sono ancora sepolti sotto le macerie, nessuno è in grado di scavare per estrarre i loro corpi. Io ho tirato fuori i miei figli feriti uno per uno ma non ce l’ho fatta a salvare mia sorella. Un mio vicino è stato decapitato dallo scoppio così come molti altri sono rimasti uccisi”.

Il 12 novembre Teiba, di otto anni, e la sua sorellina Taghreed di 14 mesi sono stati uccisi da un colpo di mortaio che ha colpito il cortile della loro abitazione, a Mosul est. I genitori sono rimasti gravemente feriti. La madre, Mouna, ha raccontato:

“Continuavo a dire alle bambine di rimanere in casa. C’erano colpi di mortaio e sparatorie 24 ore al giorno. Poi è arrivato quel colpo di mortaio. Io sono caduta a terra, le bambine sono andate a sbattere la testa contro il cancello. La più piccola, gattonando, è arrivata fino da me e mi è morta in braccio”.

Strutture mediche al collasso

Poiché nei quartieri di Mosul est al centro del conflitto gli ospedali funzionanti o accessibili sono quasi pari a zero, la maggiore speranza per i feriti è di ricevere cure mediche a Erbil, la capitale del Governo regionale curdo (Krg).

Arrivarci, sebbene sia a soli 80 chilometri di distanza, è però pressoché impossibile. Solo i pochi che riescono a ottenere un permesso speciale possono entrare nel Krg e comunque è raro che i loro parenti possano incontrarli o visitarli in ospedale.

Alcune famiglie fuggite dal conflitto si sono ritrovate bloccate per giorni in una terra di nessuno, a rischio di finire nuovamente intrappolati negli scontri, in attesa di entrare nel Krg.

Tra coloro che hanno raggiunto Erbil c’è Ali, due anni, ferito nel quartiere Hay al-Falah di Mosul il 14 dicembre. Quando Amnesty International l’ha incontrato, a malapena respirava e aveva il volto irriconoscibile a causa delle ferite sanguinanti.

Sua nonna, Sokha, ha già perso due nipoti: Zaira di 14 anni e Wa’da di 16, uccise nello stesso attacco del 14 dicembre:

“Le mie nipoti stavano da 30 giorni nella cantina di un vicino. Avevano finito le scorte di acqua e cibo. Siccome due giorni prima la zona era stata riconquistata dalle truppe governative, si sono fidate e sono uscite. Sono state colpite appena raggiunto il cancello”.

Sebbene solo pochi feriti di Mosul siano stati evacuati verso Erbil, gli ospedali di questa città sono stracolmi di persone ferite.

“La campagna militare per riconquistare Mosul è stata pianificata per lungo tempo. Per questo, le autorità irachene e i loro partner internazionali avrebbero potuto e dovuto organizzarsi meglio in vista delle inevitabili perdite civili, soprattutto sapendo che gli ospedali del Krg sarebbero entrati in sofferenza a causa dell’afflusso di un gran numero di feriti. Se ci sono risorse per fare la guerra, devono essercene anche per affrontarne le conseguenze”, ha commentato Rovera.

Bambini traumatizzati e terrorizzati

Oltre ai danni fisici di cui soffrono, i bambini di Mosul sono terrorizzati e profondamente traumatizzati a causa dell’estrema violenza che hanno subito o cui hanno assistito.

“I miei figli hanno visto la loro sorella venire uccisa davanti ai loro occhi, hanno visto un vicino di casa decapitato da un’esplosione; hanno visto brandelli di corpi umani. Come potranno riprendersi?”, ha chiesto Umm Ashraf.

In un campo per sfollati interni, Amnesty International ha incontrato Mohammed, quattro anni. Non riesce a stare fermo, si prende a schiaffi e batte la testa contro il pavimento. Si fa i bisogni addosso più volte al giorno e ogni volta piange inconsolabilmente.

Sua madre Mouna, immobilizzata su un lettino a causa di una frattura a una gamba, ha raccontato che fa così dal colpo di mortaio del 12 novembre che ha ucciso due delle sue sorelle:

“Mohamed e Taghreed erano inseparabili. La prendeva sempre in braccio. Non riesce a capire che la sorellina è morta, è triste e arrabbiato perché pensa che l’abbiamo lasciata a Mosul. Penso che abbia bisogno di psicoterapia ma qui nel campo non c’è niente”.

Le due figlie sopravvissute, di 10 e 12 anni, devono occuparsi di ogni cosa: andare a prendere l’acqua, cucinare, lavare i vestiti e medicare le ferire dei genitori. Non hanno il minimo tempo per giocare o studiare.

Dall’arrivo al campo per sfollati interni, questi bambini che hanno visto le loro sorelle e i loro fratelli morire non hanno ricevuto alcun sostegno psicologico. Le poche attività di assistenza psicosociale previste in alcuni di questi campi sono del tutto insufficienti a causa dell’alto numero di bambini coinvolti nel conflitto e in molti casi vittime dirette della violenza.

“Le ferite lasciate da queste esperienze, dall’effetto traumatico inimmaginabile, sono sia fisiche che psicologiche e potrebbero cambiare la vita dei bambini per sempre. Tuttavia finora il governo iracheno e i suoi alleati le hanno trascurate, evitando di istituire strutture mediche adeguate”, ha sottolineato Rovera.

“Nell’ambito della risposta umanitaria alla crisi irachena, la comunità internazionale deve destinare in via prioritaria ampie risorse alla protezione dei bambini, compreso il sostegno psicologico completo per chi è stato esposto a violenze estreme”, ha affermato Rovera.

Anche i bambini e le bambine della comunità yazida, di ritorno dalla prigionia dello Stato islamico, hanno vissuto sofferenze indicibili. Bambine anche di soli 11 anni sono state stuprate, bambini sono stati costretti a fare addestramento militare, a imparare a tagliare la gola e ad assistere alle esecuzioni.

Jordo, 13 anni, ha trascorso due anni prigioniero dello Stato islamico:

“Prendi il tizio per i capelli e gli sollevi la testa fino a quando gli puoi tagliare la gola. Se è calvo, gli infili due dita nelle narici e gli tiri su la testa. Mi hanno insegnato a uccidere così e in tanti altri modi”.

AK, 10 anni, è tornato in libertà a novembre. Era stato rapito oltre due anni prima insieme ai genitori e a sette fratelli. Solo due di loro, di sei e sette anni, sono ritornati. Gli altri familiari sono ancora nelle mani dello Stato islamico.

Dei bambini si prendono cura due lontani cugini, che già si occupavano di 23 donne e bambine. Uno di loro ha ammesso quanto sia difficile gestire il trauma dei bambini:

“AK è veramente difficile da controllare. Rompe le cose, le dà fuoco. L’altro giorno è uscito fuori in mutande in mezzo al gelo e si è allamato. Tutti e tre i bambini se la fanno sotto e dobbiamo farli dormire in tre tende separate a causa dell’odore. Avrebbero bisogno di un aiuto professionale ma finora non abbiamo trovato nessuno”.

Promesse mancate

Gli operatori umanitari hanno riferito ad Amnesty International che i bambini e le bambine sfollati dalla battaglia di Mosul mostrano evidenti segni del trauma: piangono spessissimo, rimangono muti, hanno scatti di violenza e vogliono rimanere attaccati ai loro genitori o agli adulti che si prendono cura di loro.

A causa della mancanza di risorse, questi bambini non stanno ricevendo il sostegno psicologico necessario per aiutarli a elaborare eventi enormemente traumatici e iniziare a ripristinare un senso di normalità nelle loro vite.

A settembre, i governi donatori si erano impegnati ad assicurare “l’accesso alle forme vitali di assistenza” e a “facilitare il passaggio rapido e senza impedimenti dei soccorsi umanitari”. È fondamentale che la protezione e la cura dei bambini coinvolti nel conflitto sia una priorità nella risposta umanitaria.

A Mosul l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità, così come la mancanza di cibo, carburante da riscaldamento, medicine e acqua potabile espongono i bambini a fortissimo rischio di malnutrizione, disidratazione, infezioni batteriche e altre malattie.

“Nonostante le rassicurazioni dell’Iraq e delle forze della coalizione che si sta facendo il massimo per proteggere i civili, ogni giorno a Mosul bambini muoiono o rimangono feriti, nelle loro case o nel tentativo di fuggire in cerca di salvezza. Tutti coloro che stanno prendendo parte alla battaglia devono prendere ogni possibile precauzione per risparmiare vite umane, evitando ad esempio di usare artiglieria e altre armi da fuoco imprecise contro zone residenziali fittamente popolate”, ha detto Rovera.

“Senza un ulteriore sforzo da parte del governo iracheno e dei suoi alleati per creare percorsi sicuri per far uscire i civili dalle zone di Mosul dove si combatte e per fornire servizi essenziali a coloro che sono ancora intrappolati sotto il fuoco, la catastrofe umanitaria potrebbe essere alle porte”, ha concluso Rovera.