Myanmar: due anni dopo l'esodo dei rohingya, i responsabili continuano a evadere la giustizia - Amnesty International Italia

Myanmar: due anni dopo l’esodo dei rohingya, i responsabili continuano a evadere la giustizia

22 agosto 2019

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Domenica 25 agosto ricorre il secondo anniversario dell’avvio delle operazioni militari dell’esercito di Myanmar nello stato di Rakhine, che costrinsero oltre 740.000 uomini, donne e bambini rohingya a lasciare le loro città e i loro villaggi. La campagna militare fu caratterizzata da atrocità tali che un’indagine delle Nazioni Unite ha parlato di crimini contro l’umanità e di possibile genocidio.

Nonostante le condanne internazionali e l’adozione di una risoluzione da parte del Consiglio Onu dei diritti umani, i generali che ordinarono gli attacchi contro i rohingya sono ancora al loro posto.

Nel maggio 2019 Amnesty International ha denunciato nuovi crimini di guerra da parte delle forze armate di Myanmar. A seguito di una serie di attacchi contro posti di controllo della polizia da parte dell’Esercito dell’Arakan, un gruppo armato su base etnica che agisce nello stato di Rakhine, l’esercito ha lanciato una serie di operazioni militari in cui ha commesso uccisioni e ferimenti di civili, esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari, torture e sparizioni forzate.

Mentre sui rohingya rifugiatisi in Bangladesh pende la minaccia del rimpatrio, Amnesty International ha sottolineato che lo stato di Rakhine rimane insicuro anche per il fatto che i responsabili delle atrocità continuano a evadere la giustizia.

Le recenti proposte congiunte di Bangladesh e Myanmar di rimpatriare migliaia di rohingya hanno seminato il panico nei campi che ospitano i rifugiati. Il ricordo degli omicidi, degli stupri e degli incendi dei villaggi è ancora fresco. L’esercito di Myanmar, tutt’altro che pentito, continua a tenere saldo il potere. Lo stato di Rakhine è insicuro per chiunque fosse costretto a ritornarvi“, ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia orientale e sudorientale.

Questo triste anniversario deve farci ricordare anche il fallimento del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che non è stato dalla parte dei sopravvissuti e non ha contribuito a portare i responsabili delle atrocità di massa di fronte alla giustizia. Ora il Consiglio deve fare due cose urgenti: deferire la situazione di Myanmar al Tribunale penale internazionale e imporre un embargo totale sulle armi“, ha aggiunto Bequelin.

Un incubo da entrambi i lati del confine

Ai rohingya continuano a essere negati i diritti fondamentali su entrambi i lati del confine tra Myanmar e Bangladesh.

All’interno di Myannar, centinaia di migliaia di rohingya vivono sotto un regime di apartheid, confinati in campi sovraffollati e in villaggi che di fatto sono delle prigioni, privati della libertà di movimento e fortemente limitati nell’accesso all’istruzione e alle cure mediche.

L’esercito controlla strettamente l’ingresso nello stato di Rakhine: ciò renderebbe estremamente difficile il monitoraggio internazionale sulla situazione di chi dovesse essere rimpatriato. Negli ultimi due mesi le autorità hanno imposto un black-out delle telecomunicazioni nella zona settentrionale e in quella centrale dello stato, isolando ancora di più queste aree.

La purga omicida di centinaia di villaggi abitati dai rohingya nel nord dello stato di Rakhine nella seconda parte del 2017 ha causato, secondo una Missione di accertamento dei fatti delle Nazioni Unite, l’uccisione di almeno 10.000 uomini, donne e bambini rohingya e l’esodo di oltre 740.000 persone in Bangladesh, dove tuttora si trovano.

Nel giugno 2018 un rapporto di Amnesty International ha fatto i nomi di 13 ufficiali delle forze di sicurezza fino al vertice della catena di comando rappresentata dall’alto generale Min Aung Hlaing che dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità. L’Unione europea ha imposto sanzioni mirate su 11 di questi 13 militari.

In Bangladesh oltre 910.000 rohingya, compresi quelli fuggiti a seguito delle precedenti ondate di violenza, vivono in campi per rifugiati dove subiscono forti restrizioni: ad esempio non possono lavorare né muoversi liberamente e i bambini non possono andare a scuola.

Dopo aver sottoscritto un accordo già nel novembre 2017, a più riprese i governi di Bangladesh e Myanmar hanno annunciato l’avvio dei rimpatri dei rifugiati rohingya. Nel novembre 2018 solo le proteste internazionali per la mancata consultazione dei rohingya e l’indisponibilità delle autorità di Myanmar a garantire un ambiente sicuro per i rifugiati hanno fatto annullare un piano di rientri.

Il 15 agosto i due governi hanno annunciato un nuovo piano che riguarderebbe 3450 rifugiati rohingya. Le autorità del Bangladesh hanno dichiarato che i ritorni avverranno solo se saranno sicuri, su base volontaria e in condizioni dignitose ma ancora una volta i rohingya non sono stati adeguatamente consultati. Inoltre, l’impunità garantita ai responsabili delle atrocità e il mancato smantellamento del sistema di apartheid significano che i ritorni non possono essere né sicuri né dignitosi.

Per i rohingya rimasti in patria, lo stato di Rakhine non è altro che una prigione a cielo aperto. Le autorità di Myanmar non hanno fatto praticamente nulla per cambiare la situazione e infatti continuano a rendersi responsabili di crimini contro l’umanità. I donatori internazionali e i governi regionali devono assicurare che non faciliteranno i crimini in atto e premeranno invece su Myanmar per ripristinare i diritti dei rohingya, compresi quelli di cittadinanza“, ha sottolineato Bequelin.

Chiediamo alla comunità internazionale di cooperare col Bangladesh per aiutare i rifugiati rohingya a ricostruire le loro vite in condizioni dignitose. Nessuna decisione sul loro futuro dovrebbe essere presa senza consultarli in modo adeguato“, ha sottolineato Bequelin.

Purtroppo proprio la comunità internazionale continua a non essere all’altezza.

Il 27 settembre 2018 il Consiglio Onu dei diritti umani ha adottato una risoluzione per creare un meccanismo di accertamento delle responsabilità in grado di raccogliere e conservare prove dei crimini di diritto internazionale commessi in Myanmar. Alcuni singoli stati e l’Unione europea hanno adottato sanzioni mirate contro ufficiali dell’esercito e la procura del Tribunale penale internazionale ha chiesto di aprire un’indagine sui crimini di competenza dello stesso Tribunale commessi contro i rohingya a partire dall’ottobre 2016.

Amnesty International ha apprezzato queste azioni ma continua a chiedere che la situazione del Myanmar sia interamente deferita al Tribunale penale internazionale per indagare i crimini commessi contro i rohingya così come quelli ai danni di altre minoranze etniche negli stati di Kachin, Rakhine e Shan.

La situazione per i rohingya e per le altre minoranze etniche di Myanmar non migliorerà mai se i militari non saranno chiamati a rispondere alla giustizia dei loro efferati crimini. La risposta umanitaria per aiutare i rohingya a ricostruire le loro vite deve andare di pari passo con gli sforzi per punire i responsabili. In passato la comunità internazionale ha ripetutamente tradito i rohingya. Non può farlo di nuovo“, ha concluso Bequelin.