Myanmar: porre fine alla repressione delle minoranze etniche - Amnesty International Italia

Myanmar: porre fine alla repressione delle minoranze etniche

16 febbraio 2010

Tempo di lettura stimato: 7'

Amnesty International chiede al governo di Myanmar di porre fine alla repressione contro le minoranze etniche

CS015: 16/02/2010

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha chiesto al governo di Myanmar di porre fine alla repressione contro le minoranze etniche prima dello svolgimento delle elezioni locali e nazionali.
 
Il rapporto di 58 pagine, intitolato ‘La repressione degli attivisti delle minoranze etniche in Myanmar‘, si basa sulle testimonianze raccolte tra l’agosto 2007 e l’agosto 2009 di oltre 700 attivisti che rappresentano le sette principali minoranze, tra cui i rakhine, gli shan, i kachin e i chin.
 
Nel periodo preso in esame dal rapporto, gli attivisti che si battono per i diritti umani delle minoranze etniche sono stati arrestati, imprigionati e, in alcuni casi, torturati e uccisi. Nello svolgimento delle loro legittime attività, inoltre, sono stati sottoposti a invadenti forme di sorveglianza, a intimidazioni e a provvedimenti discriminatori.
 
Le minoranze etniche svolgono un ruolo importante, anche se raramente riconosciuto, nell’opposizione politica del paese‘ – ha dichiarato Benjamin Zawacki, esperto di Amnesty International su Myanmar. ‘La reazione del governo nei loro confronti è molto dura e temiamo che la situazione peggiori con l’approssimarsi delle elezioni‘.
 
Molti attivisti hanno raccontato ad Amnesty International di aver subito la repressione del governo quando hanno preso parte a un più ampio movimento di protesta, come avvenuto negli stati di Rakhine e Kachin nel corso della ‘rivoluzione zafferano’ guidata dai monaci buddisti nel 2007. Altri sono stati presi di mira a seguito di iniziative specifiche, come la raccolta di firme contro la costruzione di una diga nello stato di Kachin. 
 
Anche un’espressione apparentemente innocua di dissenso politico viene punita duramente, come nel caso di un gruppo di giovani karenni arrestati per aver fatto navigare in un fiume piccole barche con su scritto ‘no’ (alla bozza di Costituzione del 2008).
 
Gli attivisti di Myanmar non si trovano solo nelle regioni centrali e nei centri urbani. Per risolvere l’assai preoccupante crisi dei diritti umani del paese, occorre tenere in considerazione i diritti e le aspirazioni dell’ampia parte di popolazione composta da minoranze etniche‘ – ha sottolineato Zawacki.

Oltre 2100 prigionieri politici, molti dei quali appartenenti a minoranze etniche, languono nelle prigioni di Myanmar in condizioni deplorevoli. Nella maggior parte dei casi, si tratta di prigionieri di coscienza, condannati solo per l’espressione pacifica delle proprie opinioni.
 
Amnesty International chiede al governo di Myanmar, in vista delle elezioni, di abolire tutte le limitazioni alla libertà di associazione, riunione e religione, rilasciare immediatamente e senza condizioni tutti i prigionieri di coscienza e consentire ai mezzi d’informazione indipendenti di seguire liberamente lo svolgimento della campagna elettorale e del processo elettorale.
 
L’organizzazione per i diritti umani chiede anche ai governi dei paesi confinanti con Myanmar, riuniti nell’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico e alla Cina, il principale sponsor del paese, di esercitare pressioni affinché il governo di Myanmar garantisca la piena partecipazione della popolazione al processo elettorale e assicuri libertà di espressione e di manifestazione pacifica.
 
Il governo di Myanmar dovrebbe guardare alle elezioni come a un’opportunità per migliorare la situazione dei diritti umani e non come a un pretesto per inasprire la repressione contro il dissenso, specialmente quello delle minoranze etniche‘ – ha concluso Zawacki.

Ulteriori informazioni
 
Nel 2010 si svolgeranno le prime elezioni locali e nazionali dopo 20 anni. Le ultime si svolsero nel 1990 e in quell’occasione la maggioranza dei voti andò alla Lega nazionale per la democrazia e a una coalizione di partiti espressione delle minoranze etniche. I militari al potere, che due anni prima avevano stroncato le proteste uccidendo almeno 3000 dimostranti, ignorarono il risultato elettorale e continuarono a reprimere l’opposizione politica. La più nota rappresentante del movimento per i diritti umani, Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, ha trascorso in diverse forme di detenzione 15 degli ultimi 20 anni.
 
Nel 2007 i monaci dello stato di Rakhine diedero vita a un movimento di protesta contro le scelte politiche ed economiche del governo. Le manifestazioni di quella che venne chiamata la ‘rivoluzione zafferano’ si estesero a tutto il paese.
 
Nel maggio 2008, una settimana dopo che il ciclone Nargis aveva devastato il paese, il governo celebrò un referendum su una bozza di Costituzione. Secondo i risultati ufficiali, il 99 per cento degli aventi diritto si recò ai seggi e il 92,4 per cento dei votanti approvò il testo. La Costituzione, sebbene in teoria consenta una più ampia rappresentanza politica nei governi locali, garantisce ai militari di continuare a dominare il governo centrale. 
 
Le minoranze etniche costituiscono dal 35 al 40 per cento della popolazione di Myanmar e sono la maggioranza nei sette stati etnici. Ognuno dei sette principali gruppi etnici ha lanciato una rivolta armata contro il governo e alcune di queste sono ancora in corso. In questo contesto, Amnesty International ha documentato gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità commessi dal governo contro i ribelli e la popolazione civile.

FINE DEL COMUNICATO                                                          Roma, 16 febbraio 2010
 
Per ulteriori informazioni, approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia – Ufficio stampa
Tel. 06 4490224 – cell. 348-6974361, e-mail: press@amnesty.it

Leggi il rapporto in inglese ‘Myanmar: The repression of ethnic minority activists’