Myanmar, crimini contro l’umanità commessi da 13 ufficiali delle forze armate: il rapporto

Myanmar, crimini contro l’umanità commessi da 13 ufficiali delle forze armate: il rapporto

27 giugno 2018

© Andrew Stanbridge / Amnesty International

Tempo di lettura stimato: 3'

In un nuovo approfondito rapporto abbiamo raccolto ampie e credibili prove sul coinvolgimento del comandante in capo delle forze armate di Myanmar, il generale Min Aung Hlaing, e di altri 12 militari in crimini contro l’umanità commessi durante la pulizia etnica della popolazione rohingya nel nord dello stato di Rakhine.

Il rapporto, intitolato “‘Distruggeremo tutto’: le responsabilità delle forze armate nei crimini contro l’umanità commessi in Myanmar”, nello stato di Rakhine, chiede che la situazione sia deferita al Tribunale penale internazionale per lo svolgimento di indagini e l’avvio di un procedimento giudiziario.

Frutto di nove mesi di intense ricerche, tanto in Myanmar quanto in Bangladesh, il rapporto è finora il più completo resoconto di come le forze armate di Myanmar abbiano costretto oltre 702.000 uomini, donne e bambini – ossia oltre l’80 per cento della popolazione rohingya presente nello stato di Rakhine allo scoppio della crisi, il 25 agosto 2017 – a fuggire in Bangladesh.

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Basato su oltre 400 interviste, corroborate da prove precedentemente acquisite – tra le quali immagini satellitari, foto e video validati e analisi di esperti militari e forensi – il nuovo rapporto presenta agghiaccianti particolari sulle violazioni dei diritti umani commesse nel contesto della “operazione di pulizia” lanciata dall’esercito di Myanmar a seguito degli attacchi dell’Arsa e identifica esattamente le divisioni o i battaglioni responsabili delle peggiori atrocità.

Abbiamo individuato nove delle 11 fattispecie di crimini contro l’umanità elencati nello Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale da attribuire alle forze armate di Myanmar.

Il documento contiene anche le più dettagliate informazioni ad oggi sulle violazioni commesse dal gruppo armato Esercito di salvezza dei rohingya dell’Arakan (Arsa), prima e dopo gli attacchi simultanei lanciati il 25 agosto 2017 contro postazioni di sicurezza dell’esercito, tra cui uccisioni di persone di altre etnie e fedi religiose e omicidi e rapimenti di rohingya sospettati di essere informatori delle autorità.

"Abbiamo l’ordine di bruciare l’intero villaggio al minimo disordine. Se voi non ve ne state in pace, distruggeremo tutto". Un ufficiale.

Truppe dispiegate per “distruggere tutto”

Abbiamo raccolto le prove che gli alti comandi militari hanno schierato nel nord dello stato di Rakhine alcuni tra i più feroci battaglioni, già famigeratamente noti per le violazioni commesse in altre parti del paese, con conseguenze disastrose per la popolazione rohingya.

Nelle settimane precedenti il 25 agosto 2017 l’esercito ha trasferito il 33° e il 99° battaglione della Fanteria leggera, implicati secondo Amnesty International in crimini di guerra nello stato di Kachin nel nord dello stato di Shan tra la fine del 2016 e la metà del 2017, nel contesto del conflitto armato ancora in corso in quelle zone del paese.

In alcuni villaggi rohingya i comandanti dei battaglioni appena arrivati hanno reso chiare le intenzioni sin dall’inizio. Intorno al 20 agosto 2017, cinque giorni prima dello scoppio della violenza, il comandante del 33° battaglione ha incontrato a Chut Pyin, nei pressi della città di Rathedaung, i leader rohingya dei villaggi circostanti.

Nella registrazione audio in lingua birmana da noi ottenuta e ritenuta autentica, di una telefonata tra un abitante rohingya di Inn Din, nei pressi della città di Maungdaw, e un militare sul posto, l’ufficiale dice: “Abbiamo l’ordine di bruciare l’intero villaggio al minimo disordine. Se voi non ve ne state in pace, distruggeremo tutto”.

L’ondata di violenza che è iniziata poco dopo, in cui i militari hanno incendiato parzialmente o del tutto diverse centinaia di villaggi rohingya nel nord dello stato di Rakhine, tra cui quasi tutti quelli nella zona di Maungdaw, è stata ampiamente documentata da Amnesty International e da altre fonti.

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"Mi hanno tolto i vestiti e acceso una candela sotto il mio pene. Un agente reggeva la candela e il suo superiore gli dava gli ordini. Entrambi mi dicevano di dire la verità altrimenti sarei morto". Un contadino

Arresti e torture da parte della Polizia di frontiera

Nei giorni precedenti e successivi agli attacchi dell’Arsa del 25 agosto 2017 le forze di sicurezza di Myanmar hanno arrestato e posto in detenzione arbitraria centinaia di uomini e ragazzi dei villaggi del nord dello stato di Rakhine.

Abbiamo intervistato 23 uomini adulti e due ragazzi arrestati e sottoposti a maltrattamenti e torture e poi consegnati alla Polizia di frontiera, che li ha tenuti in detenzione senza contatti col mondo esterno per giorni e anche settimane.

Gli agenti della Polizia di frontiera hanno torturato i detenuti per estorcere informazioni o costringerli a confessare di far parte dell’Arsa.

Abbiamo documentato in dettaglio le torture praticate in due basi della Polizia di frontiera a Taung Bazar e Zay Di Pyin, rispettivamente nei pressi delle città di Buthidaung e Rathedaung. Numerosi sopravvissuti alla tortura hanno fatto i nomi degli agenti della Polizia di frontiera responsabili delle torture in quelle due basi.

Tra i metodi di tortura, sono stati segnalati bruciature, pestaggi, l’annegamento simulato (noto come waterboarding), lo stupro e altre forme di violenza sessuale.

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I nomi delle 13 persone che hanno avuto un ruolo chiave nei crimini contro l’umanità ai danni dei rohingya sono stati resi noti il 26 giugno a New York.

Oltre al rapporto, è stata creata una nuova piattaforma per visualizzare i crimini contro l’umanità commessi dall’esercito di Myanmar ai danni della popolazione rohingya nel nord dello stato di Rakhine a partire dal 25 agosto 2017.

Il momento dell’accertamento delle responsabilità

Di fronte alla crescente pressione internazionale, il mese scorso le autorità di Myanmar hanno annunciato l’istituzione di una Commissione indipendente d’inchiesta per indagare sulle denunce di violazioni dei diritti umani. Le indagini promosse dai precedenti governi o quelle condotte dall’esercito su quanto accaduto nello stato di Rakhine sono solo servite a negare le atrocità commesse dalle forze armate.

La comunità internazionale non dovrebbe essere raggirata da quest’ultimo tentativo di proteggere i responsabili. Al contrario, dovrebbe finalmente porre fine ad anni d’impunità e assicurare che questo capitolo nero della storia di Myanmar non abbia più a ripetersi”, ha dichiarato Matthew Wells, alto consulente di Amnesty International sulle crisi.