#NessunoEscluso - Le domande frequenti - Amnesty International Italia

Covid-19 e diritti umani

  1. Perché ci occupiamo di Covid-19?
  2. Qual è il ruolo di Amnesty International nei confronti dei governi?
  3. È legittimo sospendere i miei diritti?
  4. Fino a che limite?
  5. Cosa significa misure adeguate e proporzionali?
  6. Ho una segnalazione, a chi mi rivolgo?

Covid-19 e diritti umani: di chi ci occupiamo

  1. Chi sono le persone più a rischio?
  2. Cosa chiediamo per le persone anziane
  3. Cosa chiediamo per i lavoratori
  4. Cosa chiediamo per le persone senza fissa dimora
  5. Cosa chiediamo per le persone migranti
  6. Cosa chiediamo per le donne
  7. Cosa chiediamo per i detenuti e per le guardie carcerarie
  8. Cosa chiediamo per i minori
  9. Chi viene prima: gli italiani o gli stranieri?
  10. Perché non ve ne siete interessati prima?

Covid-19 e privacy

  1. La nostra privacy rischia di essere violata per rispondere all’emergenza?
  2. Come si bilancia questa necessità di tutela con il diritto alla privacy?

Covid-19 e diritti umani


Perché ci occupiamo di Covid-19

La diffusione del coronavirus (Covid-19), iniziata nella città cinese di Wuhan (situata nella provincia dello Hubei) alla fine del 2019 è stata dichiarata pandemia dall’Organizzazione mondiale della sanità. Siamo di fronte a una crisi globale che probabilmente ridefinirà il mondo negli anni a venire. Non solo i sistemi sanitari, ma economie, politiche e culture.
La risposta messa in campo dai governi può avere un impatto potenziale sui diritti umani di milioni di persone.

Insieme al diritto alla salute, garantito dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, che contempla il diritto di accedere alle cure mediche e alle informazioni, il divieto di discriminazione nella fornitura di servizi sanitari, la libertà dalle cure mediche prive di consenso e altre importanti garanzie, sono a rischio altri diritti umani. Tra questi la libertà dagli arresti arbitrari, la libertà di movimento e di espressione e altri diritti socio-economici.

Questi diritti possono essere limitati ma solo se le restrizioni corrispondono ai principi di necessità, proporzionalità e legalità.


Qual è il ruolo di Amnesty International nei confronti dei governi?

Tutti i governi e gli attori coinvolti dalla pandemia devono garantire che le leggi e gli standard internazionali sui diritti umani siano al centro dei provvedimenti in risposta al COVID-19, al fine di proteggere al meglio la salute pubblica e sostenere le persone più a rischio di impatti negativi. In questo senso, il nostro compito è quello di formulare raccomandazioni a tutti i governi perché attuino misure in contrasto alla diffusione del virus che siano conformi alle leggi e agli standard internazionali in materia di diritti umani. Monitoriamo attentamente e vagliamo l’impatto che queste misure possono avere, segnalando e denunciando gli specifici rischi e le eventuali violazioni commesse durante la pandemia.


È legittimo sospendere i miei diritti?

I governi hanno l’obbligo di garantire il diritto alla salute di tutti e di prevenire e contrastare le epidemie. Per fare ciò, possono limitare temporaneamente alcuni diritti, al fine di rispondere al meglio all’emergenza. Le misure varate e le limitazioni devono comunque soddisfare alcuni rigorosi criteri di legittimità, necessità, proporzionalità e di temporaneità.

Nella Costituzione italiana, l’Art. 16 recita che “ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità e sicurezza“. Anche la libertà di riunione “può essere vietata soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica“.

Nel caso dell’emergenza attuale i diritti fondamentali vengono subordinati al rispetto di un altro diritto fondamentale, cioè il diritto alla salute, che nell’art. 32 viene tutelata dalla Repubblica sia nella sua dimensione individuale – diritto dell’individuo -, sia nella sua dimensione collettiva – interesse della collettività.

Vi sono poi alcuni trattati internazionali sottoscritti dall’Italia che contengono espresse clausole di emergenza applicabili a queste situazioni: in particolare la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e il Patto per i Diritti Civili e Politici approvato dalle Nazioni Unite nel 1966.

Entrambe le convenzioni, nel vincolare gli Stati aderenti al rispetto dei diritti umani esse elencati prevedono espressamente, all’art. 15 della CEDU e 4 del Patto, la possibilità di deroga in caso di emergenza, con alcuni limiti.

La temporaneità delle misure è elemento essenziale in entrambe le convenzioni, così come il principio di stretta necessità e proporzionalità. L’art. 4 del Patto richiede poi l’ulteriore importante limite che le misure non comportino discriminazioni fondate su razza, colore, sesso, lingua, religione o origine sociale.

Per entrambe le convenzioni è prevista una procedura di notifica – che deve essere fatta dall’autorità che emana queste limitazioni- della compressione dei diritti dovuta all’eccezionalità e soprattutto una verifica della cessazione della stessa che garantisca la fine della deroga e la piena ri-espansione dei diritti. La notifica deve contenere informazioni complete sulle misure adottate e una chiara spiegazione delle ragioni che le hanno determinate, corredate di adeguata documentazione.


Fino a che limite è possibile sospendere i miei diritti?

Sia nell’articolo 15 della CEDU che nell’articolo 4, par. 2 del Patto, vi sono alcuni diritti “incomprimibili”, che nessuna emergenza può limitare.

Nella CEDU sono diritto alla vita (art.2), divieto di tortura (art.3), divieto di riduzione in schiavitù (art.4 par. 1) ed il principio nullum crimen sine lege (art.7). A questi diritti si aggiungono quelli contemplati da due Protocolli allegati successivamente: il principio del ne bis in idem (art.4 del Protocollo n. 7) per cui nessuno – neanche in emergenza – può esser punito due volte per lo stesso fatto, e quello relativo all’abolizione della pena di morte (Protocollo 621).

Nel Patto, oltre a quelli contemplati anche dalla CEDU, c’è il diritto dell’individuo al riconoscimento della sua personalità giuridica (art.16 Patto), il divieto di imprigionamento per motivi contrattuali (art.11 Patto) e il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza, di religione (art.18 Patto).


Cosa significa misure adeguate e proporzionali?

Una misura può essere definita proporzionale quando il livello di limitazione del diritto imposto è equilibrato rispetto allo scopo che si vuole ottenere con quella limitazione.

Le sanzioni per il mancato rispetto delle restrizioni in risposta a COVID-19 devono essere previste dalla legge e devono essere necessarie e proporzionate per proteggere la salute pubblica o per il perseguimento di un altro scopo legittimo ai sensi del diritto internazionale dei diritti umani. Ciò richiede che tutte le misure siano adeguate al raggiungimento del loro legittimo scopo, siano lo strumento meno intrusivo tra quelli che potrebbero raggiungere il risultato desiderato e siano proporzionate all’interesse legittimo da tutelare.

Gli approcci coercitivi solitamente sono in contraddizione con le migliori policy di salute pubblica basate sull’evidenza, e spesso si rivolgono a comunità svantaggiate che sono emarginate, impoverite o a rischio di discriminazione, con conseguente stigmatizzazione, timore e sfiducia nelle autorità. Al contrario, una risposta efficace a una crisi sanitaria è basata sul rispetto dei diritti umani ed enfatizza l’empowerment e l’impegno della comunità. Quando le persone sono autorizzate e sostenute a rispettare volontariamente le misure di imposte, hanno maggiori probabilità di cooperare con le autorità e di cambiare il loro comportamento piuttosto che attraverso la minaccia di misure coercitive.

L’imposizione di sanzioni come misure coercitive deve essere l’ultima risorsa dopo che altre alternative si sono dimostrate inefficaci o se diventa chiaro che l’obiettivo non può essere raggiunto con questi altri mezzi. È necessario che siano state adottate misure sufficienti per garantire che il pubblico sia consapevole delle ragioni delle restrizioni e della necessità di rispettarle. Gli Stati devono anche mettere in atto misure affinché le persone siano in grado di rispettarle, consentendo loro di soddisfare i loro bisogni essenziali, e tenere conto della situazione dei gruppi emarginati che possono aver bisogno di sostegno per essere in grado di rispettare le restrizioni.


Ho una segnalazione, posso scrivere a voi?

Per segnalare violazioni dei diritti umani in Italia, è possibile scrivere a info@amnesty.it, se la violazione che si vuol segnalare avviene all’estero è possibile contattare il nostro Segretariato Internazionale: https://www.amnesty.org/en/about-us/contact/

Covid-19 e diritti umani: di chi ci occupiamo


Chi sono le persone più a rischio?

Per alcuni gruppi vulnerabili (anzianipersone senza fissa dimora, persone diversamente abili, persone che vivono in povertà, migranti, lavoratori precari etc.) esiste il rischio che la pandemia e le misure che gli stati intraprendono per contenerla, aggravino ulteriormente la situazione. Ad esempio, le persone che convivono con determinate disabilità potrebbero avere difficoltà ad accedere a consulti online con i loro medici.

Il diritto alla salute include la protezione della salute sui luoghi di lavoro, comprese le condizioni di lavoro degli operatori sanitari e del personale di altri settori essenziali che devono affrontare a causa di una maggiore esposizione al virus. Ciò riguarda non solo il personale medico ma anche le persone che lavorano nei negozi di alimentari, i servizi di emergenza e le farmacie, che continuano a lavorare nella maggior parte dei paesi. Inoltre, gli operatori sanitari di molti paesi hanno riscontrato difficoltà nell’accesso ai dispositivi di protezione individuale, ai test e alle lunghe ore di lavoro.


Cosa chiediamo per le persone anziane?

Una delle maggiori preoccupazioni nel contesto di questa pandemia è l’impatto della diffusione del virus sulle persone anziane.

Ai governi chiediamo di garantire a tutte le persone un accesso equo e adeguato alle cure sanitarie (comprese le cure preventive, il trattamento, nonché eventuali vaccini e/o cure successive che possono essere scoperte); a un alloggio adeguato (che permetta l’autoisolamento e di mantenere qualsiasi distanza sociale consigliata); ad acqua e a servizi igienico-sanitari; alla previdenza sociale, inclusiva di tutti e libera da discriminazioni.


Cosa chiediamo per i lavoratori?

Operatori sanitari e lavoratori nei settori essenziali – I governi devono garantire che gli operatori sanitari e gli altri lavoratori in settori ritenuti “essenziali” abbiano accesso a dispositivi di protezione individuale, informazioni, formazione e supporto psicosociale adeguati e di qualità, anche ove necessario, attraverso il passaggio di norme che assicurino che gli enti del settore privato forniscano ai propri dipendenti questi materiali e questo accesso alle informazioni.

Nonostante le sfide, le aziende devono comunque continuare a garantire il rispetto dei diritti umani. Come articolato nei Principi guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani, ciò richiede che le aziende esercitino la dovuta diligenza in materia di diritti umani per identificare, prevenire, mitigare e rendere conto di come affrontano i loro impatti sui diritti umani.

In particolare, le imprese dovrebbero prestare attenzione ai diritti e ai bisogni, nonché alle sfide cui devono far fronte gruppi di persone o popolazioni che potrebbero essere a maggior rischio di essere e/o diventare vulnerabili, compresi i lavoratori precari.

Lavoratori in tutti i settori e in tutte le condizioni contrattuali – I lavoratori in alcuni settori continuano a lavorare, sia perché i loro lavori non offrono la flessibilità di lavorare da remoto sia perché i loro ruoli sono considerati “essenziali”. I lavoratori sono a maggior rischio di esposizione a COVID-19 e dovrebbero avere accesso agli strumenti di protezione.

Diverse misure, introdotte allo scopo di proteggere la salute pubblica – come divieti di viaggio, quarantene, limitazioni alle riunioni pubbliche ecc. – possono avere un impatto negativo sui diritti delle persone sul lavoro e/o sui luoghi di lavoro.

Le quarantene e i blocchi imposti per ridurre la diffusione del virus avranno un impatto particolarmente negativo sui mezzi di sussistenza delle persone con accordi di lavoro precari e quelli con scarse o nessuna protezione sociale, compresi i lavoratori precari, quelli che lavorano nell’economia informale, nell’economia “gig“, i migranti irregolari, i lavoratori migranti.

Inoltre, diverse sono le segnalazioni di imprese che si sono trovate a dover licenziare il personale. I lavoratori cosiddetti precari sono colpiti in modo sproporzionato: spesso non ricevono adeguate prestazioni sociali, il che significa che perdono il salario quando vengono messi in quarantena e non hanno alcuna retribuzione per malattia. E potrebbero anche dover affrontare ulteriori sfide nell’accesso ai test e alle cure in caso di malattia. Tutto ciò manifesta la necessità di forti protezioni dei diritti dei lavoratori e della sicurezza sociale.

Le raccomandazioni che Amnesty International sta facendo ai Governi in questo momento:

  • monitorare le imprese e garantire che qualsiasi riorganizzazione delle attività, come i cambiamenti nell’orario di lavoro, negli stipendi e nelle retribuzioni, ecc., nell’ambito di questa pandemia, sia rispettosa dei diritti umani e delle norme internazionali sul lavoro, anche in merito a condizioni di lavoro sicure, retribuzione, lavoro flessibile e licenziamenti.
  • attuare misure mirate a garantire che le imprese non debbano licenziare il personale, compreso un sostegno finanziario per sostenere i pagamenti salariali. Tutti i pacchetti di incentivi economici che introducono, anche alle società private, devono includere il requisito di dare priorità al sostegno dei lavoratori, sia nel settore formale che informale.
  • garantire che le persone abbiano accesso a forme di protezione sociale, compresa la retribuzione per malattia, il congedo parentale, le indennità di disoccupazione e l’assicurazione sanitaria (se pertinente), e cercare di estendere tutte le protezioni di sicurezza sociale anche ai lavoratori precari.
  • laddove i lavoratori vivono in alloggi forniti dai loro datori di lavoro, i governi devono garantire che nessuno venga sfrattato e/o posto in una posizione di maggiore vulnerabilità a COVID-19. I governi devono garantire che le imprese forniscano le strutture necessarie ai lavoratori per proteggersi da COVID-19, incluso l’accesso all’acqua e ai servizi igienico-sanitari e la fornitura di strutture per isolarsi, se necessario. I governi devono inoltre sostenere le piccole imprese attraverso assistenza finanziaria e di altro tipo per aiutarle a soddisfare tali requisiti.

Per approfondire le misure intraprese dal Governo in Italia e in altri paesi, durante COVID-19.


Cosa chiediamo per le persone senza fissa dimora?

Le persone senza fissa dimora, compresi coloro che dormono in strada, corrono un elevato rischio di contrarre il virus durante la pandemia, poiché non sono in grado di auto isolarsi efficacemente e potrebbero non avere accesso all’acqua pulita e ai prodotti igienici necessari per proteggersi. Se si ammalano, non possono conformarsi alle misure di contenimento raccomandate e possono incontrare ostacoli nell’accesso ai servizi sanitari, comprese le cure mediche. I governi dovrebbero mettere in atto misure specifiche per proteggere le persone senza fissa dimora durante la pandemia fornendo loro accesso immediato a un alloggio adeguato, che consenta l’auto isolamento laddove necessario. I governi dovrebbero utilizzare al massimo le risorse disponibili per attuare tali misure, anche attraverso collaborazioni con il settore privato. Potrebbero esplorare, a tale scopo, opzioni come l’uso di edifici vuoti e hotel.


Cosa chiediamo per i migranti irregolari e richiedenti asilo?

I migranti nei centri di trattenimento o detenzione in Europa, strutture spesso sovraffollate e inadeguate, sono particolarmente esposti al rischio di contagio.

Durante una pandemia o una crisi globale che minaccia la salute pubblica, il trattenimento o la detenzione di migranti sprovvisti di documenti regolari non è generalmente giustificabile e le persone dovrebbero essere rilasciati nella massima misura possibile.

Le autorità statali dovrebbero garantire il loro accesso ai servizi essenziali, alle cure e alla sicurezza, compresi alloggi e assistenza sanitaria adeguati. Per coloro che rimangono in trattenimento o in detenzione, le autorità devono garantire standard di accesso al diritto alla salute che soddisfino le esigenze individuali di ciascuna persona, assicurazione la massima protezione possibile dal contagio.

Le persone in fuga da guerre, persecuzioni e povertà e in cerca di sicurezza in Europa possono vedere chiuse le frontiere e negato il loro diritto di chiedere asilo. Anche durante la pandemia, il diritto di chiedere asilo e l’obbligo degli Stati di non respingere le persone in luoghi in cui potrebbero essere a rischio di gravi violazioni dei diritti umani (principio di non respingimento, il non refoulement) devono essere rispettati. Il principio di non refoulement è strettamente collegato al divieto dell’esecuzione di tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani e degradanti, previsto dal diritto internazionale consuetudinario, norma assoluta e non derogabile, anche nell’attuale contesto. Anziché sospendere o negare il diritto di chiedere asilo durante la pandemia, le autorità dovrebbero far fronte alle preoccupazioni relative alla salute pubblica che coinvolgono i richiedenti asilo attraverso l’applicazione di misure quali quarantene, isolamento e esecuzione di test/tamponi per verificare l’eventuale positività al virus.


Cosa chiediamo per le donne?

Ognuno ha il diritto di essere protetto dalla violenza di genere, anche durante una pandemia. Una donna su cinque nell’Ue ha subito qualche forma di violenza fisica e/o sessuale da un partner attuale o precedente. Per molte donne e ragazze, “stare a casa” significa essere confinati in un ambiente non sicuro, con un famigliare o un partner violento.

Solo in Italia, secondo le statistiche del Telefono Rosa, le chiamate, rispetto a quelle dello stesso periodo del 2019, nelle prime due settimane di marzo sono diminuite del 55,1% da 1.104 sono passate a 496, per poi registrare un cambiamento di rotta durante la seconda metà marzo. La rete D.i.Re ha invece registrato una crescita esponenziale con circa 2900 casi di donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza nel mese di marzo, oltre il 74% rispetto alla media mensile registrata nel 2018 (ultimo anno in cui dati sono disponibili). Le maggiori richieste di aiuto sono arrivate dalla Lombardia e dalla Toscana.

Gli stati devono allocare risorse e adottare misure specifiche per garantire che le donne e le ragazze possano continuare ad accedere alla protezione e ai servizi di supporto, inclusi quelli di protezione, linee dedicate e rifugi. Devono inoltre consentire a tali spazi sicuri di fornire test Covid-19 e, se necessario, opportunità di autoisolarsi in sicurezza. Gli Stati devono supportare e consentire ai fornitori di servizi di supporto psicologico, medico e legale, designandoli come “lavoratori essenziali”, di continuare ad assistere le donne durante la crisi, anche attraverso app che proteggono la sicurezza delle vittime.

Nei paesi con leggi restrittive sull’aborto e altri ostacoli pratici all’accesso ai servizi di salute sessuale e riproduttiva, le donne incinte che necessitano di questi servizi affrontano rischi ancora maggiori per la loro salute e vita nel contesto della pandemia di Covid-19. Gli stati devono garantire l’accesso all’assistenza sanitaria sessuale e riproduttiva durante la crisi, per la salute sono in atto adeguate misure di salvaguardia, come le restrizioni di viaggio. Ciò include l’accesso all’aborto sicuro, comprese le pillole per l’aborto da utilizzare a casa, le cure post aborto e il trattamento dell’aborto, nonché la gravidanza, lo screening pre e post natale, i consigli e le cure e, ove appropriato e accessibile ai pazienti, gli operatori sanitari dovrebbe fare uso della telemedicina. La crisi aumenterà senza dubbio la discriminazione nell’accesso alle cure sanitarie e ad altri servizi di supporto che alcune donne affrontano regolarmente.


Cosa chiediamo per i detenuti e per le guardie carcerarie?

Le carceri sono ad oggi uno dei luoghi in cui il rischio di contagio da COVID-19 è più alto. Anche le strutture italiane sono da tempo sovraffollate –  ben oltre la capienza massima consentita – e spesso le condizioni igieniche sono precarie. Questo significa mettere a rischio la vita delle persone detenute e del personale che lavora in carcere (polizia penitenziaria, infermieri, etc).

Dall’inizio dell’epidemia molti rappresentanti delle istituzioni, a partire dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute fino alla Commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, hanno chiesto che le autorità adottassero provvedimenti per ridurre il rischio di contagio nelle carceri.

Non si tratta di un indulto generalizzato né di annullamento delle condanne, si tratta di trovare soluzioni – detenzione domiciliare, braccialetti elettronici sono tra i primi – per permettere alle persone detenute, specie quelle in carcere per i reati minori, di scontare la pena in un luogo differente e liberare così spazio e diminuire i rischi derivanti dal sovraffollamento, a tutela di tutta la popolazione carceraria e dei lavoratori del carcere.

Vale la pena ricordare che queste misure sono state già adottate in diversi paesi che vanno dagli Stati Uniti, al Marocco, all’Iran, e molti altri.


Cosa chiediamo per i minori?

Il lockdown e la chiusura delle scuole possono avere conseguenze sulla salute dei minori: l’interruzione di attività basilari come quelle scolastiche e la convivenza forzata in contesti familiari non sempre pacifici possono portare a sviluppo di ansia e depressione.

Gli studenti appartenenti a famiglie indigenti, o i cui genitori hanno perso il lavoro a causa del COVID-19, con la chiusura delle scuole non avranno accesso ad un’alimentazione adeguata, in situazioni dove la mensa scolastica è spesso l’unico pasto della giornata.

Inoltre, l’impossibilità prolungata di svolgere attività sportiva può avere riflessi sulla salute e su un corretto sviluppo psicofisico.

Il COVID-19 sta portando con sé il rischio di aumentare a dismisura il livello di esclusione sociale di bambini/e e ragazzi/e. Minori che rischiano di non poter proseguire il proprio percorso educativo perché costretti a occuparsi dei familiari malati e fragili, o che a causa delle conseguenze economiche della pandemia potrebbero essere costretti ad andare a lavorare.

La didattica a distanza mette inoltre in evidenza le diseguaglianze sociali, specie per i minori in condizione di povertà, che non dispongono di strumenti atti a seguire le lezioni (computer, internet) o i cui genitori non possono assisterli nello svolgimento dei compiti. Bisogna quindi garantire che l’uso delle tecnologie non escluda i bambini poveri, disabili o emarginati.


Chi viene prima: gli italiani o gli stranieri?

Il virus non discrimina, i governi sì. Il principio di uguaglianza e non discriminazione dovrebbe essere centrale in tutte le risposte governative alla pandemia da COVID-19. Tutti i governi d’Europa hanno ratificato strumenti internazionali ed europei che proteggono il diritto di accesso ai più alti standard di salute raggiungibili senza discriminazioni di alcun tipo, incluse quelle basate su razza, etnia, sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale, disabilità, età o stato socioeconomico.


Perché non ve ne siete interessati prima?

Il nostro lavoro non è mai cambiato: anche durante una pandemia manteniamo una luce accesa sui diritti umani, denunciamo le ingiustizie e facciamo pressione sui governi affinché rispettino i principi stabiliti della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani.

A seguito delle misure di contenimento intraprese per evitare la diffusione del COVID-19, abbiamo subito iniziato a monitorare, attraverso diversi canali, quello che sta accadendo nel nostro paese.
Ogni giorno una task force composta da attivisti e staff monitora le limitazioni alle libertà civili e politiche e ai diritti economici sociali e culturali e, da alcune settimane, segnala pubblicamente le situazioni più critiche in una newsletter disponibile a questa pagina. Le situazioni più gravi di violazioni dei diritti umani saranno sottoposte a interlocutori istituzionali nazionali e locali.

Covid-19 e privacy


La nostra privacy rischia di essere violata per rispondere all’emergenza (dati sanitari, informazione sui contagiati)?

La pandemia di COVID-19 pone serie sfide per quanto riguarda il cosiddetto tracciamento dei contatti, ossia la possibilità che le autorità, su indicazione dei tecnici sanitari, effettuino controlli sugli spostamenti delle persone durante e dopo il lockdown, al fine di contenere l’insorgenza di nuovi focolai e di ridurre al minimo la possibilità di una nuova fase di contagio diffuso. Per questo motivo sono allo studio delle misure di tracciamento per monitorare gli spostamenti collegati ai telefoni cellulari.


Come si bilancia questa necessità di tutela con il diritto alla privacy?

I governi possono attuare misure per raccogliere informazioni epidemiologiche, ma devono proteggere le informazioni personali dei pazienti e la loro dignità. Per questo chiediamo a tutti i governi di non rispondere alla pandemia di Covid-19 con una maggiore sorveglianza digitale a meno che, in circostanze eccezionali, le misure che introducono siano dimostrabili legittime, necessarie e proporzionate e non discriminatorie. La pandemia Covid-19 non può servire da scusa per la sorveglianza indiscriminata di massa di qualsiasi tipo. Qualsiasi misura di sorveglianza introdotta deve essere limitata nel tempo e continuare solo per il tempo necessario per affrontare l’attuale pandemia.