Nicaragua: strategia repressiva letale contro i manifestanti - Amnesty International Italia

Nicaragua: strategia repressiva letale contro i manifestanti

29 maggio 2018

Protest in Nicaragua 18-04-2018

Tempo di lettura stimato: 9'

Amnesty International accusa il governo del Nicaragua: strategia repressiva letale contro i manifestanti

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato le autorità del Nicaragua di aver adottato una strategia repressiva nei confronti delle manifestazioni, basata sull’uso eccessivo della forza, esecuzioni extragiudiziali, il controllo dei mezzi d’informazione e l’impiego di gruppi armati filo-governativi. Finora i manifestanti uccisi sono stati almeno 81.

Le autorità nicaraguensi hanno sottoposto la popolazione a un assalto crudele, sistematico e spesso letale al diritto alla vita, al diritto alla libertà d’espressione e a quello di manifestare pacificamente. Il governo del presidente Ortega sta vergognosamente cercando di nascondere queste atrocità, violando il diritto delle vittime alla verità, alla giustizia e alla riparazione“, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.

Le autorità devono immediatamente cessare di reprimere le proteste e rispettare il diritto dei cittadini a criticare le politiche del governo. Invece di criminalizzare le vittime, le autorità dovrebbero avviare indagini immediate, imparziali ed efficaci e portare di fronte alla giustizia tutte le persone sospettate di aver commesso o ordinato esecuzioni extragiudiziali, di aver fatto uso eccessivo della forza e di aver commesso altre violazioni dei diritti umani che costituiscono crimini di diritto internazionale“, ha aggiunto Guevara-Rosas.

Le manifestazioni, guidate prevalentemente dagli studenti, sono iniziate il 18 aprile a seguito di una riforma che ha aumentato il contributo sociale dei dipendenti e dei datori di lavoro e tagliato le pensioni.

Alla data del 28 maggio, almeno 81 persone sono state uccise, 868 ferite e 438 arrestate.
Nel suo rapporto, intitolato “Sparare per uccidere. La strategia per sopprimere le proteste in Nicaragua”, Amnesty International denuncia l’uso di armi letali da parte della polizia, l’ampio numero di manifestanti feriti a colpi di arma da fuoco, così come le traiettorie dei proiettili, l’elevata incidenza dei colpi sparati a testa, collo e petto e, infine, l’apparente tentativo di ostacolare la giustizia e nascondere la natura delle uccisioni.
Questi elementi hanno spinto Amnesty International a ritenere che vi sia una forte probabilità che la polizia e i gruppi armati filo-governativi abbiano commesso molte esecuzioni extragiudiziali.

Intervistata da Amnesty International, Vilma Núñez, direttrice del Centro nicaraguense per i diritti umani, ha dichiarato che “inizialmente la polizia ha impiegato proiettili di gomma. Ma già il 19 aprile ci sono stati diversi manifestanti assassinati. Ortega avrebbe potuto ordinare la fine della repressione quel giorno stesso, ma non l’ha fatto. Così, da allora, la polizia ha usato proiettili veri. L’ordine era quello di uccidere“.

Il 20 aprile Juan Carlos López e Nelson Tellez sono stati colpiti al petto a Ciudad Sandino, mentre era in corso una protesta. Juan Carlos è deceduto in ospedale il giorno stesso, Nelson il 2 maggio. Prima di morire, Nelson ha confidato alla moglie di aver riconosciuto l’uomo che aveva sparato a entrambi: un agente della polizia nazionale di stanza a Ciudad Sandino, che però quel giorno era in borghese.

La strategia repressiva pare diretta dai più alti livelli governativi. Il presidente Ortega e la vicepresidente Murillo hanno ripetutamente demonizzato i manifestanti e negato che ci fossero stati dei morti. Dal canto loro, funzionari dello stato hanno negato assistenza medica alle vittime, hanno manomesso prove e hanno rifiutato di svolgere autopsie e altri accertamenti medico-legali.

L’uso di gruppi armati filo-governativi, chiamati anche “masse sandiniste”, ha avuto un ruolo fondamentale nella soppressione delle proteste: a loro le autorità hanno permesso di aggredire manifestanti, incitare alla violenza e diffondere la paura nella popolazione, rafforzando in questo modo la risposta repressiva dello stato e mettendolo maggiormente in grado di negare ogni responsabilità.

Nelle prime settimane della crisi, le autorità hanno anche violato il diritto dell’opinione pubblica all’accesso all’informazione, impedendo la messa in onda dei servizi di quattro reti televisive dedicati alle proteste. La redazione di una radio è stata data alle fiamme, oltre 10 giornalisti sono stati derubati, minacciati o aggrediti e uno di loro, Ángel Gahona, è stato ucciso mentre faceva una diretta su Facebook dalla città di Bluefields.

Una delegazione di Amnesty International ha visitato il Nicaragua dal 2 al 13 maggio per indagare sulle denunce di violazioni dei diritti umani nelle città di Managua, León, Ciudad Sandino ed Estelí. Il rapporto che ne è scaturito è basato su oltre 30 approfondite interviste, sull’analisi di 16 casi (tra cui nove uccisioni), sull’esame di fotografie e video e sul contributo di esperti nel campo delle armi da fuoco e delle munizioni.

La delegazione ha verificato che il 20 aprile almeno tre ospedali pubblici hanno rifiutato di prestare cure mediche a persone che erano state ferite in modo grave durante le proteste, compreso il 15enne Álvaro Conrado, colpito mentre forniva acqua ai manifestanti. Il personale di sicurezza dell’ospedale Cruz Azul ha vietato l’ingresso al ragazzo, che è morto il giorno dopo nella clinica privata Bautista. Il personale sanitario di questo centro ha dichiarato che il ragazzo avrebbe potuto sopravvivere se gli fossero state prestate immediate cure mediche.

Il rapporto di Amnesty International documenta anche svariati casi in cui le autorità hanno impedito di effettuare autopsie sui corpi di manifestanti uccisi e hanno subordinato la consegna delle salme ai familiari a una dichiarazione, da parte di questi ultimi, che non avrebbero presentato denunce. Molti familiari delle vittime hanno dichiarato di essere stati minacciati e intimiditi dalla polizia per dissuaderli dal parlare in pubblico o sollecitare l’incriminazione dei responsabili.

Il modo, privo di rimorsi, con cui le autorità hanno trattato le vittime e i loro familiari la dice lunga sul disprezzo provato verso chi ha osato sfidarle. Ma nonostante il crudele e calcolato tentativo del governo di sopprimere il dissenso, la coraggiosa popolazione del Nicaragua ha dimostrato che non si farà ridurre al silenzio“, ha commentato Guevara-Rosas.

Amnesty International ha chiesto al presidente Ortega, nella doppia veste di capo dello stato e di massimo dirigente della polizia nazionale, di porre immediatamente fine alla violenta repressione delle proteste, alle intimidazioni e alle minacce nei confronti dei familiari delle vittime e alla stigmatizzazione dei manifestanti.

Le autorità nicaraguensi dovrebbero consentire la nomina di una commissione internazionale di esperti indipendenti che garantisca indagini rapide, imparziali e a tutto tondo sulle probabili esecuzioni extragiudiziali e altre violazioni dei diritti umani, comprese quelle attribuite ai gruppi armati filo-governativi. L’amministrazione Ortega deve inoltre applicare senza ritardi le raccomandazioni fatte dalla Commissione interamericana sui diritti umani dopo la recente visita nel paese.

FINE DEL COMUNICATO Roma, 29 maggio 2018

È possibile scaricare il rapporto “Sparare per uccidere. La strategia per sopprimere le proteste in Nicaragua“.

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