Sudan: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica del Sudan

Capo di stato: Abdel Fattah al-Burhan (subentrato a Omar Hassan Ahmed al-Bashir il 12 aprile 2019)

Capo di governo: Abdalla Hamdok

L’anno è stato segnato da un peggioramento della crisi economica, dall’uso eccessivo della forza e da uccisioni illegali da parte delle forze di sicurezza sudanesi, che sono intervenute contro manifestanti pacifici provocando la morte di almeno 177 persone e il ferimento di altre migliaia. Le forze di sicurezza hanno impiegato proiettili veri contro i manifestanti, picchiandoli per le strade e negli ospedali e arrestando arbitrariamente migliaia di persone che sono incorse in tortura e altro maltrattamento mentre erano in stato di detenzione. L’accertamento delle responsabilità per queste violazioni è rimasto per lo più a livello d’indagine.

In Darfur, le forze governative e le milizie alleate hanno continuato a commettere crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani, nell’assoluta impunità.

Contesto

L’instabilità politica che, a dicembre 2018 aveva spinto la popolazione sudanese a scendere in strada per esprimere la rabbia per l’aumento dei prezzi dei beni essenziali e l’erosione delle libertà politiche, è rapidamente degenerata.

Le proteste hanno portato a un colpo di stato militare che ad aprile ha rovesciato il governo guidato dal Partito del congresso nazionale (National Congress Party – Ncp), mentre il presidente al-Bashir e altri dirigenti storici del partito sono stati arrestati.

Il 17 agosto 2019, al termine di faticosi negoziati tra i militari e una coalizione di gruppi d’opposizione, è stata firmata la dichiarazione costituzionale. Il documento comprendeva una carta dei diritti che rafforzava la tutela dei diritti umani. Il 21 agosto, il Consiglio militare transizionale (Transitional Military Council – Tmc) è stato sciolto e sono stati nominati un nuovo Consiglio sovrano e il primo ministro.

A settembre è stato formato un nuovo gabinetto di governo.

Uso eccessivo della forza e uccisioni illegali

L’anno è stato segnato dagli attacchi continui e brutali delle forze di sicurezza contro manifestanti pacifici, a seguito delle proteste di massa che hanno invaso le strade del paese a partire da dicembre 2018, in risposta alla crisi economica e politica e alla sistematica violazione di un’ampia gamma di diritti umani.

Fino ad aprile, momento in cui il presidente al-Bashir è stato deposto, l’uso eccessivo e letale della forza aveva provocato la morte di 77 civili e il ferimento di altre centinaia. Nel periodo antecedente ad aprile, agenti dei servizi di sicurezza e intelligence nazionale (National Intelligence and Security Service – Niss) si sono resi responsabili di uccisioni illegali, principalmente dovute all’impiego di proiettili veri per disperdere le proteste.

Centinaia di manifestanti sono stati anche percossi, arrestati e detenuti arbitrariamente e sono incorsi in tortura e altri maltrattamenti, nel contesto della repressione dei loro diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione.

A Khartoum, la capitale, così come in altre località, le forze di sicurezza hanno compiuto frequenti attacchi in aree residenziali e irruzioni in abitazioni e ospedali. In un episodio occorso il 9 gennaio, agenti hanno fatto irruzione in un ospedale sparando proiettili veri e gas lacrimogeni, alla ricerca di persone ricoverate per le ferite d’arma da fuoco riportate durante le proteste, verificatesi poco prima a Omdurman, alla periferia di Khartoum. Gli agenti di sicurezza hanno sparato all’interno del cortile dell’ospedale e hanno fatto irruzione nel pronto soccorso e nei reparti di degenza dell’ospedale di Omdurman, picchiando pazienti e medici. Almeno tre persone erano state uccise a colpi d’arma da fuoco nella manifestazione che si era svolta quel giorno, mentre altre otto erano state ricoverate in ospedale per ferite di proiettile alla testa, al torace, allo stomaco e alle gambe. Il 24 febbraio, le forze di sicurezza hanno sparato proiettili veri e gas lacrimogeni contro i dimostranti nello stato di Khartoum, ferendo almeno tre persone. Un altro gruppo di agenti ha fatto irruzione nel campus dell’università di Scienze mediche e tecnologia di Khartoum, dove gli studenti stavano protestando pacificamente. Hanno sparato gas lacrimogeni nelle aule, picchiato duramente gli studenti ed effettuato decine di arresti.

Le forze di sicurezza hanno continuato a ricorrere all’uso eccessivo della forza contro i manifestanti anche dopo la deposizione del presidente al-Bashir ad aprile. A giugno, oltre un centinaio di dimostranti sono stati uccisi nell’arco di tre giorni durante gli attacchi compiuti dalle Forze d’intervento rapido (Rapid Support Forces – Rsf), una divisione militare speciale alleata col precedente governo.1 In un episodio particolarmente brutale avvenuto il 3 giugno, l’Rsf e altre forze di sicurezza hanno attaccato un sit-in di protesta pacifico, nello stato di Khartoum. Sono arrivati sul luogo a bordo di veicoli privi di targa, dai quali sono scesi centinaia di soldati armati in assetto pesante, che hanno sparato proiettili veri e gas lacrimogeni, picchiato i manifestanti, incendiato le tende del presidio e compiuto orrendi atti di violenza sessuale. Sono state uccise almeno 100 persone, mentre altre 700 hanno necessitato di cure mediche. I feriti sono stati inseguiti fino all’interno dei vicini ospedali. Le forze di sicurezza hanno cercato di nascondere i loro crimini gettando nelle acque del fiume Nilo i cadaveri, utilizzando mattoni per appesantirli e non farli riaffiorare.

Mancato accertamento delle responsabilità

Da dicembre 2018, soltanto un caso relativo alle violazioni dei diritti umani compiute dalle forze di sicurezza contro i manifestanti è arrivato a processo, mentre altri erano ancora sotto indagine. A ottobre, il primo ministro del governo transizionale ha formato una commissione nazionale d’indagine indipendente, che nelle intenzioni annunciate avrebbe dovuto svolgere indagini trasparenti e approfondite sulle violazioni dei diritti umani compiute il 3 giugno.

La commissione avrebbe dovuto pubblicare i resoconti e i risultati della sua inchiesta entro tre mesi. Tuttavia, la scadenza è stata prorogata. Nel frattempo, circa 40 agenti delle forze di sicurezza sono stati processati per la morte di Ahmed al-Khair, un insegnante di 40 anni morto il 1° febbraio per le torture subite mentre era in detenzione. Il 30 dicembre 2019, un tribunale di Khartoum ha condannato a morte 29 agenti di sicurezza per la sua uccisione.

Le violazioni perpetrate durante il conflitto in Darfur sono rimaste impunite. Non era stata ancora aperta alcuna indagine sui crimini di guerra e le altre gravi violazioni dei diritti umani compiuti nel 2019 o durante il precedente regime. Le autorità sudanesi hanno inoltre continuato a rifiutarsi di consegnare all’Icc i sospettati, per i quali era stato spiccato un mandato d’arresto per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi in Darfur.

Libertà d’espressione, associazione e riunione

Durante i primi quattro mesi dell’anno, le autorità hanno imposto stringenti limitazioni ai diritti alla libertà d’espressione, riunione pacifica e associazione.

Il 22 febbraio, il governo ha proclamato uno stato di emergenza nazionale che ha portato, tre giorni dopo, al varo di cinque decreti presidenziali che hanno conferito poteri eccezionali alle forze di sicurezza e limitato i diritti a libertà, sicurezza personale, libertà d’espressione, riunione pacifica e d’associazione. Il provvedimento è stato seguito da un massiccio schieramento di forze di sicurezza, incluso l’esercito, nelle strade del paese.

Migliaia di persone, arrestate per la loro partecipazione alle proteste pacifiche a inizio 2019, molte delle quali erano state torturate o altrimenti maltrattate durante la detenzione, sono state rilasciate ad aprile, dopo la destituzione del governo del presidente al-Bashir.

A fine anno, almeno 23 esponenti di alto livello dell’Ncp, arrestati ad aprile, rimanevano in detenzione. Nessuno di loro era stato accusato di un reato formalmente riconosciuto.

A giugno, l’Associazione dei professionisti sudanesi, organizzatrice delle proteste, ha avvisato che era imminente un attacco delle forze di sicurezza per interrompere un sit-in di protesta davanti alla sede del comando militare di Khartoum, dove i dimostranti erano accampati dal 6 aprile. Il 3 giugno, l’Rsf e altre forze di sicurezza hanno assalito i manifestanti con armi da fuoco e gas lacrimogeni. Sono stati effettuati centinaia di arresti e, mentre molti dei fermati sono stati successivamente rilasciati, di altri non si sono più avute notizie. In seguito, il Tmc ha dichiarato in una nota ufficiale che il sit-in era stato infiltrato da “elementi incontrollabili” e che era pertanto diventato uno snodo della criminalità e un pericolo per i manifestanti. Lo stesso giorno, il Tmc ha invitato formalmente le missioni diplomatiche a non avvicinarsi al sito della protesta.

Tra il 3 giugno e il 9 luglio, il governo ha bloccato l’accesso a Internet nel calcolato tentativo di reprimere qualsiasi forma di dissenso e d’impedire agli attivisti dei diritti umani di documentare gli attacchi contro i manifestanti.

Conflitto armato

Darfur

Nonostante una diminuzione della violenza in alcune parti del Darfur, il conflitto è continuato nell’area del Jebel Marra, dove l’Esercito di liberazione del Sudan-Abdul Wahid (Sudan Liberation Army-Abdul Wahid – Sla-Aw) combatteva contro le forze armate sudanesi e l’Rsf.

Le forze governative e le milizie alleate hanno continuato a commettere crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani come uccisioni, violenza sessuale, saccheggio sistematico e sfollamento forzato.

Nuove prove rilevate via satellite e testimonianze emerse durante l’anno hanno confermato che le forze governative, compreso l’Rsf e le milizie alleate, avevano danneggiato o distrutto almeno 45 villaggi nel Jebel Marra, tra luglio 2018 e febbraio 2019.

L’Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs – Ocha) delle Nazioni Unite ha calcolato che, nell’arco dello stesso periodo, 6.000 persone sfollate internamente al paese sono arrivate nel campo di Otash; al 26 maggio, il numero totale degli sfollati interni nel campo, provenienti dall’area orientale del Jebel Marra, sono arrivati a circa 10.300. Secondo l’Ocha, le persone sfollate a causa della violenza nell’intero Darfur erano circa due milioni, molte delle quali rimanevano rifugiate nel confinante Ciad.

Kordofan del Sud e Nilo Blu

Il cessate il fuoco tra il governo e il Movimento per la liberazione del popolo sudanese-Esercito del Nord (Sudan People’s Liberation Movement/ Army-North – Splm/A-N) nel Kordofan del Sud e nel Nilo Blu ha continuato a tenere. Secondo il Sistema di allerta rapida sulla carestia, la situazione umanitaria nelle aree controllate dall’Splm/A-N aveva raggiunto livelli critici in termini di insicurezza alimentare, aggravati dalle pessime condizioni microeconomiche dell’intero Sudan, con conseguenze per 1,2 milioni di persone che abitavano nell’area dal 2011.

A fine 2019, il governo ha accolto la richiesta di consentire l’ingresso degli aiuti umanitari nelle aree controllate dall’Splm-N nel Kordofan del Sud e nel Nilo Blu.

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