Indonesia: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

Ultime notizie sul paese

 

REPUBBLICA D’INDONESIA

Capo di stato e di governo: Joko Widodo

Il governo non è riuscito a proteggere i difensori dei diritti umani e ha limitato i diritti alla libertà d’espressione, di riunione pacifica e di associazione. È proseguito l’abuso delle disposizioni di diritto penale per limitare l’espressione legittima. Le violazioni dei diritti umani riguardo l’uso eccessivo della forza durante operazioni di polizia e di sicurezza commesse dalle forze di sicurezza sono restate ampiamente impunite. A Papua la violenza è dilagata, con reazioni sia pacifiche che violente ad aggressioni verbali razziste e ad atti di violenza nei confronti dei papuani.

Contesto

Il 17 aprile si sono tenute contemporaneamente le elezioni presidenziali, parlamentari e regionali. Amnesty International aveva pubblicato un’agenda dei diritti umani in nove punti sulle elezioni, che comprendeva: minacce alle libertà di espressione, di pensiero, di coscienza, di credo e di religione; responsabilità delle forze di sicurezza per le violazioni dei diritti umani del passato; diritti di donne e ragazze; situazione dei diritti umani a Papua; violazioni dei diritti umani da parte dell’industria dell’olio di palma; pena di morte e diritti delle persone Lgbti.

Libertà di espressione e protezione dei difensori dei diritti umani

Amnesty International ha monitorato i dati della stampa e dei collaboratori locali, trovando 203 indagini penali avviate tra ottobre 2014 e marzo 2019 nei confronti di chi aveva mosso critiche e commenti su ufficiali pubblici, le loro mogli, o istituzioni governative, attraverso piattaforme elettroniche, i social media o durante le proteste.  Le indagini si basavano su accuse di diffamazione, “divulgazione di notizie false” e “incitamento all’ostilità”, tutte disposizioni della legge sulle informazioni e le transazioni elettroniche (Electronic Information and Transactions Law – Eit). Le autorità hanno utilizzato anche le norme del codice penale e le disposizioni sulla makar (“ribellione”), le quali criminalizzano atti, violenti o meno, commessi con l’intento di provocare una secessione o di far cadere una parte o la totalità dell’Indonesia nelle mani del nemico; arrecare danno al presidente o al vicepresidente; rovesciare il governo.

Le accuse di “ribellione” sono state usate per arrestare, perseguire e imprigionare attivisti pacifici pro-indipendentisti a Papua e nelle Molucche. Il 31 ottobre, 27 persone sono state accusate di “ribellione”, incluse cinque provenienti dalle Molucche che erano state arrestate a giugno per aver sventolato la bandiera Benang Raja, un simbolo del movimento separatista della Repubblica delle Molucche meridionali (Rms). Erano tutti prigionieri di coscienza.

Amnesty International ha documentato nove condanne sulla base di norme sulla blasfemia contenute nella legge sulla blasfemia (Blasfemy Law), nel codice penale e nella legge Eit; otto di queste condanne sono stata causate dalla pubblicazione di post su temi religiosi sui social media.

Polizia e forze di sicurezza

In tutta la nazione hanno avuto luogo numerose proteste, tra cui quella del 21-23 maggio contro il risultato delle elezioni presidenziali e quella del 23-30 settembre contro l’attuazione di diverse leggi da parte del parlamento, incluso il codice penale emendato contenente norme che minacciavano le libertà civili. Le prove raccolte indicavano che la polizia ha fatto un uso non necessario o eccessivo della forza nei confronti di manifestanti e passanti.

La polizia ha fatto uso eccessivo della forza, commettendo anche atti di tortura e maltrattamenti durante le proteste del 21-23 maggio; alcuni episodi sono stati filmati e i video sono risultati autentici alla verifica. I video mostrano la polizia mentre prende a calci e picchia uomini che non oppongono alcuna resistenza: tali azioni sono state confermate da testimoni, dalle vittime e dalle loro famiglie. La polizia ha anche arrestato manifestanti, trattenendoli in detenzione arbitraria e in isolamento per diversi giorni senza i mandati adeguati. In risposta a una protesta pubblica riguardo questi abusi, la polizia ha sostenuto che 16 agenti di polizia erano stati ritenuti responsabili di violazioni dei diritti umani durante le proteste di maggio. Tuttavia sono stati chiamati a rispondere di tali azioni tramite meccanismi disciplinari interni non trasparenti, anziché attraverso procedimenti penali.

Durante le proteste del 21-23 maggio, sono state uccise nove persone a Giacarta e una a Pontianak, molti in seguito a ferite di arma da fuoco. La polizia ha asserito che nessuno dei suoi agenti aveva usato proiettili veri. Non è stato arrestato nessun poliziotto, né identificato alcun sospetto.

Durante le proteste del 23-30 settembre, la polizia ha fatto un uso eccessivo della forza per disperdere la folla usando indiscriminatamente spray al peperoncino e lacrimogeni. Il 26 settembre, a Kendari, nel Sulawesi sudorientale, due studenti che avevano preso parte alla protesta sono stati uccisi con un’arma da fuoco, uno con un colpo al petto e l’altro con un colpo alla testa. Durante le indagini sui decessi, la polizia ha dichiarato che, contrariamente a quanto detto in precedenza, sei agenti portavano armi da fuoco durante la protesta di Kendari, ma i sospetti ritenuti responsabili delle uccisioni non sono stati identificati. Tre manifestanti hanno perso la vita anche durante le proteste di Giacarta ma la polizia non ha annunciato alcuna indagine a riguardo.

Diversi giornalisti hanno riferito di essere stati minacciati e aggrediti dalla polizia mentre documentavano la condotta della polizia in entrambe le proteste. In assenza di indagini tempestive, efficaci e trasparenti, è difficile verificare tali dichiarazioni, incluse quelle di legittima difesa avanzate dalla polizia.

Abusi e violazioni dei diritti umani a Papua

La violenza nella regione di Papua (province di Papua e Papua Barat) è stata scatenata da due incidenti: una violenta aggressione all’inizio di dicembre 2018 contro 16 operai di un’impresa edile a Nduga, la cui responsabilità fu rivendicata da un gruppo armato pro-indipendenza di Papua, e un abuso verbale razzista il 16 agosto a Surabaya, Giava orientale. In quest’ultimo caso, personale militare e membri di organizzazioni anti-indipendentiste di Papua hanno accerchiato gli studenti nel dormitorio rivolgendo loro insulti razzisti, usando appellativi come “scimmie”. Tale abuso è stato filmato e ampiamente condiviso sui social media, portando i papuani a organizzare proteste, alcune delle quali sfociate nella violenza, precisamente a Jauapura, Deiyai, Fakfak e Wamena, le principali città di Papua.

L’aggressione contro gli operai a Nduga ha portato allo spiegamento massiccio di forze militari e di polizia. I residenti locali si sono rifugiati nelle foreste circostanti o nelle città vicine. I gruppi locali della società civile, incluse le chiese, hanno denunciato almeno 182 morti dal dicembre 2018 al luglio 2019, di cui 18 per ferite da arma da fuoco durante operazioni militari e di polizia. La maggior parte delle vittime è deceduta per malattie, malnutrizione e per le pessime condizioni dei rifugi in generale. Hanno anche riferito di circa 5000 sfollati interni a Wamena, Jayawijaya e in altri distretti, che vivevano in condizioni insalubri e non avevano accesso a cibo, istruzione, cure sanitarie e altri servizi pubblici.

La stampa e le organizzazioni locali della società civile hanno denunciato che a Deiyai, durante una protesta del 28 agosto divenuta poi violenta, sono morte almeno 9 persone; hanno anche riferito di quattro morti a Jayapura il 29 e il 30 agosto e di 34 vittime a Wamena il 23 settembre.

La polizia ha risposto alla violenza a Papua intentando accuse penali contro difensori dei diritti umani e attivisti politici. Ha accusato due difensori dei diritti umani, Veronica Koman e Dandhy Dwi Laksono, di “incitamento” secondo le disposizioni della legge Eit per i loro tweet in cui denunciavano gravi violazioni dei diritti umani a Papua. A ottobre, almeno 22 persone a Giacarta e a Papua sono state arrestate, detenute e accusate del crimine di “ribellione”. Si trattava di prigionieri di coscienza, detenuti esclusivamente per le loro attività pacifiche in diverse proteste antirazziste.

Diritti delle donne

Il 5 luglio, la Corte suprema ha assolto una ragazza di 15 anni condannata nei primi gradi di giudizio per aver abortito dopo aver subito uno stupro dal suo stesso fratello.

Il 29 luglio, il presidente ha firmato un decreto per concedere l’amnistia a Baiq Nuril, dopo che la Corte suprema aveva confermato le decisioni precedenti dei tribunali che la condannavano per aver diffuso contenuti pornografici. Si trattava di una registrazione, divenuta poi virale, che la donna aveva fatto al suo superiore mentre la molestava sessualmente durante una telefonata. Sebbene gli sviluppi di entrambe le storie rappresentino delle vittorie per i diritti delle donne, indicano anche la necessità di una protezione legale e sistematica per le vittime di violenza sessuale. Nel corso dell’anno, il parlamento ha deliberato sul progetto di legge per l’eliminazione della violenza sessuale, che non è però diventato legge.

Continua a leggere