Foto di MD Abu Sufian Jewel/NurPhoto via Getty Images
In tutta la regione, repressione, disuguaglianza e impunità sono andate di pari passo, alimentate da pratiche autoritarie, discriminazione sistemica e una radicata mancanza di accertamento delle responsabilità. Le autorità hanno sempre più imposto restrizioni eccessive al diritto alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica, integrando il controllo attraverso legislazione, attività di polizia e sorveglianza digitale. Queste misure si sono rafforzate a vicenda e hanno ridotto lo spazio della società civile ed eroso le libertà fondamentali. Gli stati hanno normalizzato la repressione del dissenso con giri di vite in Nepal e Indonesia, l’uso di leggi antiterrorismo in India, un’ondata di detenzioni arbitrarie in vista del voto imposto dai militari in Myanmar a dicembre e arresti di attivisti a Hong Kong.
A livello internazionale, hanno avuto successo alcuni sforzi per il riconoscimento delle responsabilità, tra cui l’arresto e il trasferimento all’Icc dell’ex presidente filippino Rodrigo Duterte e i mandati di arresto dell’Icc contro due leader talebani per crimini contro l’umanità di persecuzione di genere. Per il resto, l’impunità è rimasta radicata, senza ulteriori progressi sui mandati di arresto dell’Icc per i funzionari responsabili di crimini internazionali contro le persone rohingya e senza azioni statali significative per affrontare i crimini contro l’umanità nello Xinjiang, in Cina. I meccanismi interni di accertamento delle responsabilità sono stati ulteriormente smantellati in Afghanistan e sono rimasti largamente inefficaci per i crimini commessi in tempo di guerra in Sri Lanka.
Gli stati hanno ampliato la repressione transfrontaliera. La Thailandia ha rimpatriato uiguri in Cina ed estradato difensori montagnard in Vietnam, nonostante i rischi di violazioni dei diritti. La Malesia ha collaborato con le autorità thailandesi per colpire un giornalista, mentre Hong Kong e la Cina hanno usato le leggi per perseguire attivisti all’estero, molestando familiari e amici rimasti a Hong Kong.
La discriminazione ha amplificato i danni per i gruppi marginalizzati e vulnerabili. Le persone rohingya sono state costrette al lavoro forzato in Myanmar e sono state colpite in modo sproporzionato dai tagli agli aiuti umanitari nei campi rifugiati del Bangladesh. Le minoranze religiose sono state sistematicamente prese di mira in Afghanistan, nella Cina continentale e in Pakistan, mentre i popoli nativi in Australia e Indonesia hanno continuato a subire espropriazioni delle terre. Le persone dalit in tutta l’Asia meridionale sono state relegate a svolgere lavori pericolosi.
La violenza di genere è persistita in tutta la regione, mentre gli abusi facilitati dalla tecnologia hanno fatto notizia in Corea del Sud, Thailandia e Vietnam.
La tratta di esseri umani e il lavoro forzato sono aumentati nel sud-est asiatico, in particolare con le centrali di truffe online in aree come Cambogia e Myanmar, in cui le persone sono state ridotte in schiavitù e torturate.
La crisi climatica, la vulnerabilità ad altri disastri e la fragilità economica hanno intensificato la privazione dei diritti. In Afghanistan, la sopravvivenza di milioni di persone è dipesa dagli aiuti, tra le espulsioni da Iran e Pakistan e i terremoti, mentre le inondazioni nelle Filippine, in Indonesia, Pakistan, Sri Lanka e Vietnam hanno causato morti, sfollamenti diffusi, distruzione dei raccolti e aggravamento della povertà. Il cambiamento climatico e i disastri in Bangladesh, Kiribati, Pakistan e Tuvalu hanno continuato a obbligare le comunità a sfollare, rafforzando disuguaglianze strutturali. La cronica carenza di beni di prima necessità in Corea del Nord e l’austerità che ha portato a tagli al welfare in Sri Lanka hanno evidenziato come le politiche economiche abbiano aggravato la vulnerabilità.
I governi di tutta la regione hanno continuato ad applicare leggi e pratiche restrittive che hanno limitato il diritto alla libertà d’espressione, insieme a censura, sorveglianza e ritorsioni contro figure come difensori dei diritti umani, giornalisti, attivisti e accademici. Diversi paesi hanno introdotto o mantenuto leggi che conferivano ampi poteri per controllare i contenuti online e mettere a tacere il dissenso. Il governo delle Figi ha respinto gli appelli delle Nazioni Unite a riformare le restrittive leggi sull’ordine pubblico. In Myanmar, la legge sulla cybersicurezza ha criminalizzato il dissenso con disposizioni vaghe e la legge elettorale ha imposto pene severe (incluso l’ergastolo e persino la pena di morte) per la violenza elettorale. In Nepal è stato presentato un disegno di legge sui social media per consentire all’esecutivo di ordinare la rimozione di contenuti e l’accesso ai dati senza supervisione giudiziaria, criminalizzando le “informazioni false” e il trolling. Le modifiche alla legge sulla prevenzione dei reati informatici in Pakistan hanno ampliato i poteri di censura e di criminalizzazione dell’espressione online. In Sri Lanka, le autorità hanno continuato a utilizzare la draconiana legge sulla prevenzione del terrorismo. In India è stata promulgata la legge speciale di pubblica sicurezza del Maharashtra per punire il dissenso. Le autorità malesi hanno continuato a usare leggi formulate in modo ampio come quella sulle comunicazioni e la multimedialità per limitare la libertà d’espressione; in Mongolia sono state introdotte modifiche al codice penale che hanno ristretto lo spazio civico; le autorità cambogiane hanno utilizzato la revoca della cittadinanza per punire le voci critiche; nelle Maldive è stato proposto un disegno di legge punitivo sui media che concedeva poteri estesi sui giornalisti. In Vietnam, la legge sulla cybersicurezza è stata modificata consentendo alla polizia di richiedere gli indirizzi Ip di utenti e imponendo ai fornitori di rimuovere contenuti entro 24 ore, mentre è stata proposta una nuova legge sulla stampa che richiedeva ai giornalisti di rivelare le proprie fonti, sollevando preoccupazioni su privacy e sorveglianza online.
I governi hanno sempre più preso di mira gli spazi digitali per mettere a tacere il dissenso. A Singapore, le autorità hanno utilizzato la legge sulla protezione dalle falsità online e dalla manipolazione per emettere numerosi ordini contro attivisti, media e figure dell’opposizione. Le autorità cinesi e di Hong Kong hanno ampliato le leggi sulla sicurezza nazionale per colpire una gamma ancora più vasta di attività pacifiche. A Hong Kong, i legislatori hanno esteso tali leggi anche al settore dell’istruzione, limitando la libertà accademica, mentre i tribunali hanno confermato leggi che criminalizzano gli appelli all’astensione dal voto. In Nepal, le autorità hanno bloccato Telegram e altre 26 piattaforme di social media, mentre in Pakistan sono stati vietati canali YouTube e account social critici verso il governo. In India, le autorità hanno ordinato a X e Instagram di bloccare migliaia di account, hanno limitato la satira e vietato la diffusione di 25 libri nel Jammu e Kashmir. Le autorità nordcoreane hanno mantenuto un controllo quasi totale, disturbando le trasmissioni, ispezionando le abitazioni e imponendo pene severe (inclusa l’esecuzione) per la diffusione di media stranieri.
Le ritorsioni per l’esercizio della libertà d’espressione sono state diffuse. In Afghanistan, i talebani hanno arrestato giornalisti e giornaliste, chiuso Radio Nasim, vietato nelle università libri scritti da donne e poesie critiche verso le loro politiche, oltre a limitare l’accesso a Internet. In Cina, la giornalista Zhang Zhan ha ricevuto una seconda condanna al carcere e a Hong Kong l’attivista filodemocratico Joshua Wong è stato incriminato con una nuova accusa ai sensi delle leggi sulla sicurezza nazionale.
In India, le molestie contro i giornalisti sono aumentate tramite registri di polizia e arresti, oltre alla revoca dello status di cittadinanza indiana all’estero all’accademica Nitasha Kaul. In Cambogia, giornalisti e attivisti hanno subìto arresti e lunghe condanne. La Malesia ha collaborato con le autorità thailandesi per arrestare uno scrittore e in Mongolia la polizia ha fatto irruzione nei locali di un organo d’informazione indipendente. In Thailandia, un accademico è stato incriminato per il suo lavoro sulle relazioni civili-militari. In Vietnam, un attivista per i diritti fondiari è stato condannato a 21 anni per “opposizione al governo”.
I governi devono abrogare o modificare le leggi repressive, garantire un’effettiva supervisione giudiziaria sulla regolamentazione dei contenuti e proteggere giornalisti e attivisti da molestie e violenze.
Il diritto alla libertà di riunione pacifica ha continuato a essere messo a dura prova, con governi che hanno fatto ricorso a repressione, detenzioni preventive e quadri giuridici restrittivi. Per tutto l’anno si sono verificati violenti giri di vite sulle proteste. In Afghanistan le forze talebane hanno ucciso almeno 10 persone e ne hanno ferite 40 durante le proteste contro l’eradicazione del papavero nel Badakhshan. In Indonesia vi sono stati arresti di massa con 4.000 persone detenute, 900 aggredite e almeno 10 uccise durante manifestazioni in tutto il paese. In Nepal, 76 persone, tra manifestanti e agenti di polizia, sono morte durante le proteste guidate da giovani della Gen Z contro la corruzione e il divieto dei social media. Le autorità pakistane sono ricorse al blocco di Internet e alla forza letale contro manifestanti in Belucistan e nel Jammu e Kashmir amministrato dal Pakistan. In Malesia, le autorità hanno represso il dissenso con un forte dispiegamento di polizia e arresti. Nelle Filippine, centinaia di persone, per lo più giovani, sono state arrestate durante proteste contro la corruzione. A Hong Kong, le autorità hanno bloccato raduni e arrestato potenziali manifestanti; gli eventi legati al Pride sono stati cancellati. La parata Viet Pride a Ho Chi Minh City è stata annullata per la prima volta in 13 anni, mentre altri eventi Pride in Vietnam hanno subìto censura o cancellazione per le vessazioni delle autorità locali.
Detenzione, diniego di autorizzazioni e azioni legali sono stati diffusi in tutta la regione. In India, le autorità hanno detenuto studenti dell’università Jamia, leader dell’opposizione come Rahul Gandhi e lavoratori e lavoratrici dei servizi di igiene urbana, dopo aver negato i permessi per i raduni. Nelle Maldive sono state arrestate donne che avevano manifestato pacificamente davanti alle ambasciate. In Corea del Sud, i tribunali hanno condannato attivisti per i diritti delle persone con disabilità per aver partecipato a proteste pacifiche. Le autorità di India e Singapore hanno continuato a invocare leggi restrittive per dichiarare illegali le assemblee.
Contesti restrittivi hanno rafforzato il controllo sui diritti di riunione pacifica e associazione. A Taiwan, le autorità hanno imposto restrizioni arbitrarie in zone sensibili e a Hong Kong sono state istituite nuove zone “proibite”, in cui non sono state limitate solo le proteste ma qualsiasi presenza non autorizzata. In Malesia sono perdurati un severo controllo di polizia, molestie, arresti e indagini, nonostante le proposte di riforma della legge sulle riunioni pacifiche. In Corea del Sud, tuttavia, i tribunali hanno allentato alcune restrizioni sulle assemblee. Anche i controlli su organizzazioni civiche e politiche si sono intensificati. In Sri Lanka è proseguito l’obbligo di registrazione delle Ong presso il ministero della Difesa, rafforzando la supervisione sulla società civile. In Bangladesh, la Lega popolare bangladese (Awami League) è stata messa al bando ai sensi delle leggi antiterrorismo, compromettendo gravemente i diritti d’associazione politica e partecipazione.
I governi devono porre fine alla repressione, liberare le persone detenute per assemblee pacifiche, abrogare o modificare le leggi restrittive o modificare quelle repressive e garantire spazi sicuri e accessibili per le proteste in linea con gli standard internazionali.
La discriminazione è persistita in molteplici forme (religiosa, etnica, basata sulla discendenza, legata alla disabilità e contro i popoli nativi), spesso rafforzata da politiche statali, disuguaglianze sistemiche e ostilità sociale.
La discriminazione religiosa sostenuta dallo stato è rimasta diffusa. In Afghanistan, le autorità talebane hanno preso di mira le minoranze sciite, costringendo gli ismailiti a convertirsi all’Islam sunnita, limitando i rituali sciiti-hazara e discriminando nella distribuzione degli aiuti umanitari. Famiglie hazara sono anche state sgomberate con la forza e hanno subìto discriminazioni nell’occupazione. In Pakistan sono aumentate violenze e restrizioni contro gli ahmadi da parte di attori privati e statali, mentre la responsabilità dell’attacco del 2023 contro persone cristiane da parte di privati è rimasta evasiva. In India, leggi discriminatorie hanno criminalizzato i matrimoni interreligiosi e sono stati documentati crimini d’odio contro persone musulmane e kashmiri. In Indonesia è perdurata l’intolleranza verso comunità ahmadi e cristiane, con limitazioni al culto e attacchi ai luoghi di preghiera. Il governo cinese ha interferito negli affari del buddismo tibetano e detenuto leader cristiani, mentre nelle Figi sono stati vandalizzati templi indù.
La discriminazione etnica è persistita in diversi paesi. In Giappone, la retorica xenofoba è stata evidente durante le campagne elettorali, mentre in Corea del Sud si sono svolte manifestazioni anticinesi. Nello stato settentrionale di Rakhine in Myanmar, l’esercito di Arakan ha costretto persone rohingya sfollate a eseguire lavori forzati e sono stati segnalati maltrattamenti nei confronti di chi si rifiutava.
La discriminazione contro i popoli nativi è stata grave e sistemica. In Cina, uiguri e tibetani hanno continuato a essere vittime di discriminazione sistematica, comprese restrizioni alle espressioni culturali, linguistiche e religiose. In Australia, aborigeni e isolani dello Stretto di Torres hanno subìto crescenti disuguaglianze, alti tassi di incarcerazione e decessi in custodia. In India, l’indebolimento delle protezioni ambientali ha aumentato i rischi di sfollamento per le comunità native. In Indonesia, progetti di sviluppo su larga scala e l’estrazione di nichel hanno devastato le terre dei nativi scatenando proteste e criminalizzazione dell’attivismo. Il Comitato Cerd ha avvertito il governo giapponese riguardo all’impatto della costruzione di una base militare statunitense a Okinawa, mentre leader nativi hanno protestato contro il finanziamento da parte del Giappone di progetti dannosi all’estero. Il governo malese ha preso in considerazione possibili modifiche di legge per ampliare i diritti degli orang asli, mentre in Nepal si sono verificati violenti scontri per le terre ancestrali e per la mancanza di trasparenza in un progetto di sviluppo. Le autorità del Bangladesh hanno continuato a detenere oltre 62 delle 100 persone native bawm arrestate nel 2024, nonostante le notizie di decessi in custodia. Il parlamento della Nuova Zelanda ha approvato leggi che hanno indebolito i diritti consuetudinari māori. A Taiwan, le comunità native pingpu hanno ottenuto tutele limitate per i diritti culturali, ma sono rimaste preoccupate per l’inadeguato riconoscimento giuridico, mentre è continuata la discriminazione sistemica nell’istruzione. La Thailandia ha portato avanti progetti che minacciavano i mezzi di sussistenza delle popolazioni native e ha approvato una legge che non è riuscita a riconoscere lo status nativo.
La discriminazione basata sulla discendenza ha continuato a colpire le comunità marginalizzate. In India, i piani per il censimento delle caste si sono arenati, lasciando irrisolte le disuguaglianze strutturali. In Nepal, le comunità dalit hanno continuato a subire un’esclusione sociale radicata e barriere all’accesso alla giustizia. In Pakistan, la discriminazione persistente basata su casta e religione ha continuato a confinare persone impiegate nei servizi di igiene urbana (per lo più cristiane dalit) in lavori pericolosi e precari, privi di protezioni legali.
La discriminazione legata alla disabilità è rimasta diffusa. In Corea del Nord le persone con disabilità hanno subìto esclusione sistemica dall’istruzione, dall’assistenza sanitaria e dall’occupazione, con segnalazioni di istituzionalizzazione forzata. A Taiwan è mancata ancora una legge completa contro la discriminazione, lasciando le protezioni frammentarie e deboli. In Giappone, nonostante il progresso rappresentato da una legge che ha risarcito vittime di sterilizzazioni forzate, le barriere sistemiche e la scarsa consapevolezza hanno continuato a ostacolare l’accesso alla giustizia.
I governi devono proteggere le terre delle popolazioni native, astenersi da discorsi discriminatori, contrastare gli stereotipi, adottare e far rispettare leggi efficaci contro la discriminazione e garantire pari accesso all’istruzione, all’occupazione e l’accertamento delle responsabilità dei sistemi giudiziari.
I diritti economici, sociali e culturali sono rimasti sotto forte pressione a causa di crisi economiche, shock climatici e politiche discriminatorie. L’insicurezza alimentare è stata acuta. In Afghanistan, la sopravvivenza di 22,9 milioni di persone dipendeva dagli aiuti, in un contesto di ritorni seguiti alle espulsioni per lo più dall’Iran e dal Pakistan, terremoti e tagli ai finanziamenti; il 90 per cento di minori viveva in povertà alimentare e quattro milioni erano in stato di malnutrizione. In Corea del Nord, nonostante condizioni climatiche favorevoli alla coltivazione, le persone hanno subìto carenze croniche di cibo, poiché la scarsità di fertilizzanti e gli shock climatici hanno ridotto la produzione, mentre la fallimentare distribuzione statale ha aggravato le difficoltà nelle zone rurali. In Pakistan, il 44,7 per cento della popolazione viveva sotto la soglia di povertà, i vincoli imposti dal Fondo monetario internazionale hanno ridotto la spesa sociale e le inondazioni, rese più probabili dai cambiamenti climatici causati dalle attività umane, hanno distrutto considerevoli colture. In Sri Lanka, i livelli di povertà sono rimasti al di sopra dei valori precedenti alla crisi, nonostante i sussidi sociali.
I sistemi sanitari sono rimasti fragili. In Afghanistan, l’accesso alle cure nelle zone rurali era limitato e le restrizioni dei talebani hanno ritardato il soccorso alle donne durante i terremoti. In Corea del Nord, gli ospedali sono stati gravemente sottofinanziati e privi di medicinali ed equipaggiamenti di base. L’Unicef ha vaccinato due milioni di bambini, anche se il monitoraggio è rimasto fortemente limitato.
Il diritto all’istruzione è stato eroso: i divieti imposti dai talebani hanno escluso il 78 per cento delle ragazze e donne afgane dalla scuola e dal lavoro. Nelle scuole nordcoreane mancavano riscaldamento e libri di testo; in Myanmar l’apprendimento è stato gravemente interrotto dal congelamento degli aiuti; le politiche cinesi sull’istruzione bilingue in Tibet hanno minacciato i diritti linguistici delle minoranze.
L’insicurezza abitativa e fondiaria è persistita: le autorità cambogiane hanno fermato gli sgomberi forzati dal sito Unesco di Angkor dopo proteste a livello globale, ma non hanno offerto rimedi alle famiglie sgomberate. In Mongolia, le comunità rurali e urbane colpite da progetti di sviluppo non hanno avuto strumenti per rettificare consultazioni imperfette e la sottostima di proprietà e beni. In India, le campagne di sgombero nell’Assam hanno sfollato circa 3.800 famiglie, colpendo in modo sproporzionato le persone di fede musulmana.
Anche gli abusi e le violazioni ai diritti del lavoro sono rimasti diffusi e hanno colpito in modo sproporzionato le comunità che subivano marginalizzazione e discriminazione. In Pakistan, i lavoratori dei servizi di igiene urbana appartenenti a caste inferiori hanno subìto discriminazioni sistemiche. Le persone malaiyaha tamil dello Sri Lanka sono rimaste marginalizzate, mentre chi lavorava nel settore tessile ha subìto repressione sindacale e violenza di genere. In Bangladesh si sono verificati disordini nel settore tessile e arresti di leader sindacali. Lavoratori e lavoratrici nelle Filippine hanno dovuto affrontare condizioni insicure durante i disastri, mentre a Hong Kong le persone migranti impiegate nei lavori domestici sono state private di protezioni più solide.
I governi devono garantire i diritti all’alimentazione, alla salute, all’abitazione, all’istruzione e al lavoro, ponendo fine agli sgomberi forzati, affrontando la povertà, rafforzando la protezione sociale, tutelando i lavoratori e lavoratrici e assicurando pari accesso ai servizi essenziali senza discriminazioni.
Le autorità hanno continuato a utilizzare leggi sulla sicurezza e pratiche discriminatorie per reprimere il dissenso, colpendo in modo sproporzionato attivismo, minoranze e opposizione politica. Arresti e detenzioni arbitrari sono stati diffusi. In Afghanistan, i talebani hanno arrestato persone per infrazioni minori come l’acconciatura dei capelli o l’ascolto di musica, hanno imposto decreti severi tramite “ispettori della moralità” e continuato a prendere di mira persone come ex funzionari, giornalisti, difensori dei diritti umani e voci critiche attraverso detenzioni arbitrarie, sparizioni forzate e tortura. Sono stati documentati oltre 100 casi di uccisioni extragiudiziali. In Myanmar si sono verificate detenzioni sistematiche dopo il colpo di stato e decessi in custodia legati al diniego dell’assistenza sanitaria e a ferite riportate durante interrogatori violenti. In Corea del Nord, la detenzione arbitraria è rimasta centrale nel controllo da parte del regime, colpendo persone accusate di reati politici senza consentire processi equi. A Hong Kong e Macao, le leggi sulla sicurezza nazionale sono state applicate in modo estensivo per reprimere l’espressione politica e arrestare attivisti e attiviste.
In Pakistan, modifiche alle leggi antiterrorismo hanno consentito la detenzione senza accusa per tre mesi, mentre sono stati arrestati giornalisti e attivisti beluci. In India è proseguito l’uso improprio delle leggi antiterrorismo per detenere persone come difensori dei diritti umani e attivisti musulmani, con lunghi periodi di custodia cautelare.
Tortura e maltrattamento sono perdurati nonostante i divieti legali. In Afghanistan, le persone detenute sono state sottoposte a scosse elettriche, waterboarding, estrazione di denti e unghie e abusi sessuali. In Myanmar, durante gli interrogatori le autorità hanno utilizzato percosse, elettroshock, violenze sessuali e “rimozione delle unghie”. In Corea del Nord, percosse, privazione del sonno e lavori forzati sono stati impiegati per estorcere “confessioni”, mentre i campi di prigionia politici hanno imposto punizioni severe e cibo insufficiente. In Vietnam, persone attiviste imprigionate hanno subìto isolamento, uso di catene e negazione dell’assistenza sanitaria, con morti sospette in custodia. In India, la tortura da parte della polizia ha causato la morte di un venticinquenne in Jammu e Kashmir. In Sri Lanka sono stati documentati almeno 13 casi di decessi in custodia e accuse di tortura. In Thailandia, i tribunali hanno emesso le prime condanne ai sensi della legge contro la tortura per l’uccisione di una recluta, con un raro caso positivo di accertamento delle responsabilità.
Le sparizioni forzate sono rimaste uno strumento di repressione. In Corea del Nord, alle famiglie è stata negata ogni informazione sulle persone detenute, configurando casi di sparizione forzata. In Cina, le autorità hanno continuato a utilizzare la “sorveglianza residenziale in un luogo designato”, una forma di detenzione segreta che equivale a sparizione forzata, in particolare contro persone impegnate nella difesa dei diritti umani e legali. Un tribunale malese ha confermato il coinvolgimento dello stato in sparizioni avvenute in passato. In Myanmar sono state replicate modalità di sparizione e morte dopo le torture. In Pakistan, nei primi mesi del 2025 sono stati registrati 125 nuovi casi di sparizione forzata. In Bangladesh, la commissione d’inchiesta governativa sulle sparizioni forzate ha dichiarato che nel periodo 2009-2024 erano state registrate 1.772 denunce, il 67 per cento delle quali collegate all’operato di agenzie statali. Queste pratiche hanno consolidato l’impunità e la discriminazione contro gruppi vulnerabili.
I governi devono porre fine ad arresti arbitrari, tortura e sparizioni forzate, proteggere i diritti delle persone detenute e garantire riconoscimento delle responsabilità e salvaguardie contro gli abusi.
I governi hanno intensificato politiche migratorie restrittive, compromettendo ulteriormente la protezione e i diritti delle persone rifugiate e migranti ed esponendo gruppi vulnerabili a discriminazioni e abusi. I rimpatri di massa e i respingimenti sono proseguiti nonostante gli obblighi internazionali. Il Pakistan ha inasprito il suo “piano di rimpatrio degli stranieri illegali”, rimpatriando oltre 990.000 persone afgane. L’Iran ha rimpatriato 1,8 milioni di persone afgane, mentre Germania, Tagikistan e Turchia hanno continuato a rimpatriarle forzatamente nonostante le violazioni dei talebani. Al ritorno in Afghanistan, donne e ragazze hanno subìto la privazione sistemica dei diritti, mentre dissidenti hanno rischiato arresti e torture. Durante l’anno, le persone rohingya rifugiate in Bangladesh hanno temuto di essere riportate con la forza in Myanmar da gruppi armati per combattere nel conflitto. In India, l’ostilità è aumentata quando le autorità hanno deportato con la forza in Bangladesh persone rohingya rifugiate, insieme ad altre 300 musulmane sospettate di essere cittadine straniere. Intanto nuove leggi hanno riclassificato richiedenti asilo come migranti irregolari, erodendo il principio di non refoulement. Le autorità malesi hanno detenuto persone rohingya rifugiate e respinto imbarcazioni che le trasportavano. Nel frattempo, il Giappone ha lanciato il suo “piano zero” per dimezzare il numero di persone straniere in soggiorno irregolare tramite rimpatri accelerati, suscitando critiche per i rischi posti a chi richiedava asilo. Il governo della Thailandia ha rimpatriato forzatamente 40 persone uigure in Cina nonostante il rischio di tortura.
La detenzione arbitraria e a tempo indeterminato è rimasta diffusa nella regione. Le autorità malesi hanno trattenuto oltre 20.000 persone in strutture per l’immigrazione, tra cui più di 2.000 minori. Il governo australiano ha mantenuto il sistema di “elaborazione offshore” di richiedenti asilo, con 90 ancora in attesa di esame a Nauru e più di 30 a Papua Nuova Guinea dopo 11 anni, mentre nuove leggi hanno privato richiedenti asilo di garanzie procedurali. In Sri Lanka, 116 persone rohingya rifugiate, tra cui minori, sono state detenute in strutture militari senza accesso dell’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. In Giappone e Taiwan, i governi hanno continuato a consentire la detenzione per immigrazione a tempo indefinito in sistemi opachi, criticati per le cattive condizioni e la mancanza di tutele legali. In Bangladesh, le condizioni sono peggiorate drasticamente: Cox’s Bazar, il più grande campo profughi al mondo, che ospita oltre un milione di rohingya, ha subìto gravi tagli agli aiuti e ha dovuto sostenere l’arrivo di 150.000 nuove persone, rischiando il collasso dei servizi essenziali a fronte di impegni limitati dei donatori, nonostante gli appelli urgenti delle Nazioni Unite.
La tratta di esseri umani e il lavoro forzato sono aumentati in tutta la regione. In Cambogia, oltre 50 centrali dedite alle truffe hanno trafficato persone straniere per impiegarle nelle frodi online, mentre le operazioni di contrasto sono state prive di trasparenza. Il Myanmar è rimasto un epicentro della tratta, con centri di truffe che hanno detenuto 100.000 persone e gruppi armati che sono ricorsi al lavoro forzato e al reclutamento coatto. Nonostante le sanzioni contro i responsabili, gli abusi sono continuati.
I governi devono porre fine a respingimenti, detenzione arbitraria e tratta di esseri umani, garantire procedure d’asilo sicure, rilasciare le persone detenute illegalmente e assicurare protezione e dignità alle persone rifugiate e migranti, in conformità con gli standard internazionali.
Il cambiamento climatico ha aggravato le disuguaglianze sociali. In Bangladesh, gli eventi meteorologici estremi hanno esacerbato le discriminazioni di genere e di casta, intrappolando chi lavorava nei servizi di igiene urbana in cicli di vulnerabilità. L’innalzamento del livello del mare a Tuvalu e Kiribati ha continuato a provocare sfollamenti, minacciando i diritti all’alloggio, alla salute e all’identità culturale. In Pakistan, inondazioni catastrofiche hanno causato oltre 1.000 morti e milioni di sfollamenti, mentre le ondate di calore hanno raggiunto i 49 °C e hanno messo in luce le carenze nella risposta ai disastri. Anche in India, Indonesia, Nepal e Sri Lanka si sono verificate inondazioni e frane mortali dovute ai cicloni, che hanno colpito in modo sproporzionato le comunità rurali con accesso limitato ai soccorsi, sollevando interrogativi sulla preparazione ai disastri legati al clima. Secondo dati ufficiali, nei mesi di ottobre e novembre, la capitale indiana Nuova Delhi è risultata la città più inquinata al mondo.
L’attuazione di politiche di espansione dei combustibili fossili e di progetti di transizione energetica ha continuato a violare i diritti dei popoli nativi. In Indonesia, le autorità hanno arrestato 27 attiviste e attivisti nativi che si opponevano all’estrazione di nichel a East Halmahera, mettendo in luce i rischi per le terre consuetudinarie. Il governo giapponese ha promosso all’estero progetti di gas naturale liquefatto, anche con accordi con Usa e Canada, suscitando critiche per i danni arrecati alle nazioni native gwich’in e wet’suwet’en. In Australia, il rigetto del ricorso climatico degli abitanti delle Isole dello Stretto di Torres ha indebolito gli sforzi per ottenere giustizia per comunità minacciate nella loro stessa esistenza.
Una governance debole ha perpetuato la vulnerabilità. Le Maldive hanno lanciato un ambizioso piano climatico, ma senza solide garanzie in materia di diritti umani e ostacolando il contenzioso climatico, compromettendo così i diritti culturali e i mezzi di sussistenza. In Malesia, i legislatori hanno rinviato una legge sul clima per dare priorità alle consultazioni con l’industria, mentre il governo sudcoreano ha mantenuto obiettivi di riduzione delle emissioni insufficienti e non ha tracciato una transizione giusta. In Cina sono rimaste in vigore severe restrizioni alla partecipazione pubblica nei processi decisionali ambientali, limitando il riconoscimento delle responsabilità. Politiche migratorie discriminatorie hanno aggravato l’ingiustizia climatica. Il governo della Nuova Zelanda non ha fornito percorsi adeguati per le popolazioni del Pacifico sfollate a causa del clima, rafforzando le disuguaglianze, lasciando famiglie separate, violando i diritti di minori e aumentando la vulnerabilità delle persone migranti.
I governi devono promuovere la giustizia climatica, porre fine all’espansione dei combustibili fossili, proteggere le comunità native e marginalizzate, garantire politiche climatiche basate sui diritti e assicurare percorsi migratori sicuri per le persone sfollate a causa degli impatti climatici.
La pena di morte è rimasta radicata nella maggior parte dei paesi della regione ed è stata frequentemente applicata in violazione del diritto e degli standard internazionali in materia di diritti umani.
Due paesi hanno ripreso a effettuare esecuzioni dopo un periodo di interruzione. In Giappone, l’impiccagione di Takahiro Shiraishi, la prima esecuzione in tre anni, è stata condannata per la segretezza e per la minaccia agli sforzi abolizionisti. A Taiwan, Huang Lin-kai è stato messo a morte a gennaio, nella prima esecuzione dal 2020, nonostante ricorsi ancora pendenti e preoccupazioni per il suo stato di salute mentale.
In Afghanistan, i talebani hanno effettuato esecuzioni pubbliche. Secondo diverse segnalazioni, il governo della Corea del Nord ha continuato a eseguire condanne a morte per atti che non costituiscono reati riconosciuti a livello internazionale, come la condivisione di contenuti mediatici stranieri, e per reati ben al di sotto della soglia dei “crimini più gravi” prevista dal diritto internazionale, utilizzando le esecuzioni pubbliche come strumento di controllo.
Le autorità cinesi hanno continuato ad applicare la pena di morte a persone accusate di corruzione, frode e tratta; almeno un caso di condanne di massa ha sollevato preoccupazioni per violazioni del diritto a un processo equo. In Bangladesh, tra le altre condanne capitali, un tribunale speciale ha condannato in contumacia all’impiccagione l’ex prima ministra Sheikh Hasina e altri funzionari governativi per la repressione delle proteste del 2024. Il governo delle Maldive ha ampliato l’ambito di applicazione della pena di morte includendo i reati di droga, eliminato la possibilità di commutare tali condanne tramite grazia e vietato accordi di patteggiamento in questi casi.
Le esecuzioni per reati legati alla droga sono proseguite senza sosta a Singapore dove, tra gli altri, è stato messo a morte il cittadino malese Pannir Selvam, nonostante le proteste internazionali. Riforme positive sono emerse in Vietnam, dove la pena di morte è stata abolita per otto reati, tra cui il trasporto di droga; tuttavia, la mancanza di garanzie procedurali nei procedimenti capitali e la segretezza sull’uso della pena di morte hanno continuato a destare preoccupazione. In Malesia, il governo ha annunciato uno studio sulla pena di morte e sulla sua abolizione, dopo l’abrogazione nel 2023 della pena capitale obbligatoria.
Nel complesso, questi sviluppi hanno evidenziato forti contrasti: riforme graduali in alcuni stati, a fronte di pratiche radicate altrove, caratterizzate da segretezza, discriminazione e strumentalizzazione politica.
I governi che mantengono la pena di morte devono adottare con urgenza misure per abolirla e, nel frattempo, istituire una moratoria ufficiale sulle esecuzioni.
Debolezze sistemiche nelle istituzioni legali e di controllo hanno continuato a ostacolare l’accesso alla giustizia per le vittime di gravi violazioni dei diritti umani. In Afghanistan, i talebani hanno smantellato le strutture giudiziarie e imposto un’interpretazione discriminatoria della sharia, rendendo quasi impossibili processi equi. Organismi di vigilanza, come l’istituzione nazionale per i diritti umani, sono rimasti inattivi. In Nepal, le nomine alle commissioni per la giustizia di transizione sono state criticate per mancanza di trasparenza e interferenze politiche, spingendo al boicottaggio i gruppi di vittime. In Sri Lanka sono perdurati ostacoli, tra cui la percepita mancanza di indipendenza del procuratore generale e le carenti procedure per l’esumazione delle fosse comuni, rimaste oggetto di indagini insufficienti nonostante recenti scoperte. In Bangladesh, le procure hanno ottenuto le prime incriminazioni contro ufficiali militari per sparizioni forzate, sebbene siano rimaste preoccupazioni sul rispetto del giusto processo, anche nel procedimento contro Sheikh Hasina, conclusosi con una condanna a morte.
In alcuni casi, gli sforzi per il riconoscimento delle responsabilità a livello internazionale hanno registrato progressi. L’Icc ha emesso mandati di arresto contro leader talebani per persecuzione di genere e le Nazioni Unite hanno istituito un meccanismo investigativo per l’Afghanistan. L’ex presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, è stato arrestato e trasferito all’Icc per il crimine contro l’umanità di omicidio, segnando una tappa storica.
La ricerca della verità e le riparazioni sono rimaste inadeguate. Lo Sri Lanka ha annunciato una commissione per la verità e la riconciliazione e ampliato l’ufficio per le persone scomparse, ma i progressi sono stati lenti. Nel frattempo, le uccisioni legate alla droga e le molestie contro attivisti e attiviste nelle Filippine, così come la sorveglianza delle comunità tamil in Sri Lanka, hanno evidenziato il perdurare dell’impunità.
I governi devono rafforzare gli sforzi contro l’impunità conducendo indagini tempestive, indipendenti, imparziali ed efficaci sui crimini previsti dal diritto internazionale e su altre gravi violazioni dei diritti umani, assicurando sospetti perpetratori alla giustizia attraverso processi equi e garantendo rimedi effettivi alle vittime.
I diritti di genere e sessuali hanno subìto battute d’arresto sistemiche in tutta la regione. In Afghanistan, i decreti dei talebani hanno vietato alle donne l’accesso all’istruzione, al lavoro e alla libera circolazione, imposto le regole del mahram (accompagnatore maschio) e alimentato la violenza di genere e i matrimoni precoci. In Bangladesh si sono verificate proteste di massa contro le riforme per l’uguaglianza nell’eredità e la criminalizzazione dello stupro coniugale. Nelle isole Figi, in Nepal e in Pakistan è stato registrato un aumento della violenza contro le donne, inclusi (in Nepal a Pakistan) accordi coercitivi nei procedimenti legali contro i perpetratori. In Nepal è proseguita la pericolosa pratica del chhaupadi, una consuetudine che costringe le donne mestruate all’isolamento, spesso in capanne insicure. La violenza di genere attraverso la tecnologia (come molestie online, diffusione non consensuale di immagini intime e contenuti sessuali deepfake) è rimasta diffusa in Corea del Sud, nonostante riforme legislative. I progressi istituzionali sono stati disomogenei: il governo dello Sri Lanka ha annunciato la creazione di una commissione per le donne, mentre in Corea del Sud la riforma sull’aborto è rimasta bloccata.
I diritti delle persone lgbti hanno incontrato ostilità: in Giappone, i tribunali hanno fatto avanzare in modo diseguale il riconoscimento del matrimonio paritario; in Pakistan sono stati registrati omicidi di persone transgender; pressioni statali hanno portato alla cancellazione della parata del Pride in Vietnam; nella Cina continentale è stata rafforzata la censura dei contenuti legati alle tematiche lgbti; a Hong Kong, i legislatori non hanno adottato leggi sulle unioni che avrebbero garantito un certo riconoscimento giuridico e protezioni alle coppie dello stesso sesso.
I governi devono porre fine alla discriminazione basata su genere, orientamento sessuale, identità ed espressione di genere, applicare tutele efficaci e garantire un’uguaglianza sostanziale nella legge, nelle politiche e nella vita quotidiana.
I civili hanno affrontato gravi rischi a causa di attacchi illegali. In Afghanistan, attentati suicidi, ordigni esplosivi di gruppi armati e bombardamenti transfrontalieri da parte del Pakistan hanno ucciso e ferito civili. In Myanmar sono aumentati gli attacchi aerei, che hanno colpito scuole e villaggi; attacchi con “paramotor” hanno causato decine di decessi, anche di minori; gli aiuti umanitari sono stati bloccati nelle aree controllate dalla resistenza. Nel conflitto tra Cambogia e Thailandia, scontri lungo il confine hanno danneggiato ospedali, abitazioni e pagode, con segnalazioni di attacchi indiscriminati da entrambe le parti. Sfollamenti e crisi umanitarie si sono aggravati, mentre la disinformazione ha alimentato le tensioni e sono proseguite le violazioni del cessate il fuoco.
I governi devono cessare gli attacchi illegali, proteggere i civili, consentire l’accesso agli aiuti umanitari e rispettare il diritto internazionale umanitario.