Polonia: le violazioni dei diritti umani accertate nel Rapporto Amnesty

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Repubblica di Polonia

Capo di stato: Andrzej Duda

Capo di governo: Mateusz Morawiecki

Il governo ha proseguito l’implementazione di una serie di riforme legislative e politiche che hanno compromesso l’indipendenza della magistratura. Decine di giudici che avevano espresso la loro contrarietà a queste riforme sono incorsi in misure disciplinari. I tribunali hanno continuato a emettere sentenze favorevoli al diritto delle persone di manifestare pacificamente, anche in relazione a casi di disobbedienza civile.

Contesto

Per tutto l’anno, personalità pubbliche di spicco, tra cui esponenti politici e note figure dell’informazione, hanno spesso rilasciato dichiarazioni dai contenuti discriminatori contro le minoranze, come ad esempio la comunità Lgbti e quella ebraica. A settembre, il Comitato Cerd ha esortato il governo ad adottare misure per risolvere il problema della povertà estrema tra i rom e a porre fine agli sgomberi forzati e alle demolizioni degli alloggi.

A gennaio, un uomo ha ucciso a coltellate il sindaco di Gdańsk, Pawel Adamowicz, durante un evento annuale di beneficienza. Il sindaco era conosciuto per il suo impegno a favore dei diritti della comunità Lgbti e per il suo atteggiamento di apertura verso rifugiati e migranti. Il commissario per i diritti umani, Adam Bodnar, è stato preso di mira varie volte durante l’anno dalle autorità e dagli organi d’informazione statali.

A febbraio, la televisione di stato lo ha citato in giudizio pretendendo le sue scuse ufficiali per aver sostenuto che l’emittente aveva usato espressioni d’odio contro il sindaco di Gdańsk. A maggio, il tribunale ha riaffermato il suo diritto di criticare il canale televisivo. Il partito di governo Diritto e giustizia, già autore delle riforme che hanno compromesso l’indipendenza della magistratura e i cui esponenti hanno sempre più spesso pronunciato discorsi retorici contro le minoranze, ha vinto le elezioni parlamentari di ottobre, conservando la maggioranza alla camera bassa (Sejm) ma perdendola a favore dell’opposizione in senato.

Sistema giudiziario

Ad aprile, la Commissione europea (European Commission – Ec) ha aperto una procedura d’infrazione contro la Polonia in merito alla legislazione che ha introdotto sanzioni disciplinari contro i giudici. A ottobre, l’Ec ha concluso che la risposta del governo polacco alle preoccupazioni secondo cui il nuovo regime disciplinare comprometteva l’indipendenza dei giudici era insoddisfacente. Il caso è stato rinviato alla Corte europea di giustizia (European Court of Justice – Ecj).

A giugno, la Ecj ha stabilito che la legge sulla Corte suprema, che mirava a sollevare dall’incarico un terzo dei giudici della corte, violava la legislazione europea.

Già a dicembre 2018 aveva disposto una misura ad interim, ordinando alle autorità polacche di riportare la Corte suprema alla composizione esistente prima dell’entrata in vigore della legge. Sempre a giugno, il parlamento ha approvato un emendamento al codice penale. Tale riforma tra l’altro negava ai prigionieri condannati all’ergastolo il diritto alla libertà condizionale, in violazione degli obblighi internazionali in materia di diritti umani. Dopo che la riforma era stata ampiamente criticata da giuristi esperti in diritto penale, il presidente ha rinviato l’emendamento al giudizio del Tribunale costituzionale, che a fine anno non si era ancora pronunciato.

Il 5 novembre, la Ecj ha giudicato che la legge che ha abbassato l’età per il congedo dei giudici e stabilito un’età per il pensionamento differente per uomini e donne violava la legislazione europea. In un caso giudiziario separato, il 19 novembre, la Ecj ha stabilito che la nuova camera disciplinare della Corte suprema, i cui membri erano eletti dal nuovo Consiglio della magistratura, doveva rispettare i requisiti di indipendenza e imparzialità. La Ecj ha precisato che spettava alla Corte suprema accertare se tale principio fosse stato rispettato.

Il 5 dicembre, la Corte suprema ha stabilito che il nuovo Consiglio nazionale della magistratura era stato eletto con modalità che non ne garantivano l’indipendenza. Il 20 dicembre, la camera bassa del parlamento ha adottato un altro emendamento che minacciava ulteriormente l’indipendenza della magistratura.

La Corte europea per i diritti umani ha rivolto un’interrogazione al governo polacco in merito a due ricorsi presentati da giudici, che avevano rilevato una violazione del loro diritto a un’equa consultazione nel contesto della riforma della magistratura.

Giudici e pubblici ministeri che si erano espressi apertamente in difesa dell’indipendenza della magistratura hanno continuato a incorrere in procedimenti disciplinari politicizzati.

È proseguita per tutto l’anno un’intensa campagna diffamatoria, lanciata attraverso i canali d’informazione di stato e i social network, contro i giudici che si erano schierati in difesa dello stato di diritto.

Ad agosto, notizie di stampa hanno fatto emergere collegamenti tra la campagna che aveva visto attacchi personali contro alcuni giudici e i vertici del ministero della Giustizia. In seguito alle rivelazioni, il viceministro della Giustizia Łukasz Piebiak si è dimesso lo stesso mese.

Libertà di riunione

Decine di manifestanti antigovernativi e antinazionalisti pacifici hanno continuato a incorrere in accuse penali o amministrative.

Nella maggioranza dei casi, i tribunali hanno sostenuto i diritti alla libertà d’espressione e di riunione pacifica. Le corti hanno anche archiviato le imputazioni a carico dei manifestanti che nel 2017, insieme ad altri, avevano scavalcato le transenne usate dalla polizia per impedire loro di avvicinarsi all’area attorno al parlamento. Solo poche persone sono state multate per aver partecipato a proteste, ai sensi della legislazione che dà priorità ai così detti “raduni ciclici”, riguardo ai tentativi di contromanifestazione o altri assembramenti spontanei.

A febbraio, un giudice di Varsavia ha ordinato la riapertura di un’indagine riguardante il caso di 14 donne che avevano denunciato di essere state insultate verbalmente e aggredite fisicamente, dopo avere srotolato uno striscione che riportava la scritta “Fermiamo il fascismo”, durante la marcia organizzata in occasione della Giornata dell’indipendenza, tenutasi a Varsavia a novembre 2017.

Le donne avevano contestato la decisione presa nel 2018 dalla pubblico ministero di archiviare il caso. In un procedimento separato, avevano presentato un ricorso contro le multe che erano state loro imposte dall’autorità giudiziaria per “intralcio a legittimo raduno”.

Il 24 ottobre, un tribunale distrettuale di Varsavia ha annullato tutte le imputazioni a loro carico, affermando che avevano il diritto di protestare pacificamente ed esprimere le loro opinioni contro il fascismo. Il 20 dicembre, per la seconda volta la pubblico ministero ha deciso di chiudere l’inchiesta sulla denuncia delle donne. Proprio come nella decisione del 2018, ha affermato che non c’era alcun “interesse pubblico” a giustificare il procedimento.

Libertà d’espressione

A maggio, l’attivista Elżbieta Podlesna è stata arrestata e detenuta per diverse ore, in quanto sospettata di “avere offeso i sentimenti religiosi”, un’imputazione che comporta pene fino a due anni di carcere, dopo che la polizia aveva trovato copie di poster che ritraevano la Vergine Maria con l’aureola dipinta nei colori della bandiera arcobaleno della comunità Lgbtiq. L’immagine era apparsa il mese prima sui muri della cittadina di Płock. A fine anno il caso era ancora pendente.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Il giornale Gazeta Polska è stato costretto dal tribunale regionale di Varsavia a interrompere la sua campagna di distribuzione di adesivi con la scritta “zona libera da Lgbt”, dopo che uno degli organizzatori della marcia del Pride di Lublin aveva vinto un ricorso giudiziario con la motivazione che gli adesivi erano un affronto alla dignità umana.

Almeno 64 consigli comunali in tutta la Polonia hanno adottato risoluzioni in cui proclamavano la loro opposizione “all’ideologia Lgbt”, in “difesa delle famiglie [o] dei diritti dei cattolici”.

A luglio, in un contesto di dichiarazioni retoriche anti-Lgbti rilasciate da esponenti politici e mezzi d’informazione, nella città di Białystok si è svolto il primo corteo del Pride Lgbti.

Secondo le stime della polizia, le circa 1.000 persone nel corteo sono state attaccate con insulti, lanci di petardi, sampietrini e uova, e in alcuni casi aggressioni fisiche, da almeno 4.000 contromanifestanti. Sono stati sollevati dubbi circa l’adeguatezza delle misure adottate dalla polizia a protezione dei partecipanti e la mancanza di un punto d’accesso sicuro all’inizio della marcia.

Controterrorismo e sicurezza

A maggio, la Corte suprema amministrativa ha archiviato una denuncia depositata dall’Ngo Fondazione Helsinki per i diritti umani, che contestava l’utilizzo di informazioni classificate nei procedimenti di espulsione, anche nei casi riguardanti richiedenti asilo. Secondo il giudizio della corte, le autorità hanno il diritto di rifiutarsi di garantire l’accesso alle informazioni su cui si basa la loro decisione, nel caso che sia a rischio la sicurezza dello stato.

Il caso ha sollevato timori riguardo al diritto a un giusto processo nei casi di espulsione, laddove siano invocate motivazioni legate alla sicurezza nazionale. L’indagine penale relativa alla cooperazione della Polonia con la Cia e al sito di detenzione segreta nel suo territorio era ancora in corso.

Le sentenze della Corte europea dei diritti umani del 2015 nei casi di al-Nashiri e Abu Zubaydah non sono state pienamente implementate. A giugno, la Commissione dei ministri del Consiglio d’Europa ha sottolineato la mancanza di progressi concreti nell’indagine interna su gravi violazioni dei diritti umani, tra cui tortura e detenzione segreta.

Rifugiati e richiedenti asilo

Non sono cessate le preoccupazioni per i respingimenti collettivi di richiedenti asilo al confine con la Bielorussia. A settembre, il Comitato Cerd ha espresso preoccupazione in merito a casi documentati di richiedenti asilo cui era stato rifiutato l’ingresso in Polonia o ad altri in cui la polizia di frontiera aveva negato l’accesso alle procedure d’asilo.

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