Ungheria: le violazioni dei diritti umani accertate nel Rapporto Amnesty

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Ungheria

Capo di stato: János Áder

Capo di governo: Viktor Orbán

Il governo ha aumentato il suo controllo sulla magistratura.

È rimasta in vigore la legislazione che mirava a colpire le Ngo, producendo un effetto paralizzante sulla società civile.

È rimasto fortemente limitato l’accesso nel paese per rifugiati e richiedenti asilo.

Sviluppi legislativi, costituzionali o istituzionali

Il governo ha continuato a dover affrontare resistenze interne al paese e il vaglio della comunità internazionale per la sua progressiva regressione nel rispetto dei diritti umani e per l’inosservanza delle leggi comunitarie.

A gennaio, ci sono state proteste per l’adozione da parte del parlamento a dicembre 2018 di una legislazione che ha consentito ai datori di lavoro di aumentare le ore di straordinario richieste ai dipendenti e di ritardarne potenzialmente fino a tre anni il pagamento. I manifestanti e gli organi di stampa hanno definito la normativa “legge schiavitù”.

A maggio, l’Associazione europea dei giudici e la Commissione europea hanno espresso preoccupazione per il fatto che il principio della separazione dei poteri all’interno dei tribunali ordinari fosse stato indebolito, compromettendo ulteriormente la loro indipendenza.

A giugno, il parlamento ha rinviato a data da definirsi l’introduzione di un nuovo sistema separato di tribunali amministrativi. Sebbene una sentenza della Corte costituzionale avesse stabilito che tale proposta era in linea con la legislazione fondamentale ungherese (costituzione dell’Ungheria), questa ha suscitato aspre critiche, anche da parte della Commissione Venezia del Consiglio d’Europa, per i potenziali rischi di interferenze politiche.

A dicembre, il parlamento ha adottato una “proposta di legge onnicomprensiva”, che tra le varie modifiche permette alle autorità pubbliche di fare ricorso contro le decisioni di tribunali ordinari nei casi politicamente delicati, presentando reclamo alla Corte costituzionale, i cui membri sono nominati dalla maggioranza di governo in parlamento.

A fine anno era ancora pendente la procedura d’infrazione aperta dal Parlamento europeo nel 2018, ai sensi dell’art. 7(1) del Trattato dell’Eu, che invitava il Consiglio d’Europa ad analizzare la presenza in Ungheria di “un evidente rischio di grave violazione dei valori su cui si fonda l’Eu”.

Libertà d’espressione e associazione

Il governo ha continuato ad attaccare e denigrare i difensori dei diritti umani e le organizzazioni della società civile. Sono rimaste in vigore le norme repressive specificatamente rivolte contro le Ngo e gli attivisti che difendono i diritti di rifugiati, migranti e richiedenti asilo, producendo un effetto paralizzante sulla società civile.

A febbraio, la Corte costituzionale ha stabilito che il reato di “favoreggiamento dell’immigrazione irregolare”, introdotto con il cosiddetto pacchetto legislativo “Stop Soros”, non era incostituzionale. A giugno, la Commissione europea ha deferito l’Ungheria alla Corte di giustizia dell’Eu (Court of Justice of the European Union – Cjeu) con la motivazione che la legislazione “Stop Soros” violava una serie di direttive europee.

A fine anno era ancora pendente un’altra azione legale intrapresa contro l’Ungheria, presentata dalla Commissione europea a dicembre 2017 con un ricorso formale presso la Cjeu, contro la norma che stigmatizza le Ngo che ricevono fondi dall’estero.

Il governo ungherese ha continuato a reprimere la libertà accademica. Una nuova normativa introdotta a luglio ha accresciuto l’influenza del governo sugli istituti di ricerca dell’Accademia ungherese delle scienze, suscitando timori per l’indipendenza della ricerca accademica in futuro.

A fine anno era all’esame della Corte costituzionale un ricorso presentato dal presidente dell’Accademia.

In seguito alla creazione a novembre 2018 di un gruppo editoriale allineato con il governo, che controllava circa l’80 per cento del settore dell’informazione basata su fondi pubblici, le opinioni critiche verso il governo hanno trovato uno spazio limitato, poiché gli organi d’informazione statali hanno dato priorità alla copertura di notizie riguardanti personalità e opinioni in linea con il governo, a scapito di quelle dell’opposizione.

Discriminazione – rom

A maggio, il Comitato Cerd ha concluso che la diffusione dei discorsi d’odio razzisti contro rom, migranti, rifugiati, richiedenti asilo e altre minoranze, anche da parte di figure pubbliche di spicco, aveva raggiunto livelli allarmanti. Il Comitato ha anche espresso preoccupazione per l’alta incidenza di crimini d’odio contro i rom, sottolineando che le autorità di pubblica sicurezza hanno omesso di indagare in maniera sufficientemente approfondita questi attacchi o di proteggere adeguatamente le comunità rom. Il Comitato Cerd ha inoltre constatato che nel paese persisteva una sistematica discriminazione contro i rom in molti settori, tra cui assistenza medica, istruzione, alloggi e impiego.

Molti rom hanno continuato ad affrontare situazioni di povertà estrema e a vivere segregati in quartieri dove mancavano infrastrutture e servizi adeguati. Con l’emendamento alla legge sull’istruzione pubblica a luglio, il governo non ha affrontato il problema della segregazione dei bambini rom nell’ambito dell’istruzione, che peraltro continuava ad aumentare. Le procedure d’infrazione aperte dalla Commissione europea nel 2016 relativamente a queste problematiche, a fine anno erano ancora pendenti.

Diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate

Figure politiche, compreso il portavoce del parlamento, e determinate personalità pubbliche, si sono sempre più spesso scagliate contro le persone Lgbti, rilasciando commenti omofobici e discriminatori. A partire da luglio, in molte occasioni gruppi di estrema destra hanno attaccato verbalmente e fisicamente i promotori e i partecipanti agli eventi organizzati nell’ambito del mese del Gay Pride di Budapest e ad altri workshop organizzati da associazioni Lgbti.

Ngo e organi di stampa hanno documentato che in alcuni casi la polizia aveva omesso di fornire un’adeguata protezione contro tali attacchi.

Diritto all’alloggio e sgomberi forzati

Sono proseguiti i tentativi delle autorità di criminalizzare i senzatetto. Pur attirando dure critiche a livello internazionale e all’interno del paese, a giugno una sentenza della Corte costituzionale ha stabilito la costituzionalità delle modifiche apportate nel 2018 alla legge fondamentale ungherese, che avevano reso illegale vivere nei luoghi pubblici. A giugno, il parlamento ha respinto una proposta di legge che avrebbe introdotto l’obbligo per le amministrazioni locali di fornire un’adeguata sistemazione abitativa alternativa alle famiglie con bambini sottoposte a sgombero forzato, nonostante questo sia già un obbligo sancito ai sensi del diritto internazionale.

Diritti delle donne

A seguito della sua visita compiuta nel paese a febbraio, la Commissaria sui diritti umani del Consiglio d’Europa ha concluso che l’Ungheria stava arretrando sull’uguaglianza di genere e sui diritti delle donne, tra l’altro omettendo di pianificare una nuova strategia nazionale sulla parità di genere e introducendo politiche che relegano la donna a un ruolo esclusivamente familiare.

A febbraio 2019, il governo ha varato un piano di incentivi a sostegno delle famiglie. Benché questo comprendesse misure che miravano a conciliare le esigenze di lavoro con la vita familiare e a migliorare il sostegno alle famiglie, sia il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite sulla questione della discriminazione contro le donne sia le associazioni per i diritti delle donne hanno criticato il piano, in quanto appariva piuttosto favorire i genitori con un reddito medio-alto che le famiglie a basso reddito.

Le autorità hanno costantemente fallito nel prevenire e combattere la violenza contro le donne e, nei pochi procedimenti giudiziari contro questi reati, le vittime erano spesso sottoposte a forme di stigmatizzazione e trattate in maniera insensibile dagli agenti di pubblica sicurezza, mentre i giudici tendevano ad addossare la colpa alla vittima e a emettere sentenze fondate sul pregiudizio. Il governo ha continuato a ignorare le pressioni della società civile, che invocava la ratifica da parte dell’Ungheria della Convenzione di Istanbul, definendola un “piagnisteo politico”.

Rifugiati e richiedenti asilo

L’Ungheria ha continuato a limitare pesantemente l’accesso di rifugiati e richiedenti asilo, restringendo la possibilità di ammissione a solo due “zone di transito”, situate al confine con la Serbia. Praticamente tutte le domande d’asilo presentate da coloro che arrivavano da un “paese di transito sicuro”, come la Serbia, ricevevano un regolare rifiuto in base ai nuovi criteri di ammissibilità introdotti nel 2018. I richiedenti asilo che erano in attesa dell’esito della loro domanda sono rimasti detenuti presso le due “zone di transito”, mentre coloro le cui domande erano state respinte e che attendevano pertanto di essere espulsi sono stati tenuti dalle autorità senza cibo.

A fine anno, 27 persone, con l’aiuto del Comitato Helsinki ungherese, hanno cercato di ottenere misure provvisorie per poter ricevere cibo, rivolgendosi alla Corte europea dei diritti umani.

A giugno, la Commissione europea ha aperto una nuova procedure d’infrazione per la mancata fornitura di cibo agli individui che erano in attesa di espulsione, dopo che le loro domande d’asilo erano state respinte.

Diverse organizzazioni hanno espresso preoccupazione per la segnalazione di episodi in cui agenti di pubblica sicurezza avevano fatto ricorso all’uso eccessivo della forza e alla violenza contro richiedenti asilo, rifugiati e migranti, anche bambini, durante i “respingimenti” verso la Serbia, spesso provocando lesioni fisiche e ferite.

Il Comitato Cerd ha espresso profondo allarme rispetto alle segnalazioni secondo le quali il principio sancito dal diritto internazionale di non-refoulement, che proibisce espressamente il respingimento forzato di persone verso un paese in cui rischierebbero di subire persecuzioni e altre gravi violazioni dei diritti umani, non fosse stato pienamente rispettato nella legge e nella prassi.

A novembre, la Grande camera della Corte europea dei diritti umani ha confermato che, nel caso Ilias e Ahmed vs. Ungheria, l’Ungheria non aveva valutato i rischi corsi dai richiedenti asilo espulsi verso la Serbia. La corte non ha tuttavia confermato le sue precedenti conclusioni, secondo le quali il confinamento dei richiedenti asilo nelle zone di transito, senza salvaguardie o decisioni ufficiali, equivaleva a detenzione arbitraria.

Controterrorismo e sicurezza

A settembre, il governo ha prolungato di altri sei mesi lo “stato di crisi causato dall’immigrazione di massa”, in vigore dal 2015, che ha conferito poteri straordinari alla polizia e all’esercito. In seguito alla sua visita a luglio, il Relatore speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani dei migranti ha sollecitato il governo ungherese a “smettere immediatamente di dichiarare di trovarsi di fronte a una ‘situazione di crisi'” e a tutelare i diritti di coloro che chiedevano asilo.

Le autorità hanno installato migliaia di telecamere a circuito chiuso nell’area di Budapest. Queste sono state integrate con sistemi di videosorveglianza privata già esistenti e collegate a un database di proprietà governativa, suscitando preoccupazioni per il diritto alla riservatezza e alla protezione contro la sorveglianza di massa dei cittadini. A dicembre, il parlamento ha adottato una legge che permette alle forze di polizia l’utilizzo di software per il riconoscimento facciale, per accertare l’identità delle persone durante i controlli.

Ahmed H., un cittadino siriano condannato ingiustamente per accuse improprie in materia di terrorismo, è stato rilasciato in libertà condizionale a gennaio e a settembre ha finalmente potuto ricongiungersi con la sua famiglia a Cipro. Aveva scontato tre anni e mezzo in carcere, in seguito a un’azione giudiziaria intentata ai sensi di draconiane leggi antiterrorismo ed era stato oggetto di una campagna denigratoria da parte del governo.

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