Iran: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2016

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Repubblica islamica dell’Iran

Capo di stato: Ayatollah Sayed Ali Khamenei (leader supremo)

Capo di governo: Hassan Rouhani (presidente)

Le autorità hanno duramente represso i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Le forze di sicurezza hanno impiegato in modo illecito la forza letale per sedare le proteste, uccidendo centinaia di manifestanti e arrestandone arbitrariamente altre migliaia.

Le autorità hanno anche detenuto arbitrariamente almeno 200 difensori dei diritti umani, condannandone alcuni a periodi di carcerazione e alla fustigazione.

È stata introdotta una nuova normativa che ha permesso alle donne iraniane sposate con uomini di altra nazionalità di trasmettere la loro cittadinanza ai figli; ciononostante, le donne hanno continuato ad affrontare discriminazioni e le autorità hanno intensificato il giro di vite sulle attiviste per i diritti delle donne, impegnate nella campagna contro la legge che prevede l’obbligatorietà del velo.

Le minoranze etniche e religiose hanno subìto discriminazioni radicate.

Tortura e altri maltrattamenti, compresa la negazione di cure mediche, sono rimasti diffusi e sistematici e coperti dall’impunità.

Sono state eseguite pene crudeli, disumane e degradanti. Ci sono state decine di esecuzioni, anche pubbliche, e tra i condannati messi a morte molti erano minori di 18 anni all’epoca del reato.

I procedimenti giudiziari sono stati caratterizzati da sistematiche violazioni del diritto a un processo equo.

Le autorità hanno continuato a rendersi responsabili del crimine contro l’umanità di sparizione forzata, non rilevando il destino o il luogo di sepoltura di diverse migliaia di dissidenti politici, le cui esecuzioni extragiudiziali erano avvenute in segreto nel corso degli anni Ottanta.

Contesto

Milioni di persone sono state colpite da alluvioni improvvise verificatesi a marzo e aprile, che hanno causato almeno 77 morti e migliaia di sfollati, secondo i dati ufficiali. Le autorità sono state criticate per non avere stanziato risorse adeguate per i soccorsi e la ricostruzione.

Le sanzioni imposte dagli Usa hanno continuato ad avere un impatto negativo sull’economia iraniana, con conseguenze deleterie sul godimento dei diritti economici, sociali e culturali della popolazione.

L’Iran ha fornito supporto militare alle forze governative e ai gruppi armati impegnati nei conflitti armati in Siria e Iraq.

L’Iran è rimasto chiuso agli osservatori indipendenti sui diritti umani. Amnesty International e numerosi organismi per i diritti umani delle Nazioni Unite, tra cui il Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran, il cui mandato è stato rinnovato a marzo dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, non hanno potuto visitare il paese.

Libertà d’espressione, associazione e riunione

Le autorità hanno represso duramente i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Le forze di sicurezza hanno impiegato forza non necessaria o eccessiva per disperdere proteste e hanno arbitrariamente detenuto manifestanti pacifici.

A novembre, le forze di sicurezza hanno represso una serie di proteste tenutesi in tutta la nazione, uccidendo oltre 300 persone, compresi bambini, secondo dati forniti da fonti attendibili; in molti casi, le vittime erano morte per ferite d’arma da fuoco a organi vitali. Migliaia di manifestanti sono stati arrestati arbitrariamente. Molti sono stati sottoposti a sparizione forzata e a tortura o altri maltrattamenti, compresi pugni, calci, frustate e percosse.

Le autorità hanno implementato un pressoché totale blocco di Internet durante le proteste, per impedire alle persone di condividere le immagini e i video che mostravano la forza letale utilizzata dalle forze di sicurezza.

Altre centinaia di persone sono state arrestate arbitrariamente, di solito per accuse pretestuose legate alla sicurezza nazionale. Tra queste almeno 240 erano difensori dei diritti umani, compresi avvocati, attivisti sindacali, ambientalisti, attivisti impegnati nella difesa dei diritti delle minoranze, delle donne e contro la pena di morte e coloro che cercavano di ottenere verità, giustizia e riparazione per le esecuzioni extragiudiziali di massa e le sparizioni forzate verificatesi nel corso degli anni Ottanta.

Diversi familiari di difensori dei diritti umani sono stati sottoposti a interrogatori e ad altre forme di vessazione.

Tra le persone arrestate arbitrariamente c’erano anche operatori dell’informazione e dissidenti politici.

I gruppi per i diritti umani e quelli indipendenti della società civile sono rimasti vietati.

È proseguita la censura su tutti gli organi d’informazione e il blocco dei canali televisivi satellitari esteri.

Le autorità hanno anche continuato a compiere irruzioni durante feste private a cui partecipavano sia uomini che donne, arrestando e perseguendo penalmente decine di uomini e donne per avere violato la “pubblica decenza”. Le sentenze prevedevano anche la fustigazione. Facebook, Telegram, Twitter e YouTube sono rimasti bloccati. Le autorità hanno convocato utenti di Instagram con molti follower, come modelli, musicisti e danzatori, per interrogarli; in alcuni casi li hanno arrestati e hanno preso il controllo dei loro account. Ad aprile, il procuratore generale dell’Iran ha annunciato che la pubblicazione di notizie false riguardanti le alluvioni era considerata una questione di sicurezza nazionale. Successivamente, la polizia informatica iraniana ha annunciato l’arresto di 24 utenti di social network nella provincia del Khuzestan, per “divulgazione di notizie distorte e dicerie” e “disturbo dell’opinione pubblica” in relazione alle alluvioni.

Avvocati per i diritti umani

Le autorità hanno attuato un giro di vite sugli avvocati per i diritti umani, avviando in alcuni casi azioni giudiziarie solo per il loro pacifico lavoro di tutela dei diritti umani, come ad esempio avere assunto la difesa di clienti che dovevano rispondere di accuse pretestuose legate alla sicurezza nazionale. A marzo, Nasrin Sotoudeh è stata condannata a 33 anni e sei mesi di carcere e a 148 frustate. Doveva scontare obbligatoriamente 12 anni di carcere di questa sentenza, più altri cinque anni cui era stata condannata in un caso giudiziario separato.

A giugno, l’avvocato Amirsalar Davoudi è stato condannato a 29 anni e tre mesi di carcere, con l’obbligo di scontarne 15, e a 111 frustate.

Lavoratori e attivisti sindacali

Migliaia di lavoratori hanno partecipato a manifestazioni pacifiche e scioperi, che si sono svolti durante tutto l’anno per protestare contro il mancato pagamento dei salari e delle pensioni, le pessime condizioni di lavoro e gli standard di vita, la privatizzazione delle aziende pubbliche, che aveva determinato condizioni di impiego al di sotto degli standard, e altre rimostranze.

Le autorità hanno arrestato decine di lavoratori in protesta accusandoli di crimini contro la sicurezza nazionale e condannandone almeno una ventina a periodi di detenzione e alla fustigazione. In occasione della Giornata internazionale dei lavoratori, le forze di sicurezza sono ricorse a un uso non necessario della forza per disperdere una manifestazione pacifica a Teheran, picchiando e arrestando arbitrariamente decine di lavoratori. Tra i fermati c’erano le attiviste sindacali Atefeh Rangiz e Neda Naji, condannate rispettivamente a cinque anni e a cinque anni e mezzo di carcere per avere partecipato alla protesta.

A settembre, due attivisti sindacali incarcerati, Sepideh Gholian ed Esmail Bakhshi, sono stati rispettivamente condannati a 18 anni di carcere la prima e a 13 anni e mezzo e a 74 frustate il secondo, per avere partecipato alle proteste pacifiche per il mancato pagamento dei salari dei dipendenti della Haft Tappeh, una compagnia produttrice di canna da zucchero nella provincia del Khuzestan, e per avere pubblicamente dichiarato di essere stati torturati in detenzione.

La televisione di stato aveva mandato in onda le loro “confessioni” forzate alcuni mesi prima dell’apertura del processo a loro carico. A dicembre, la sentenza di Sepideh Gholian è stata ridotta a cinque anni di reclusione e quella di Esmail Bakhshi a cinque anni e 74 frustate. Il governo ha continuato a vietare i sindacati indipendenti.

Ambientalisti

Decine di attivisti impegnati nella difesa dell’ambiente sono stati arrestati. Otto ambientalisti sono stati condannati a pene variabili da quattro a 10 anni di carcere, in relazione alle loro attività di conservazione dell’ambiente, anche solo per avere svolto una ricerca sulla fauna selvatica a rischio d’estinzione in Iran. Sono stati giudicati colpevoli di accuse come “cooperazione con stati ostili alla Repubblica islamica”.

Operatori dell’informazione

Molti giornalisti sono stati perseguiti e condannati a pene detentive e/o alla fustigazione in relazione al loro lavoro. A giugno, il giornalista Masoud Kazemi ha ricevuto una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione e alla sospensione dall’attività giornalistica per due anni, in relazione ad alcuni post pubblicati sui social network in cui accusava di corruzione il governo.

A maggio, la giornalista Marzieh Amiri è stata arrestata mentre copriva la protesta in occasione della Giornata internazionale dei lavoratori. Ad agosto, è stata giudicata colpevole di accuse come “diffusione di propaganda contro il sistema” e condannata a 10 anni e sei mesi in carcere e a 148 frustate, pena successivamente ridotta in appello a cinque anni di reclusione.

A ottobre, i guardiani della rivoluzione hanno annunciato di avere arrestato Rouhollah Zam, direttore di AmadNews, un canale molto popolare in Iran, collegato a un’applicazione di messaggistica, che le autorità accusavano di avere fomentato le proteste tenutesi tra dicembre 2017 e gennaio 2018. La televisione di stato iraniana ha mandato in onda la sua “confessione” in un video di propaganda pochi giorni dopo il suo arresto.

Dissidenti politici

Le autorità hanno arrestato almeno 16 persone firmatarie di una lettera aperta pubblicata a luglio, con cui invocavano riforme fondamentali del sistema politico del paese; alcune dovevano rispondere dell’accusa di “avere insultato il leader supremo”. I dissidenti politici Mehdi Karroubi, Mir Hossein Mousavi e Zahra Rahnavard sono rimasti agli arresti domiciliari senza accusa né processo.

Diritti delle donne

A maggio, il parlamento ha approvato un progetto di legge che avrebbe emendato il codice civile per permettere alle donne iraniane sposate con un cittadino straniero di trasmettere la loro nazionalità ai figli. La nuova legge è entrata in vigore dopo la ratifica da parte del Consiglio dei guardiani a ottobre.

Tuttavia, mentre ai figli di uomini iraniani viene automaticamente accordata la cittadinanza iraniana, la nuova legge prevede che le donne presentino domanda formale affinché i loro figli ottengano la cittadinanza e in ogni caso questi devono sottoporsi a un controllo di sicurezza da parte del ministero dell’Intelligence prima della concessione della cittadinanza.

In generale, le donne hanno continuato ad affrontare una radicata discriminazione sia nell’ambito del diritto di famiglia sia del codice penale, in relazione a questioni come matrimonio, divorzio, impiego, eredità e assunzione di cariche politiche.

Le autorità non hanno provveduto a inserire nel codice penale il reato di violenza contro donne e ragazze per motivi di genere, compresa la violenza domestica e i matrimoni precoci e forzati, che sono rimasti una pratica diffusa.

La magistratura ha indebolito un progetto di legge lungamente atteso per proteggere le donne contro la violenza, che a settembre è stato rivisto e mandato alla commissione affari legislativi del governo per un ulteriore riesame.

Le autorità hanno intensificato il loro giro di vite nei confronti di attiviste per i diritti delle donne impegnate in campagne contro la legge discriminatoria che prevedeva l’obbligatorietà del velo, condannandone alcune a pene detentive e alla fustigazione per accuse come “promozione e favoreggiamento della corruzione e della prostituzione” e per avere incoraggiato lo “svelamento” [rimozione del velo]. A luglio, Yasaman Aryani e Monireh Arabshahi sono state condannate a 16 anni di carcere e Mojgan Keshavarz a 23 anni e mezzo. Tutte e tre avevano l’obbligo di scontare 10 anni. A settembre, le autorità hanno arrestato tre familiari di Masih Alinejad, nota giornalista e attivista iraniana residente negli Usa, a causa del suo attivismo contro l’obbligatorietà del velo.

Ad aprile, le autorità di polizia hanno inviato un messaggio telefonico alle donne accusate di aver tolto l’hijab mentre erano alla guida di un veicolo, convocandole per ritirare un avviso ufficiale secondo il quale le loro auto sarebbero state sequestrate se lo avessero fatto nuovamente.

Le autorità hanno continuato a imporre alle donne il divieto discriminatorio di entrare negli stadi di calcio per assistere a partite tra squadre iraniane e ad arrestare quelle che osavano sfidare il divieto con accuse di rilevanza penale. A ottobre, hanno permesso a 3.500 donne di assistere all’incontro di qualificazione per la Coppa del mondo di calcio, nello stadio nazionale. Il permesso faceva seguito alla morte di Sahar Khodayari, che si era data fuoco davanti un tribunale dove era stata processata per avere cercato di entrare in uno stadio.

Discriminazione contro le minoranze etniche

Le minoranze etniche iraniane, come arabi ahwazi, azeri turchi, baluci, curdi e turkmeni, hanno continuato a subire una radicata discriminazione, che ha limitato il loro accesso all’istruzione, all’impiego e a un alloggio adeguato.

Il degrado economico nelle regioni del paese popolate prevalentemente da minoranze ha aggravato situazioni di povertà ed emarginazione. La lingua persiana è rimasta l’unica utilizzata per l’istruzione nella scuola primaria e secondaria. I membri di minoranze che avevano denunciato apertamente le violazioni dei loro diritti sono stati soggetti ad arresti arbitrari, tortura e altri maltrattamenti, procedimenti giudiziari iniqui e a periodi di reclusione.

Le agenzie d’intelligence e di sicurezza hanno frequentemente accusato attivisti per i diritti delle minoranze di sostenere “correnti separatiste”, che minacciavano l’integrità territoriale dell’Iran. Abbas Lesani, attivista per i diritti della minoranza azera turca, è stato condannato a 15 anni di carcere a ottobre per accuse come “diffusione di propaganda contraria al sistema”, in relazione al suo impegno a favore dei diritti degli azeri turchi. Aveva l’obbligo di scontare almeno 10 anni. Le autorità avrebbero arrestato arbitrariamente decine di soccorritori volontari arabi ahwazi che erano intervenuti in aiuto delle popolazioni di Ahvaz, vittime delle alluvioni, solo per aver partecipato ai soccorsi. Le autorità si sono servite delle proteste di novembre come pretesto per prendere di mira minoranze etniche e arrestare arbitrariamente decine di arabi ahwazi, azeri turchi, baluci e curdi, compresi attivisti per i diritti delle minoranze.

Libertà di religione e di culto

La libertà di religione e culto è stata sistematicamente violata, nella legge e nella prassi. Le autorità hanno continuato a imporre a persone di ogni fede e atei codici di comportamento pubblico dettati da una rigida interpretazione dell’Islam sciita.

Soltanto i musulmani sciiti potevano ricoprire cariche politiche di rilievo. Il diritto di cambiare o abiurare la propria fede è stato costantemente violato. Coloro che si professavano atei sono rimasti a rischio di arresti arbitrari, tortura e condanne a morte per “apostasia”. I membri della minoranza baha’i sono rimasti nel mirino di attacchi diffusi e sistematici, come arresti arbitrari e carcerazioni, chiusura forzata delle loro attività commerciali, confisca dei beni e divieto di assunzione nel settore pubblico. A decine di studenti baha’i sono stati preclusi gli studi universitari, espulsi dagli atenei per avere praticato pacificamente la loro fede.

I membri di altre minoranze religiose non riconosciute dalla costituzione come il culto di Yaresan (Ahl-e Haq) ed Erfan-e Halgheh sono stati perseguiti per avere praticato la loro fede e hanno subìto discriminazioni sistematiche.

Decine di dervisci gonabadi sono rimasti in carcere per accuse come “associazione e cospirazione finalizzate a compiere crimini contro la sicurezza nazionale”, in relazione a una protesta pacifica che era stata repressa violentemente dalle autorità nel 2018. Decine di cristiani, anche convertiti, sono incorsi in vessazioni, arresti arbitrari e periodi di carcerazione per avere praticato la loro fede. Sono inoltre continuate le irruzioni nelle chiese all’interno di abitazioni private.

Tortura e altri maltrattamenti

Tortura e altri maltrattamenti, inclusi prolungati periodi di isolamento, sono rimasti diffusi e sistematici, specialmente durante gli interrogatori. Le autorità hanno costantemente omesso di indagare sulle accuse di tortura e di chiamare i responsabili a risponderne. La tortura potrebbe aver causato il decesso in custodia di molti detenuti o avervi contribuito.

A settembre, la famiglia di Javad Khosravanian è stata informata che il loro congiunto era deceduto in custodia dopo il suo arresto avvenuto diversi giorni prima a Khorrambid, una località nella provincia di Fars. Stando alle notizie, prima dell’arresto stava bene ed era in buona salute. Il capo del dipartimento di giustizia della provincia ha ordinato un’indagine sulla sua morte.

Secondo le segnalazioni ricevute, diverse persone sono decedute in custodia dopo il loro arresto durante le proteste di novembre. Le autorità hanno deliberatamente negato ai prigionieri di coscienza cure mediche adeguate, spesso come forma di punizione. Il difensore dei diritti umani Arash Sadeghi ha continuato a essere torturato mediante il costante diniego di cure mediche per il cancro. Con nuova misura punitiva, le autorità hanno costretto i prigionieri di coscienza del carcere di Evin, a Teheran, a pagare somme di denaro per ottenere cure mediche al di fuori del carcere e hanno imposto rigide limitazioni al diritto dei prigionieri di ricevere visite dai loro familiari.

Le condizioni in molte strutture di reclusione sono rimaste crudeli e disumane, con sovraffollamento, acqua calda razionata, cibo inadeguato, letti insufficienti, scarsa ventilazione e infestazioni d’insetti. Il codice penale islamico continuava a prevedere l’imposizione di pene giudiziarie che costituivano tortura, come fustigazione, accecamento e amputazione.

Decine di persone sono state condannate alla fustigazione per furto e aggressione, oltre che per atti che, secondo il diritto internazionale, non costituiscono un reato, come manifestare pacificamente, avere relazioni extraconiugali, partecipare a feste miste con uomini e donne e bere alcoolici. A luglio, il cantante curdo Peyman Mirzazadeh ha ricevuto 100 frustate, dopo essere stato condannato per accuse come “aver bevuto alcool”. A ottobre, a un uomo è stata amputata una mano per furto in un carcere di Sari, nella provincia di Mazandaran.

Pena di morte

Le autorità hanno effettuato decine di esecuzioni, in alcuni casi pubbliche, di persone condannate al termine di processi iniqui. Tra queste c’erano diversi prigionieri minori di 18 anni all’epoca del reato. La pena capitale è stata mantenuta per comportamenti protetti dalle norme internazionali sui diritti umani, come alcuni comportamenti sessuali consenzienti tra persone dello stesso sesso e relazioni sessuali extraconiugali, oltre che per reati dalla formulazione vaga come “aver insultato il Profeta”, “inimicizia contro Dio” e “aver diffuso la corruzione sulla terra”. Il codice penale islamico ha continuato a prevedere la lapidazione come metodo di esecuzione.

Processi iniqui

Le violazioni del diritto a un processo equo sono state sistematiche. Le “confessioni” forzate ottenute sotto tortura e altri maltrattamenti sono state trasmesse dalla televisione di stato e usate in tribunale per emettere condanne.

Ad agosto, l’ex prigioniero Mazyar Ebrahimi ha affermato che le autorità del ministero dell’Intelligence lo avevano arrestato assieme ad altri nel 2012, in relazione all’uccisione di diversi scienziati nucleari, e che li avevano ripetutamente torturati per estorcere loro “confessioni”, poi trasmesse alla televisione di stato. Successivamente, il parlamentare Mahmoud Sadeghi ha presentato un progetto di legge per criminalizzare la ripresa e la diffusione di confessioni forzate, ma è poco probabile che la bozza diventi legge.

A novembre, gli organi d’informazione di stato hanno diffuso le “confessioni” forzate di manifestanti arrestati durante le proteste che si erano tenute lo stesso mese in tutto il paese. Agli imputati processati da tribunali specializzati in casi di corruzione finanziaria è stato negato il diritto di presentare ricorso contro condanne alla reclusione e sono stati concessi loro soltanto 10 giorni di tempo per appellarsi contro le condanne a morte.

A luglio, la magistratura ha annunciato che, dal loro insediamento a metà 2018, questi tribunali avevano emesso 978 verdetti, comprese nove condanne a morte e 161 alla fustigazione. Le autorità hanno continuato a negare agli individui che dovevano rispondere di determinate imputazioni, come ad esempio reati legati alla sicurezza nazionale, il diritto di essere rappresentati da avvocati indipendenti durante la fase investigativa. Ad alcuni imputati è stato negato il diritto di essere assistiti dal loro avvocato perfino durante il processo.

Continui crimini contro l’umanità

Le autorità hanno continuato a rendersi responsabili del crimine contro l’umanità di sparizione forzata, non rivelando in modo sistematico il destino o il luogo di sepoltura di diverse migliaia di dissidenti politici che furono vittime di sparizione forzata in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali di massa, avvenuta in segreto tra luglio e settembre del 1988.

La continua sofferenza inflitta alle famiglie delle vittime ha violato il divieto assoluto di tortura e altri maltrattamenti. Molti dei funzionari sospettati di essere coinvolti nelle sparizioni forzate e nelle esecuzioni extragiudiziali di massa del 1988, tra cui individui collegati alle “commissioni della morte”, hanno continuato a ricoprire posizioni di potere5. Alireza Avaei è rimasto ministro della Giustizia dell’Iran; a marzo, Ebrahim Raisi è stato nominato capo della magistratura; e, a luglio, Mostafa Pour Mohammadi, consigliere del capo della magistratura dell’Iran ed ex ministro della Giustizia, ha minacciato azioni giudiziarie contro persone che cercavano di ottenere verità e giustizia, con accuse di “terrorismo” e “collusione” con i nemici dell’Iran.

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