Iran: le violazioni dei diritti umani accertate nel 2020

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REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN

Capo di stato: Ali Khamenei (leader supremo)

Capo di governo: Hassan Rouhani (presidente)

Le autorità hanno represso duramente i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione. Le forze di sicurezza hanno fatto uso illegale della forza per reprimere le proteste. Le autorità hanno continuato a detenere arbitrariamente centinaia di manifestanti, dissidenti e difensori dei diritti umani e ne hanno condannati molti alla reclusione e alla fustigazione. Le donne, così come le minoranze etniche e religiose, hanno subìto una discriminazione radicata e violenza. Sparizioni forzate, torture e altri maltrattamenti, commessi nell’impunità, sono stati diffusi e sistemici. Sono state imposte punizioni corporali giudiziarie equivalenti alla tortura, tra cui fustigazioni e amputazioni. I diritti al giusto processo sono stati regolarmente violati. La pena di morte è stata usata come arma di repressione politica. Sono state effettuate esecuzioni, una in pubblico e altre in segreto. Tra le persone messe a morte c’erano condannati di età inferiore ai 18 anni al momento del reato. Le autorità hanno continuato a commettere crimini contro l’umanità, nascondendo sistematicamente il destino e il luogo in cui si trovavano diverse migliaia di dissidenti politici vittime di sparizioni forzate ed esecuzioni extragiudiziali segrete, risalenti al 1988. Sono proseguite le distruzioni di fosse comuni che si riteneva contenessero i loro resti.

 

CONTESTO

L’8 gennaio, tra le crescenti tensioni in seguito a un attacco di droni statunitensi in Iraq che ha ucciso il loro comandante Qasem Soleimani, le guardie rivoluzionarie hanno lanciato missili contro un aereo passeggeri ucraino nello spazio aereo iraniano, uccidendo tutte le 176 persone a bordo. Dopo un iniziale insabbiamento, le autorità iraniane hanno dato la colpa a un “errore umano”.

L’Iran ha continuato a fornire sostegno militare alle forze governative nel conflitto armato in Siria.

Il sistema sanitario è stato travolto dalla pandemia da Covid-19; almeno 300 operatori sanitari sarebbero morti a causa della malattia.

Le sanzioni imposte dagli Stati Uniti hanno continuato ad avere un impatto negativo sull’economia, con conseguenze sul godimento dei diritti economici, sociali e culturali.

A marzo, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha rinnovato il mandato del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran. Le autorità non hanno concesso l’ingresso nel paese né a lui, né ad altri esperti delle Nazioni Unite od osservatori indipendenti dei diritti umani.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE, ASSOCIAZIONE E RIUNIONE

Le autorità hanno represso duramente i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione.

Il ministero dell’Interno e gli organi di sicurezza e d’intelligence hanno continuato a vietare partiti politici indipendenti e gruppi per i diritti umani o della società civile. È proseguita la censura dei media e il disturbo con interferenze dei canali televisivi satellitari stranieri. Facebook, Telegram, Twitter e YouTube sono rimasti bloccati.

Centinaia di persone sono rimaste detenute arbitrariamente per aver esercitato pacificamente i loro diritti umani. Tra questi c’erano manifestanti, giornalisti, operatori dei media, dissidenti politici, artisti, scrittori e difensori dei diritti umani, inclusi avvocati, difensori dei diritti delle donne, attivisti per i diritti del lavoro e per i diritti delle minoranze, ambientalisti, attivisti contro la pena di morte e coloro che chiedevano verità, giustizia e riparazione per le esecuzioni extragiudiziali di massa degli anni Ottanta. Centinaia di prigionieri di coscienza sono stati esclusi dalla grazia e dalle liberazioni temporanee. I dissidenti politici Mehdi Karroubi, Mir Hossein Mousavi e Zahra Rahnavard sono rimasti agli arresti domiciliari arbitrari senza accusa né processo.

Durante tutto l’anno, le autorità hanno illegalmente chiuso le attività o congelato i conti bancari o i beni di numerosi giornalisti che lavoravano con organi di stampa indipendenti fuori dall’Iran, dei difensori dei diritti umani e delle loro famiglie. Hanno anche sottoposto bambini, genitori anziani e altri membri delle famiglie di manifestanti, giornalisti e difensori dei diritti umani a intimidazioni, interrogatori o arresti arbitrari e detenzioni, per rappresaglia per il lavoro giornalistico o sui diritti umani dei loro parenti o per la loro partecipazione alle proteste.

A gennaio, le forze di sicurezza hanno fatto uso illegale della forza, compreso il lancio di pallini appuntiti da fucili ad aria compressa, proiettili di gomma e gas lacrimogeni e l’uso di spray al peperoncino, per disperdere manifestanti pacifici che chiedevano giustizia per le vittime dell’incidente all’aereo ucraino. Hanno anche preso a calci, pugni e picchiato i manifestanti ed eseguito molti arresti arbitrari.

A gennaio e febbraio, per reprimere la cronaca indipendente in vista delle elezioni parlamentari, le autorità hanno preso di mira i giornalisti con arresti e detenzioni arbitrari, perquisizioni domiciliari e interrogatori.

Le autorità hanno adottato misure per interrompere le informazioni indipendenti sul Covid-19 e mettere a tacere le critiche sulla loro gestione della pandemia. Il ministero della Cultura e della guida islamica ha ordinato alla stampa e ai giornalisti di utilizzare solo fonti e statistiche ufficiali nei loro rapporti. La polizia informatica ha istituito una task force speciale per contrastare le “dicerie informatiche” e le “fake news” relative al Covid-19 sui social media; molti giornalisti, utenti di social media, operatori sanitari e altri sono stati arrestati, convocati per essere interrogati o hanno ricevuto avvertimenti. Ad aprile, Rahim Yousefpour, un medico di Saqqez, nella provincia del Kurdistan, è stato accusato di “diffusione di propaganda contro il sistema” e “disturbo dell’opinione pubblica”, per i suoi post su Instagram relativi al Covid-19.

 

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

La tortura e altri maltrattamenti sono rimasti diffusi e sistematici, soprattutto durante gli interrogatori.

La polizia, l’intelligence, le forze di sicurezza e gli agenti carcerari hanno sottoposto i detenuti a prolungato isolamento, percosse, fustigazioni, posizioni di stress, somministrazione forzata di sostanze chimiche e scosse elettriche. Le autorità penitenziarie e giudiziarie hanno anche deliberatamente negato un’adeguata assistenza sanitaria ai prigionieri di coscienza e ad altri prigionieri detenuti per motivi politici.

Il codice penale ha continuato a prevedere punizioni corporali equivalenti alla tortura, tra cui fustigazione, accecamento, amputazione, crocifissione e lapidazione.

Secondo il Centro Abdorrahman Boroumand, almeno 160 persone sono state condannate alla fustigazione per furto e aggressione, nonché per atti protetti dal diritto internazionale sui diritti umani, come la partecipazione a proteste pacifiche, il coinvolgimento in relazioni extraconiugali od omosessuali consensuali e la partecipazione a feste di genere misto. In molti casi le sentenze di fustigazione sono state eseguite.

In un solo carcere a Urumieh, nella provincia dell’Azerbaigian occidentale, almeno sei persone erano a rischio di amputazione.

Diversi uomini sono morti in custodia in circostanze sospette, con prove fotografiche e video che indicavano che almeno due di loro erano stati torturati prima del decesso, incluso un detenuto minorenne morto ad aprile.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

Detenuti
Le condizioni in molte carceri e strutture di detenzione sono rimaste crudeli e disumane. I detenuti hanno sofferto per il sovraffollamento, l’acqua calda limitata, condizioni anti-igieniche, cibo e acqua potabile inadeguati, letti e bagni insufficienti, scarsa ventilazione e infestazioni di insetti, che li hanno esposti a un rischio maggiore di contagio da Covid-19.

Tra febbraio e maggio, in risposta al Covid-19, le autorità hanno rilasciato temporaneamente circa 128.000 prigionieri e ne hanno graziati altri 10.000. Lettere ufficiali trapelate a luglio hanno rivelato che il ministero della Salute aveva ignorato le ripetute richieste di risorse aggiuntive da parte dell’organizzazione delle carceri, tra cui prodotti disinfettanti e attrezzature mediche e protettive. Alcuni detenuti si sono lamentati dell’uso improprio della candeggina da parte delle autorità per disinfettare le superfici, che ha aggravato la scarsa qualità dell’aria e provocato forte tosse, senso di costrizione toracica e attacchi di asma.

A marzo e aprile, i detenuti di tutto il paese hanno intrapreso scioperi della fame, proteste e rivolte contro l’incapacità delle autorità di proteggerli dal Covid-19. Le autorità hanno risposto con l’uso illegale della forza, ricorrendo a percosse e sparando munizioni vere, pallini di metallo e gas lacrimogeni per reprimere le proteste. Il 31 marzo, nel carcere di Sheiban ad Ahvaz, nella provincia del Khuzestan, a causa di questi metodi, diversi detenuti arabi ahwazi sono stati uccisi e molti altri sono rimasti feriti.

 

SPARIZIONI FORZATE

Le autorità hanno sottoposto molti detenuti, compresi i prigionieri di coscienza, a sparizioni forzate, trattenendoli in luoghi sconosciuti e nascondendo il loro destino e la loro ubicazione alle famiglie. Le autorità hanno continuato a uccidere in segreto membri di minoranze etniche nel braccio della morte e a nascondere l’ubicazione dei loro corpi, facendo così subire alle famiglie il peso continuo della sparizione forzata.

Diversi prigionieri arabi ahwazi sono rimasti vittime di sparizione forzata.

Le autorità hanno continuato a commettere il crimine contro l’umanità di sparizione forzata nascondendo sistematicamente il destino e l’ubicazione di diverse migliaia di dissidenti politici, che erano stati vittime di sparizione forzata ed esecuzione extragiudiziale commessa in segreto nel 1988 e distruggendo fosse comuni non contrassegnate che si riteneva contenessero i loro resti.

Le forze di sicurezza e d’intelligence hanno minacciato di arrestare le famiglie delle vittime se cercavano informazioni sui loro cari, li commemoravano o ne parlavano apertamente.

 

PROCESSI INIQUI

L’equità processuale è stata sistematicamente violata nel sistema di giustizia penale.

Le autorità hanno continuato a negare sistematicamente l’accesso a un avvocato nella fase delle indagini alle persone accusate di reati legati alla sicurezza nazionale. In alcuni casi, l’accesso è stato persino negato durante il processo. Alcuni imputati sono stati processati in absentia, perché le autorità non hanno comunicato loro le date del processo o non li hanno trasferiti dal carcere al tribunale.

Molti processi si sono svolti a porte chiuse. I giudici della Corte rivoluzionaria hanno mostrato ostilità nei confronti degli imputati durante i procedimenti giudiziari e hanno trattato le accuse degli organi d’intelligence e di sicurezza come fatti prestabiliti.

Le “confessioni” forzate ottenute sotto tortura e altri maltrattamenti sono state trasmesse dalla televisione di stato prima dei processi e sono state costantemente utilizzate come prove dai tribunali per emettere condanne, anche quando gli imputati le hanno ritrattate.

Condanne e sentenze sono state spesso confermate in appello senza che si tenessero udienze. I tribunali si sono spesso rifiutati di fornire una copia delle sentenze scritte ai condannati per accuse di sicurezza nazionale.

 

DISCRIMINAZIONE E VIOLENZA CONTRO DONNE E RAGAZZE

Le donne hanno continuato a subire discriminazioni radicate nella legge, anche in relazione a matrimonio, divorzio, impiego, eredità e cariche politiche.

La polizia “morale” e i vigilantes, che applicano le leggi discriminatorie e degradanti del paese sul velo forzato, hanno continuato a sottoporre milioni di donne e ragazze a molestie quotidiane e ad aggressioni violente equivalenti a torture e altri maltrattamenti. Diversi difensori dei diritti delle donne sono rimasti in carcere per aver condotto campagne contro il velo forzato.

Le autorità non hanno criminalizzato la violenza domestica, lo stupro coniugale, il matrimonio precoce e forzato e altre violenze di genere contro donne e ragazze, che rimanevano diffuse.

L’età legale del matrimonio per le ragazze è rimasta a 13 anni e padri e nonni potevano ottenere il permesso dai tribunali affinché le figlie si sposassero ancora prima. Secondo dati ufficiali, ogni anno si sposano circa 30.000 ragazze di età inferiore ai 14 anni.

Le autorità non sono riuscite a prendere provvedimenti per porre fine all’impunità per gli uomini che uccidevano le loro mogli o figlie e per garantire una responsabilità proporzionata alla gravità di questi crimini.

A giugno, il consiglio dei guardiani ha approvato una nuova legge per la protezione dell’infanzia che non conteneva però tutele contro i cosiddetti “delitti d’onore”, i matrimoni precoci e gli stupri coniugali.

Il governo ha proseguito la revisione del disegno di legge, rimasto a lungo in sospeso, volto a proteggere le donne dalla violenza. Il ritardo è stato attribuito alle modifiche apportate dalla magistratura durante la revisione, che hanno notevolmente indebolito le tutele.

 

DISCRIMINAZIONE

Minoranze etniche

Le minoranze etniche, tra cui arabi ahwazi, turchi azeri, baluci, curdi e turkmeni, hanno subìto una radicata discriminazione, che ha limitato il loro accesso all’istruzione, al lavoro, a un alloggio adeguato e agli incarichi politici. Gli investimenti insufficienti nelle regioni popolate da minoranze hanno aggravato la povertà e l’emarginazione. Nonostante i ripetuti appelli alla diversità linguistica, il persiano è rimasto l’unica lingua d’insegnamento nell’istruzione primaria e secondaria.

Esponenti delle minoranze che si sono espressi contro le violazioni o hanno chiesto un certo grado di autogoverno regionale sono stati sottoposti a detenzione arbitraria, tortura e altri maltrattamenti. Le autorità hanno criminalizzato la difesa pacifica del separatismo o del federalismo e hanno accusato gli attivisti per i diritti delle minoranze di minacciare l’integrità territoriale dell’Iran.

Diversi attivisti turchi azeri sono stati condannati alla reclusione e alla fustigazione in relazione alle proteste del novembre 2019 e all’attivismo pacifico per conto della minoranza turca azera; due di loro hanno subìto la fustigazione.

Gli arabi ahwazi hanno riferito che le autorità hanno limitato le espressioni della cultura araba, compresi l’abbigliamento e la poesia.

Le guardie di confine iraniane hanno continuato a ricorrere all’uso illecito delle armi da fuoco contro decine di kulbar curdi disarmati, che lavoravano in condizioni crudeli e disumane come portatori di frontiera tra le regioni del Kurdistan dell’Iran e dell’Iraq, uccidendone almeno 40 e ferendone decine di altri, secondo i dati delle organizzazioni per i diritti umani curde.

A molti abitanti dei villaggi baluci nella provincia impoverita del Sistan e Belucistan è stato negato il diritto ad avere acqua sufficiente, fisicamente accessibile e sicura, a causa delle infrastrutture particolarmente carenti. Sono stati costretti a fare affidamento su fonti d’acqua non sicure come fiumi, pozzi, stagni e pozze d’acqua infestate da coccodrilli, per bere e per uso domestico. Diverse persone, compresi bambini, sono annegate mentre andavano a prendere l’acqua, come accaduto a una bambina di otto anni del villaggio di Jakigoor dove, ad agosto, è stata interrotta la fornitura d’acqua per una settimana. Alcuni funzionari locali hanno incolpato le vittime per non aver preso precauzioni. Molti residenti nella provincia hanno anche subìto scarso accesso all’elettricità, alle scuole e alle strutture sanitarie, a causa della mancanza d’investimenti.

 

LIBERTÀ DI RELIGIONE E CREDO

La libertà di religione e di credo è stata sistematicamente violata nella legge e nella prassi. Le autorità hanno continuato a imporre alle persone di tutte le fedi, così come agli atei, codici di condotta pubblica radicati in una rigida interpretazione dell’islam sciita. Le autorità hanno rifiutato di riconoscere il diritto di coloro che sono nati da genitori musulmani di convertirsi ad altre religioni o diventare atei; persone che cercavano di esercitare questo diritto hanno rischiato la detenzione arbitraria, la tortura e la pena di morte per “apostasia”.

Solo i musulmani sciiti potevano ricoprire posizioni politiche chiave. Membri delle minoranze religiose, tra cui baha’i, cristiani, dervisci di Gonabadi, adepti del culto di Yaresan (Ahl-e Haq) e convertiti dall’islam sciita all’islam sunnita o al cristianesimo hanno subìto discriminazioni, anche nell’istruzione e nel lavoro, nonché arresti arbitrari e incarcerazioni, tortura e altri maltrattamenti, per aver praticato la loro fede.

A ottobre, un cristiano è stato fustigato 80 volte nella provincia di Bushehr per aver bevuto vino durante la comunione.

Seguaci della dottrina spirituale Erfan-e Halgheh sono stati arbitrariamente detenuti.

Le autorità hanno continuato a commettere violazioni dei diritti umani diffuse e sistematiche contro membri della minoranza baha’i, compresa la chiusura forzata delle attività commerciali, la confisca di proprietà, il divieto d’impiego nel settore pubblico, il rifiuto dell’accesso all’istruzione superiore e campagne d’incitamento all’odio sui media statali.

Sono perdurate le incursioni nelle chiese domestiche.

I musulmani sunniti hanno continuato a subire restrizioni nella creazione di proprie moschee.

 

PENA DI MORTE

La pena di morte è stata sempre più utilizzata come arma di repressione politica contro manifestanti, dissidenti e membri di gruppi minoritari.

Decine di manifestanti sono stati accusati di “inimicizia contro Dio” (moharebeh) e “diffusione della corruzione sulla terra” (efsad f’il arz), reati che comportavano la pena di morte. Diversi manifestanti sono stati condannati a morte a seguito di processi iniqui basati su “confessioni” estorte con la tortura.

A dicembre, il dissidente e giornalista Ruhollah Zam è stato messo a morte per accuse collegate al suo canale di notizie sui social media contrario all’establishment, Amad News.

Le esecuzioni sono avvenute al termine di processi iniqui, in un caso in pubblico e in altri in segreto. Tra quelle messe a morte c’erano persone che avevano meno di 18 anni al momento del reato.

Un numero sproporzionato di coloro che sono stati messi a morte erano membri delle minoranze curda iraniana e baluchi.

La pena di morte è stata mantenuta per condotta sessuale consensuale tra persone dello stesso sesso.

La lapidazione è rimasta un metodo di esecuzione per i condannati per adulterio.

 

IMPUNITÀ

Nessun funzionario pubblico è stato indagato o ritenuto responsabile per reati di uccisioni illegali, tortura e sparizione forzata o altre gravi violazioni dei diritti umani.

Le autorità giudiziarie non hanno condotto indagini indipendenti e trasparenti sull’uso della forza letale da parte della polizia contro persone che non rappresentavano una minaccia imminente di morte o di lesioni gravi.

L’impunità ha prevalso per i crimini contro l’umanità del passato e per quelli attuali, in relazione ai massacri avvenuti nelle carceri nel 1988; molti di coloro che furono coinvolti hanno continuato a ricoprire cariche di alto livello nel sistema giudiziario e nel governo, tra cui l’attuale capo della magistratura e il ministro della Giustizia.

A maggio, le guardie di frontiera iraniane hanno arrestato decine di cittadini afgani, compresi minori, che avevano attraversato il confine con l’Iran per trovare lavoro, picchiandoli e costringendoli con le armi a gettarsi nel fiume Hariroud, che scorre lungo il confine con l’Afghanistan. Molti sono annegati. Le autorità hanno negato ogni responsabilità.

Le autorità continuavano a nascondere il numero reale delle vittime uccise durante le proteste del novembre 2019 e hanno elogiato pubblicamente le forze di sicurezza e d’intelligence per il loro ruolo nella repressione. A maggio, le autorità hanno annunciato per la prima volta che durante le proteste erano state uccise circa 230 persone, tra cui sei membri delle forze di sicurezza. Amnesty International ha documentato 311 casi di uomini, donne e bambini uccisi dalle forze di sicurezza durante le proteste ma è probabile che il numero reale di morti sia più alto.

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