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Repubblica del Sudan

Capo di stato: Abdel Fattah al-Burhan

Capo di governo: Abdalla Hamdok

I modesti progressi compiuti dal governo di transizione verso il miglioramento della situazione dei diritti umani hanno subìto una brusca battuta d’arresto dopo il colpo di stato militare di ottobre. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso all’uso eccessivo, e in alcuni casi anche letale, della forza, e ad altre misure repressive, compresi casi riportati di violenza di genere, per contrastare le proteste e il dissenso contro la presa del potere. Almeno 53 persone sono state uccise e centinaia ferite durante le manifestazioni. Le autorità militari sono ricorse a periodi prolungati di detenzione arbitraria, arrestando decine di leader e attivisti politici civili e trattenendoli in incommunicado. Internet e i servizi di telecomunicazione sono stati regolarmente interrotti e i giornalisti hanno subìto attacchi. Le precedenti promesse di indagare e processare i crimini commessi dalle forze di sicurezza sono rimaste inadempiute. Nella regione del Darfur occidentale, i civili continuavano a non essere adeguatamente protetti dalle autorità preposte alla sicurezza contro gli attacchi illegali delle milizie, nei quali sono morti centinaia di civili. Nonostante il governo abbia aumentato i fondi destinati alla spesa sanitaria, gli ospedali non disponevano di risorse essenziali. Le donne hanno protestato contro l’impennata degli episodi di violenza di genere e le norme discriminatorie. In Sudan è arrivata una nuova ondata di rifugiati, in fuga dal conflitto nella regione etiope del Tigray.

 

CONTESTO

In seguito alla deposizione dell’ex presidente Omar al-Bashir nel 2019, un compromesso politico di condivisione del potere tra i leader militari e civili ha portato alla formazione di un governo di transizione. Questo ha compiuto alcuni progressi in termini di realizzazione di riforme attese da tempo, tra cui la criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili e la riforma della legislazione sulle punizioni corporali.

Tuttavia, le continue lotte di potere tra l’ala militare e quella civile del governo, riguardo, tra le altre cose, alle riforme da realizzare in materia economica e nel settore della sicurezza, sono alla fine esplose e, il 25 ottobre 2021, l’esercito ha conquistato il potere, sciogliendo il governo civile, arrestando il primo ministro e imponendo uno stato d’emergenza.

Il 21 novembre, l’esercito ha firmato un accordo che ha reintegrato il primo ministro deposto, ma questo non ha risolto la crisi. Nonostante gli sforzi mediati dalle Nazioni Unite per porre fine alla crisi, è aumentato il risentimento pubblico contro le azioni dell’esercito.

Grazie al varo di cruciali riforme economiche, il Sudan si è garantito dalle istituzioni finanziarie internazionali 20,5 miliardi di dollari Usa per alleggerire il suo debito pubblico. Molte organizzazioni internazionali hanno sospeso i programmi di assistenza economica in seguito al colpo di stato, mettendo a rischio gli sviluppi recenti.

 

USO ECCESSIVO DELLA FORZA

Le forze di sicurezza hanno continuato a fare ricorso all’uso eccessivo, e in alcuni casi anche letale, della forza, contro i manifestanti. L’11 maggio, hanno aperto il fuoco e ucciso due persone, ferendone altre decine durante una manifestazione nella capitale, Khartoum. La protesta era stata organizzata per chiedere giustizia, in relazione a un attacco compiuto a giugno 2019 dalle forze di sicurezza contro manifestanti pacifici, in cui erano state uccise più di 100 persone e altre centinaia ferite1 (v. sotto, Diritto a verità, giustizia e riparazione).

La violenza delle forze di sicurezza ha avuto un’impennata dopo la presa di potere da parte dell’esercito a ottobre e centinaia di migliaia di persone sono scese in strada per frequenti proteste. Tutti i corpi di sicurezza istituzionali, compresi esercito, polizia e le forze d’intervento rapido (Rapid Support Forces – Rsf), hanno partecipato alla violenta repressione e alla dispersione delle proteste2. Almeno 53 persone sono state uccise e centinaia ferite durante le manifestazioni. Secondo le informazioni ricevute, le forze di sicurezza hanno sottoposto le donne a violenze di genere per contrastare la loro crescente partecipazione alle proteste; a dicembre sono stati segnalati anche due stupri.

 

DIRITTO A VERITÀ, GIUSTIZIA E RIPARAZIONE

Il governo ha compiuto alcuni passi positivi in termini di giustizia e accertamento delle responsabilità per le violazioni dei diritti umani, ratificando il 10 agosto la Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e la Convenzione contro le sparizioni forzate.

Tuttavia, i perpetratori di violazioni dei diritti umani hanno continuato a godere dell’impunità. A distanza di oltre un decennio da quanto l’Icc aveva spiccato i mandati d’arresto contro Omar al-Bashir, Ahmad Harun e Abdel Raheem Muhammad Hussein, il governo di transizione ha continuato a non adempiere al suo obbligo di trasferire i sospetti alla corte dell’Aia, per rispondere delle accuse di crimini contro l’umanità, genocidio e crimini di guerra commessi in Darfur.

Il comitato d’inchiesta nazionale, istituito a ottobre 2019 per indagare sul brutale attacco compiuto a Khartoum a giugno 2019, in cui le Rsf, il servizio d’intelligence e sicurezza nazionale e la polizia avevano ucciso oltre 100 manifestanti e sottoposto altri a violenza sessuale o tortura e altro maltrattamento, a fine anno non aveva ancora reso pubbliche le sue conclusioni. A fine anno, nessuno era stato portato davanti alla giustizia per queste azioni.

I modesti progressi compiuti per migliorare la tutela dei diritti umani nell’arco di un periodo di quasi tre anni dalla deposizione di Omar al-Bashir hanno subìto una brusca battuta d’arresto dopo il colpo di stato di ottobre. Nonostante il primo ministro avesse promesso a novembre che le uccisioni di coloro che stavano protestando contro la presa del potere sarebbe stata indagata, a fine anno non c’era prova di alcun progresso in tal senso.

 

DETENZIONE ARBITRARIA

Il 10 luglio, Muammar Musa Mohammed Elgarari e Mikhail Boutros Ismail Kody, entrambi attivisti dell’opposizione e membri del Gruppo movimento futuro, sono stati rilasciati su cauzione, dopo un periodo di detenzione arbitraria prolungata senza accusa, seguita al loro arresto avvenuto a giugno 2020. Erano rimasti trattenuti presso un commissariato di polizia di Khartoum Nord, con l’accusa di avere vessato membri del comitato per l’eliminazione dei poteri, istituto con l’incarico di smantellare l’ex partito di governo, il partito del Congresso nazionale, e confiscarne le proprietà.

Dopo la presa del potere da parte dell’esercito a ottobre, le autorità di sicurezza hanno arbitrariamente arrestato e detenuto decine di leader politici civili, compresi membri del governo e il primo ministro Hamdok, che è rimasto in stato di fermo per due giorni e poi è stato posto agli arresti domiciliari per almeno un mese. Altri prigionieri politici, che sono stati trattenuti quasi un mese in incommunicado, senza accesso alle loro famiglie o agli avvocati di loro fiducia, sono stati rilasciati dopo l’accordo del 21 novembre. Tuttavia, le forze di sicurezza hanno continuato ad arrestare e incriminare i manifestanti.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Il diritto alla libertà d’espressione è stato gravemente limitato. Internet e le telecomunicazioni sono stati ripetutamente interrotti a partire dal 25 ottobre, limitando la capacità del pubblico di accedere a notizie tempestive e accurate, infrangendo il loro diritto di esprimere opinioni politiche e ostacolando la segnalazione di violazioni dei diritti umani.

Le autorità militari hanno anche preso di mira la stampa che copriva le proteste contro l’esercito. Il 30 dicembre, le forze di sicurezza hanno attaccato gli uffici di due stazioni televisive a Khartoum, aggredendo i giornalisti e sparando gas lacrimogeni nei loro uffici, dopo che avevano trasmesso filmati di violazioni commesse dalle forze di sicurezza contro i manifestanti.

 

ATTACCHI E UCCISIONI ILLEGALI

Il prematuro ritiro a dicembre 2020 dell’operazione ibrida delle Nazioni Unite e dell’Ua in Darfur e il continuo fallimento delle forze di sicurezza sudanesi nel proteggere i civili hanno determinato il perpetuarsi di episodi di violenza indiscriminata contro i civili, in particolare nella regione del Darfur occidentale. Membri delle Rsf hanno partecipato ad alcuni attacchi delle milizie contro i civili.

A gennaio 2021, almeno 163 persone, tra cui tre donne e 12 bambini, sono state uccise e altre 217 ferite durante un attacco di rappresaglia compiuto dalle milizie contro il campo Krinding, a El Geneina, capitale dello stato del Darfur occidentale, dove erano ospitati migliaia di sfollati interni di etnia massalit3.

Il 3 aprile, uomini armati, indicati come arabi, hanno scatenato quattro giornate di furiosa violenza, dopo avere aperto il fuoco contro tre uomini massalit, uccidendo Saber Ishaq, di 28 anni, e Arbab Khamis, di 47. Un terzo uomo, Abdulhafiz Yahia Ismaeil, di 53 anni, è rimasto gravemente ferito. Secondo il comitato dei medici statali del Darfur occidentale, negli scontri sono rimaste uccise almeno 144 persone e altre 232 ferite.

Secondo l’Associazione degli avvocati del Darfur, anche nel Darfur occidentale 200 persone sono morte a causa di combattimenti intercomunitari tra ottobre e novembre.

 

DIRITTO ALLA SALUTE

I fondi destinati dal governo alla spesa sanitaria sono significativamente aumentati rispetto agli anni precedenti. Il ministero delle Finanze ha stanziato per il sistema sanitario pubblico 99 miliardi di sterline sudanesi (circa 242 milioni di dollari Usa), pari al nove per cento del bilancio, per l’approvvigionamento di farmaci salvavita, la cura del Covid-19, la ristrutturazione e costruzione di ospedali nelle aree rurali del paese, centri di salute riproduttiva e altri ambulatori medici e programmi di nutrizione e salute.

Tuttavia, nel pieno della terza ondata della pandemia da Covid-19, nella prima metà dell’anno, gli ospedali hanno dovuto affrontare molteplici difficoltà, come la mancanza di medicinali e ossigeno e la carenza di medici e altro personale sanitario, dovuta all’inadeguato trattamento retributivo per questa categoria e alle precarie condizioni di lavoro. Tra marzo 2020 e maggio 2021, sono stati 89 i medici sudanesi, di cui 11 donne, deceduti dopo avere contratto il Covid-19.

Il paese continuava ad affrontare la mancanza di vaccini contro il Covid-19. Il 3 marzo, ha ricevuto oltre 800.000 dosi di vaccino AstraZeneca dall’iniziativa Covax e ha avviato le vaccinazioni il 9 marzo, secondo il piano nazionale d’intervento per la vaccinazione contro il Covid-19. Questo dava priorità ai lavoratori del settore sanitario presenti sul territorio nazionale sudanese e alle persone più anziane con comorbilità. A fine anno, il Sudan aveva ricevuto 5,25 milioni di dosi di vaccino contro il Covid-19 e 1,23 milioni di persone avevano completato il ciclo vaccinale, vale a dire il 2,8 per cento di una popolazione di circa 43,85 milioni di persone, secondo i dati del governo. Secondo il ministero della Sanità, nel 2021 ci sono stati 47.443 casi confermati di Covid-19 e 3.340 morti legate al virus.

 

DIRITTI DI DONNE E RAGAZZE

L’8 aprile, centinaia di donne hanno aderito a una manifestazione organizzata a Khartoum per protestare contro l’impennata di episodi di violenza domestica e altra violenza di genere, nel contesto delle restrizioni per il Covid-19, oltre che per denunciare norme discriminatorie e limitazioni dei diritti delle donne. Alcune delle restrizioni evidenziate riguardavano tra l’altro le leggi che vietavano alle donne di lavorare fuori casa senza il permesso del marito o del padre, oltre che le disuguaglianze subìte in casa e sul posto di lavoro. Le manifestanti hanno promosso il “manifesto femminista”, stilato ad aprile, frutto di due anni di consultazione con i vari comitati di base delle organizzazioni femminili e di tutela della parità di genere. Il manifesto chiedeva alle autorità di revocare i numerosi ostacoli giuridici che impedivano la parità di genere e di combattere le norme sociali esistenti che causano l’oppressione di donne e ragazze.

Lo stesso mese, il consiglio dei ministri ha ratificato la Cedaw (con riserva agli artt. 2, 16 e 29/1) e la Carta africana dei diritti umani e dei popoli sui diritti delle donne in Africa (Protocollo di Maputo).

 

DIRITTI DI RIFUGIATI E MIGRANTI

Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, il Sudan continuava a ospitare una delle popolazioni di rifugiati più vaste dell’Africa, con i sudsudanesi che ne costituivano la maggioranza, pari a oltre 1,1 milioni rifugiati e richiedenti asilo. Il paese inoltre ospitava almeno 55.000 rifugiati scappati dal conflitto in corso nella regione etiope del Tigray nel 2021.

 

 


Note
1 Sudan: Speed up investigations into 2019 Khartoum massacre, 3 giugno.
2 Sudan: Investigate the killings of people after military crackdown against protesters, 24 novembre.
3 Sudan: Horrific attacks on displacement camps show UN peacekeepers still needed in Darfur, 1° marzo.

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