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Ucraina

Capo di stato: Volodymyr Zelensky

Capo di governo Denys Šmihal’

L’impunità per la tortura ha continuato a essere endemica. La violenza di genere è rimasta diffusa, anche se una nuova legge ha rimosso gli ostacoli legali al perseguimento del personale militare e della polizia per violenza domestica. Sono proseguiti gli attacchi omofobi da parte di gruppi che promuovono discriminazione e violenza. Le investigazioni sulle aggressioni contro giornalisti e difensori dei diritti umani sono state lente e spesso inefficaci. Un progetto di legge sui servizi di sicurezza prevedeva ulteriori poteri di sorveglianza senza garanzie giuridiche. Nella Crimea occupata è continuata la repressione del dissenso e dei difensori dei diritti umani. Le violazioni del diritto internazionale umanitario da entrambe le parti nell’Ucraina orientale non sono state indagate.

 

CONTESTO

L’economia ha registrato una parziale ripresa dopo le perdite nel 2020 causate dalla pandemia da Covid-19 e dal conflitto in corso nella regione del Donbass. Non sono cessate le preoccupazioni per la corruzione: dai Pandora Papers, un archivio riservato di dati su accordi offshore segreti fatti trapelare, è emerso il nome dell’attuale presidente come ex beneficiario di società offshore, insieme ad altri 37 politici ucraini. A ottobre, il parlamento ha sostituito il proprio presidente che si era opposto alla rapida approvazione di leggi volte a limitare l’influenza degli oligarchi. A dicembre, l’ex presidente Petro Porošenko è stato indicato come sospetto criminale in un caso di tradimento di stato.

La vaccinazione contro il Covid-19 è stata ampiamente disponibile e gratuita, ma la diffusione era bassa e ha coperto solo circa un quinto della popolazione adulta nel territorio controllato dal governo.

A maggio, il parlamento ha adottato modifiche ai codici penale e di procedura penale per allinearli al diritto penale internazionale, estendendo la definizione di aggressione, crimini contro l’umanità e altri specifici crimini di guerra, revocando la loro prescrizione e prevedendo la giurisdizione universale. Tuttavia, a fine anno il presidente non aveva sottoscritto queste modifiche per trasformarle in legge e lo Statuto di Roma dell’Icc non era stato ancora ratificato.

Le forze governative e i gruppi armati sostenuti dalla Russia nel Donbass si sono ripetutamente scambiati accuse di violazioni del cessate il fuoco. La Russia ha rifiutato di estendere il mandato della Missione di monitoraggio speciale dell’Osce a due valichi di frontiera che controllava e ha ripetutamente raggruppato truppe vicino al confine con l’Ucraina, suscitando preoccupazioni per una possibile invasione russa. Il territorio della Crimea è rimasto sotto l’occupazione russa.

 

TORTURA E ALTRI MALTRATTAMENTI

Sono stati segnalati alcuni progressi nei procedimenti giudiziari relativi alle morti durante le proteste di EuroMaydan nel 2014, tra cui il processo di diversi tituški (agenti che lavorano per la polizia) e di una manciata di ex agenti di polizia (alcuni processati in contumacia). Tuttavia, la giustizia è rimasta un miraggio per la maggior parte delle vittime di abusi della polizia durante questi eventi.

L’impunità per la tortura e altri maltrattamenti in generale ha continuato a essere endemica. Le indagini su denunce più recenti sono state lente e spesso inefficaci. La procura generale ha riferito di aver aperto, da gennaio a dicembre, 79 nuovi casi di presunta tortura e 1.918 di presunto abuso di autorità da parte di agenti delle forze di sicurezza, che hanno portato all’incriminazione di 51 persone.

A gennaio, due giovani sono stati aggrediti nella regione di Žytomyr da una folla che li ha accusati di aver rubato un’auto. Un agente di polizia arrivato sulla scena si è unito agli assalitori, sottoponendo una delle vittime a una finta esecuzione con la sua pistola. A luglio, la pubblica accusa ha presentato al tribunale imputazioni di tortura contro l’agente di polizia e altre tre persone; un altro agente di polizia è stato accusato di falsa testimonianza.

A marzo, la procura generale ha riferito che la Corte europea dei diritti umani si era finora pronunciata a favore dei ricorrenti e contro l’Ucraina in 115 dei casi riguardanti condizioni di detenzione equivalenti a tortura o altri maltrattamenti, di cui 71 sotto la supervisione del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa sono rimasti inaffrontati; 120 casi erano in attesa di decisione.

A maggio, nel caso Develi e altri vs. Ucraina, la Corte europea dei diritti umani ha rilevato che la polizia ucraina aveva sottoposto i tre ricorrenti, Andriy Develi, Roman Korolʹov e Oleksandr Rafalʹsʹkyy, a trattamenti disumani e degradanti.

 

VIOLENZA DI GENERE

La violenza e la discriminazione di genere, in particolare contro le donne, e la violenza domestica sono rimaste diffuse. I servizi di sostegno alle sopravvissute e le misure legislative e politiche volte a combattere la violenza domestica, sebbene migliorati negli ultimi anni, erano ancora insufficienti. Non sono stati compiuti progressi nella ratifica della Convenzione di Istanbul.

Da gennaio a dicembre, le autorità hanno aperto 2.432 indagini penali in casi di violenza domestica, individuato 2.176 persone come sospetti criminali e presentato 2.136 casi in tribunale. Da gennaio a giugno sono stati aperti procedimenti amministrativi per violenza domestica nei confronti di 54.890 persone.

A luglio è stata promulgata una nuova legge che ha rimosso gli ostacoli giuridici che avevano a tutti gli effetti esentato il personale militare e gli agenti di polizia dall’azione penale e amministrativa per violenza domestica; inoltre, la legge rafforzava le disposizioni alla base degli ordini di protezione d’emergenza. Ha esteso a sei mesi la prescrizione per la violenza domestica come reato amministrativo e ha introdotto nuove sanzioni, tra cui il lavoro obbligatorio e la detenzione fino a 10 giorni.

Tuttavia, un’indagine sulle accuse della tenente Valeria Sikal (che nel 2018 fu la prima ex militare ucraina a denunciare molestie sessuali da parte di un ufficiale comandante delle forze armate) è stata inefficace e ulteriormente ritardata dal suo rinvio all’ufficio investigativo statale della regione di Chmel’nyc’kyj, dove non si sono svolte ulteriori attività investigative.

 

DIRITTI DELLE PERSONE LESBICHE, GAY, BISESSUALI, TRANSGENDER E INTERSESSUATE

A maggio, un progetto di legge presentato in parlamento ha proposto di espandere la definizione di crimini d’odio per coprire quelli motivati dall’orientamento sessuale e dall’identità di genere. Tuttavia, gli attacchi omofobi da parte di gruppi che promuovono discriminazione e violenza sono continuati per tutto l’anno e raramente i perpetratori sono stati chiamati a risponderne.

A marzo, quattro persone hanno imbrattato di fango il centro comunitario della Ong Sphere; ad agosto, la facciata del centro è stata vandalizzata con graffiti omofobi.

Almeno quattro attacchi hanno avuto luogo nel solo mese di maggio. Il 27 maggio, una folla ha rotto la finestra del luogo in cui il gruppo KyivPride aveva organizzato la proiezione di un film e ha lanciato all’interno un razzo per segnalazioni e un candelotto di gas lacrimogeno. La polizia ha aperto un’indagine penale per “teppismo”, ma non è riuscita a qualificare l’incidente come crimine d’odio.

Il 29 maggio, una folla ha attaccato il centro comunitario del gruppo Lbgti Insight, nella capitale Kiev. Lo stesso giorno a Odessa, una folla ha interrotto e messo fine a una conferenza femminista della leader di Insight, Olena Ševčenko; altrove in città, sette uomini mascherati e vestiti di nero hanno lanciato pietre contro l’ufficio dell’associazione Lgbti Liga e danneggiato una delle telecamere a circuito chiuso. La polizia si è rifiutata di aprire un’indagine penale su entrambi gli episodi, fino a quando gli attivisti non hanno presentato una denuncia per l’inazione della polizia.

I sei responsabili dell’aggressione del 2018 contro la difensora dei diritti umani Vitalina Koval (che fu cosparsa con una vernice rossa che le causò ustioni chimiche agli occhi) hanno continuato a godere dell’impunità. A marzo, un tribunale ha stabilito che il termine di prescrizione era scaduto per l’accusa di “danni fisici minori” contro due donne che l’avevano aggredita e ha chiuso il relativo procedimento. Un’indagine parallela su un crimine d’odio (“violazione dell’uguaglianza dei cittadini”) era in sospeso, ma apparentemente in stallo. Nessuna accusa è mai stata mossa contro gli aggressori maschi.

 

LIBERTÀ D’ESPRESSIONE

Gli organi d’informazione sono stati generalmente liberi e diversificati, anche se una manciata di media sono stati presi di mira in modo selettivo dalle autorità, per le politiche editoriali percepite come filorusse e accusati dal servizio di sicurezza ucraino (Služba Bezpeky Ukraïny – Sbu) di condurre una “guerra dell’informazione” contro l’Ucraina.

Il consiglio di sicurezza e difesa nazionale (un organo consultivo dello stato) ha imposto cosiddette “sanzioni personali” contro il parlamentare Taras Kozak che hanno preso di mira i suoi beni commerciali, tra cui tre canali televisivi che sono stati privati delle licenze di trasmissione. La decisione, approvata dal presidente, ha attirato critiche per la sua natura extragiudiziale e l’attenzione arbitraria a imprese del mondo dell’informazione, nonché per l’applicazione contro un cittadino ucraino e le sue imprese, con sede in Ucraina, di una legge intesa a sanzionare entità commerciali straniere.

Erano in corso procedimenti penali infondati contro l’ex prigioniero di coscienza e giornalista Vasylʹ Muravytsʹkyy. Il rischio di essere arrestato e di subire danni fisici da parte di gruppi che promuovono discriminazioni e violenze lo ha costretto a lasciare l’Ucraina.

A novembre, il proprietario del giornale indipendente Kyiv Post ne ha sospeso le pubblicazioni con effetto immediato. Il personale ha annunciato di essere stato licenziato a causa del giornalismo indipendente della testata. Commentatori hanno affermato che il proprietario era stato spinto a chiudere dalla pressione esercitata dall’amministrazione presidenziale.

Le indagini sugli attacchi (comprese le uccisioni) ai danni di giornalisti e difensori dei diritti umani sono state lente e spesso inefficaci. Le udienze sono proseguite in un caso di alto profilo contro tre persone accusate di aver posizionato un’autobomba che, nel luglio 2016, uccise il giornalista bielorusso-russo-ucraino Pavlo Šeremet (Pavel Šaramet). Commentatori e giornalisti hanno sollevato dubbi sulla credibilità dell’inchiesta. Gli imputati hanno negato le accuse, insistendo sul fatto che erano politicamente motivate. A gennaio sono state pubblicate prove che suggerivano che l’uccisione era stata orchestrata dalle autorità bielorusse.

La mattina del 3 agosto, il noto esule bielorusso Vital’ Šyšoŭ, a capo della Ong Casa Bielorussa in Ucraina, è stato trovato impiccato in un parco di Kiev. In precedenza, aveva raccontato ai suoi colleghi di essere stato seguito e minacciato di ritorsioni dai servizi di sicurezza bielorussi1. Le autorità ucraine hanno indagato sulla sua morte come sospetta, anche se a fine anno non era stato segnalato alcun risultato.

 

LIBERTÀ DI RIUNIONE

Il diritto alla libertà di riunione pacifica è stato generalmente rispettato senza limitazioni, ma gli attivisti Lgbti e altri presi di mira da gruppi violenti hanno dovuto fare affidamento sulla volontà delle autorità di proteggere i manifestanti pacifici durante e dopo i loro raduni.

L’8 marzo, contromanifestanti violenti hanno attaccato i partecipanti alla marcia della Giornata internazionale della donna a Kiev. Dopo la manifestazione, individui non identificati hanno spinto e insultato verbalmente gli attivisti per i diritti delle donne e hanno cercato di strappare via i loro manifesti. Gli attivisti hanno presentato reclamo alla polizia, che però si è rifiutata di aprire procedimenti fino a che non sono intervenuti gli avvocati. A fine anno l’indagine formale era ancora in corso.

Da luglio a settembre, in diverse città, tra cui Kryvyj Rih, Odessa, Charkiv e Kiev, si sono tenute le manifestazioni annuali a sostegno dei diritti Lgbti. Si sono svolte pacificamente, sotto un’efficace protezione da parte della polizia, nonostante la continua atmosfera di intimidazione e attacchi omofobi e il rischio di aggressione delle persone che si allontanavano dalle manifestazioni. Il 30 luglio, gli attivisti Lgbti hanno tenuto un evento del Pride davanti all’ufficio presidenziale di Kiev.

 

DISCRIMINAZIONE

A luglio, il governo ha approvato una strategia nazionale valida fino al 2030 per affrontare la discriminazione contro la comunità rom. Tuttavia, la pandemia da Covid-19 in corso ha avuto un effetto sproporzionato sulla comunità e molti si sono affidati all’economia informale per guadagni irregolari.

Gli attacchi del passato contro i rom non sono stati oggetto di indagini efficaci, compreso quello dell’agosto 2018, che vide la distruzione di un campo e atti di violenza fisica contro i rom nel parco Lysa Hora, a Kiev. Ad agosto, la procura generale ha informato Amnesty International di aver annullato la decisione di interrompere le indagini, ma non sono stati segnalati ulteriori progressi.

 

DIRITTO ALLA PRIVACY

Un progetto di legge sulla riforma dell’Sbu è stato approvato in prima lettura. Pur affrontando alcuni motivi di preoccupazione di lunga data (come l’eliminazione della sua funzione investigativa entro il 2025), il disegno di legge ha confermato all’agenzia gli ampi poteri di arresto, detenzione e interrogatorio di persone e l’uso della forza letale, senza introdurre nuovi e più efficaci meccanismi di riconoscimento delle responsabilità. Il disegno di legge ha anche conferito all’Sbu ulteriori poteri di sorveglianza, tra cui l’intercettazione e l’archiviazione di comunicazioni e informazioni pubbliche e private di singoli e organizzazioni, senza le dovute garanzie legali per prevenire abusi e garantire il diritto alla privacy. Esso ha anche concesso il potere di bloccare in alcuni casi le risorse online, senza previa autorizzazione di un giudice.

 

CRIMEA

Repressione del dissenso

Le autorità de facto hanno continuato il giro di vite sulla libertà d’espressione e su ciò che rimaneva del dissenso. I media liberi sono stati repressi e chi lavorava per loro ha dovuto fare i conti con gravi ritorsioni.

Il reporter freelance Vladyslav Yesypenko è stato arrestato il 10 marzo dal servizio di sicurezza federale russo (Federal’naja služba bezopasnosti – Fsb), con l’accusa di spionaggio e trasporto di munizioni. Il 18 marzo è apparso in un filmato su un canale televisivo di stato russo in Crimea, in cui “ammetteva” di aver condiviso alcune sue riprese con i servizi d’intelligence ucraini. Per 27 giorni gli è stato negato l’accesso a un avvocato indipendente, fino a un’udienza sulla custodia cautelare in tribunale, in cui Vladyslav Yesypenko ha affermato che i suoi rapitori avevano appositamente piazzato una granata nella sua auto e che era stato sottoposto a torture e altri maltrattamenti per estorcergli la “confessione” e filmarla per il video.

Secondo osservatori dei diritti umani, in Crimea è stato completamente bloccato l’accesso ad almeno 27 media online e quello ai siti web di organizzazioni arbitrariamente bandite come “estremiste” in Russia. Tra queste figuravano il mejlis (assemblea rappresentativa) del popolo tataro di Crimea e i testimoni di Geova; qualsiasi collegamento con loro è stato considerato reato.

Ad aprile, un tribunale ha multato Bekir Mamutov, attivista e caporedattore del giornale in lingua tatara di Crimea Qirim, per “abuso della libertà di stampa”, ai sensi del codice russo dei reati amministrativi. Egli aveva pubblicato il rapporto 2020 del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Crimea, che menzionava il mejlis, ma senza inserire il disclaimer obbligatorio ai sensi della legge russa, per dire che l’organizzazione era considerata “estremista” in Russia.

Anche altre voci critiche rimaste in Crimea sono state perseguite e incarcerate. A settembre, Nariman Dželyal, un attivista per i diritti dei tatari di Crimea ed ex componente del mejlis messo al bando, il più anziano membro rimasto in Crimea, è stato arbitrariamente detenuto in relazione a presunti danni a un gasdotto.

I difensori dei diritti umani dei tatari e prigionieri di coscienza, Emir-Usein Kuku e Server Mustafayev, sono rimasti dietro le sbarre in Russia, così come decine di altre vittime di procedimenti giudiziari politicamente motivati dalle autorità de facto della Crimea, spesso in condizioni disumane e degradanti.

Sparizioni forzate

Non è stato indagato in modo efficace neppure un solo caso di sparizione forzata dal 2014, anno in cui iniziò l’occupazione russa del territorio. Il destino e l’ubicazione delle vittime di sparizioni forzate sono rimasti sconosciuti.

 

DONBASS

La repressione del dissenso e le restrizioni alla società civile sono perdurate nei territori dell’Ucraina orientale controllati da gruppi armati sostenuti dalla Russia. La Missione di monitoraggio dei diritti umani delle Nazioni Unite in Ucraina (United Nations Human Rights Monitoring Mission – Unmmu) ha segnalato l’assenza dei servizi e del sostegno necessari per le sopravvissute alla violenza domestica e ha rilevato i rischi personali, tra cui l’arresto e il perseguimento, che correvano gli attivisti e le attiviste che difendevano i diritti delle donne. L’Unmmu ha anche riferito di arresti arbitrari e detenzioni prolungate in incommunicado, nonché di continue detenzioni illegali di donne e uomini da parte delle autorità de facto. La Missione non ha ottenuto l’accesso ai luoghi di detenzione in territori non controllati dal governo, nonostante “le diffuse e attendibili denunce di tortura e maltrattamenti in un certo numero di strutture”. L’Unmmu ha anche segnalato almeno nove nuovi casi di arresto arbitrario di civili da parte di agenti dell’Sbu.

Impunità

Numerose violazioni del diritto internazionale umanitario, commesse da entrambe le parti in conflitto e segnalate in precedenza, non sono state indagate.

Non è stato compiuto alcun progresso nel conseguimento della giustizia per le vittime di sparizioni forzate, torture e detenzioni illegali da parte dell’Sbu nell’Ucraina orientale, tra il 2014 e il 2016, e la pratica di utilizzare prigioni segrete ha continuato a essere ufficialmente negata. È in corso un’indagine che non è ancora riuscita a identificare un singolo presunto colpevole.

Diritto alla salute

La continua mancanza di informazioni indipendenti dai territori controllati dai gruppi armati nel Donbass e la difficoltà di accedervi hanno ostacolato i tentativi di controllare le infezioni da Covid-19. Il governo ucraino ha reso disponibile la vaccinazione gratuita a chi proveniva da oltre la linea di conflitto, anche organizzando centri di vaccinazione nei punti di attraversamento. Tuttavia, le autorità de facto hanno continuato a imporre arbitrarie restrizioni ai viaggi nei territori controllati dal governo. Hanno riconosciuto e fatto affidamento esclusivamente sui vaccini forniti dalla Russia, le cui forniture, secondo quanto riferito, erano notevolmente insufficienti. A settembre, un picco di pazienti che necessitavano di cure intensive parrebbe aver travolto le strutture mediche locali, che hanno anche sofferto di una acuta carenza di personale medico e forniture.

 


Note:
1 Ukraine: Authorities must conduct effective investigation into suspicious death of prominent Belarusian exile, 3 agosto.

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