Le milizie rivali hanno utilizzato armi di grosso calibro in modo impreciso in aree densamente popolate, causando vittime civili. I gruppi armati e le milizie hanno arbitrariamente arrestato utenti dei social media e altri per aver esercitato i loro diritti alla libertà d’espressione. Migliaia di persone sono rimaste detenute arbitrariamente. Tortura e maltrattamento erano ancora pratiche diffuse e sistematiche. “Confessioni” ottenute sotto tortura sono state pubblicate online. Donne, ragazze e membri delle minoranze etniche sono andati incontro a radicate forme di discriminazione. Le persone lgbti hanno subìto arresti arbitrari e procedimenti giudiziari. Le unità della guardia costiera libica (Libyan Coast Guard – Lcg) supportate dall’Ue nella Libia occidentale e i gruppi armati nella Libia orientale hanno intercettato in mare migliaia di persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti e le hanno rimandate indietro con la forza nei centri di detenzione in Libia, dove sono state sottoposte a tortura o maltrattamento e violenza sessuale. La Lcg ha anche sparato a due navi di soccorso di Ong. Migliaia di persone sono state collettivamente e sommariamente espulse nei paesi vicini. Una milizia nella Libia occidentale ha sospeso le operazioni delle organizzazioni internazionali che assistevano le persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti. I tribunali hanno emesso condanne a morte al termine di processi iniqui; non sono state segnalate esecuzioni. L’impunità per i crimini di diritto internazionale è rimasta radicata in Libia, ma per la prima volta da quando la situazione della Libia era stata deferita all’Icc nel 2011, un sospettato è stato catturato all’estero e consegnato alla corte per crimini contro l’umanità e crimini di guerra.
Le autorità rivali della Libia non erano ancora riuscite a trovare un accordo per un governo di unità nazionale. Ad agosto, la Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UN Support Mission in Libya – Unsmil) ha delineato il percorso verso le lungamente attese elezioni presidenziali e legislative.
A luglio e agosto, le elezioni previste in 20 municipalità sono state cancellate o rinviate a causa dell’interferenza dei gruppi armati affiliati alle autoproclamate Forze armate arabe libiche (Libyan Arab Armed Forces – Laaf), che avevano il controllo della Libia orientale e meridionale.
A settembre, il Governo di unità nazionale (Government of National Unity – Gnu) e la milizia Apparato di deterrenza per combattere il terrorismo e il crimine organizzato (Deterrence Apparatus to Combat Terrorism and Organized Crime – Dacto), conosciuto anche come al-Radaa, hanno raggiunto un accordo per impedire un’anticipata escalation degli scontri armati nella capitale Tripoli, secondo quanto riportato da notizie di stampa. A fine anno, al-Radaa continuava a mantenere la sua influenza sull’aeroporto di Mitiga e a trattenere un numero imprecisato di persone detenute.
Le autorità greche e dell’Ue hanno invocato un rinnovato impegno con le autorità libiche rivali in tema di controllo della migrazione, a seguito dell’aumento del numero di persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti arrivate via mare in Grecia. Il 15 ottobre, la Camera dei deputati italiana ha confermato il rinnovo per altri tre anni del Memorandum d’intesa Italia-Libia sulla cooperazione in materia di migrazione, che ha mantenuto un significativo supporto materiale e tecnico alla guardia costiera libica (Libyan Coast Guard – Lcg) del Gnu.
Migliaia di persone hanno continuato a essere detenute unicamente per le loro affiliazioni tribali o politiche, a seguito di processi gravemente iniqui o senza base legale.
A luglio, il pubblico ministero con base a Tripoli ha annunciato che, durante la prima metà dell’anno, la procura aveva ordinato la scarcerazione di 258 persone detenute arbitrariamente da al-Radaa nella prigione di Mitiga di Tripoli. Il 15 aprile, un tribunale di Tripoli ha condannato nove uomini libici, una donna libica e un uomo pakistano a pene detentive che andavano da tre a 15 anni per accuse come avere offeso la religione, promosso gruppi vietati e promosso un cambiamento costituzionale. Le condanne sono state emesse al termine di un processo gravemente iniquo.1
Il 2 novembre, la Corte costituzionale ha stabilito che la legge della Camera dei rappresentanti n. 4 del 2017, relativa al processo di civili davanti a tribunali militari per accuse in materia di terrorismo e reati contro lo stato, era incostituzionale.
Tortura e maltrattamento sono rimaste pratiche sistematiche nelle carceri e nelle altre strutture di detenzione dislocate sul territorio libico. I resoconti parlavano dei metodi usati, come percosse, scosse elettriche, violenza sessuale e periodi prolungati in posizioni dolorose. Le “confessioni” estorte sotto tortura hanno continuato a essere pubblicate online dalle milizie e dai gruppi armati.
A gennaio sui social media sono circolati video che mostravano un gruppo di uomini in uniforme mimetica e abiti civili, che sottoponevano persone detenute nella prigione di Gernada, controllata dalle Laaf, situata a 250 chilometri a nord-est di Bengasi, a tortura e maltrattamento, comprese percosse con barre metalliche. Il 16 gennaio, la procura militare delle Laaf ha annunciato l’apertura d’indagini, ma non sono state rese note altre informazioni durante l’anno. Le persone detenute nella prigione continuavano a essere tenute in stanze sovraffollate e mal ventilate e senza cure mediche adeguate.
A maggio sono emersi sui social media video che mostravano il parlamentare Ibrahim al-Dersi a torso nudo in un ambiente scarsamente illuminato e ristretto, delimitato da muri di cemento. Mostrava segni visibili di tortura e attorno al collo gli era stata fissata una catena di metallo con un grosso lucchetto. Nei video, implorava Saddam Haddar, comandante effettivo del gruppo armato Tariq Ben Zeyad (Tbz), di rilasciarlo. La sorte e localizzazione di Ibrahim al-Dersi sono rimaste sconosciute dalla sua scomparsa avvenuta il 16 maggio 2024 a Bengasi.
I gruppi armati e le milizie hanno arbitrariamente arrestato e detenuto attivisti, manifestanti, giornalisti e creatori di contenuti online, semplicemente per avere esercitato i loro diritti alla libertà d’espressione e riunione pacifica.
Il 14 maggio, le milizie affiliate al Gnu hanno aperto il fuoco su manifestanti per disperdere le proteste contro il Gnu, nel quartiere Abu Salim e in piazza dei Martiri, a Tripoli. Nelle sparatorie sono rimaste ferite almeno tre persone, secondo l’Ong Libya Crimes Watch.
Il 12 maggio, dopo che erano emerse notizie dell’uccisione a Tripoli di uno dei più potenti leader delle milizie, Abdel Ghani al-Kikli, conosciuto anche come Gheniwa, sono scoppiati scontri armati in aree residenziali densamente popolate tra milizie rivali, tra cui la Brigata 444, affiliata al Gnu, al-Radaa, e l’Autorità di supporto alla stabilità. Gli scontri hanno visto l’utilizzo di armi di grosso calibro, tra cui cannoni antiaerei, in modo improprio e impreciso. Secondo una Ong con base a Tripoli negli scontri hanno perso la vita 53 civili.
Il ministero dell’Interno ha annunciato di avere ricevuto 69 denunce da parte di residenti di Tripoli le cui proprietà, comprese case e automobili, erano state danneggiate.
A maggio, il Gnu ha sciolto il Dipartimento delle operazioni e della sicurezza giudiziaria (Department of Operations and Judicial Security – Dojs), e ha integrato i suoi membri nel ministero dell’Interno. Lo ha fatto senza condurre verifiche individuali per escludere e assicurare alla giustizia coloro che erano ragionevolmente sospettati di coinvolgimento in ben documentati crimini di diritto internazionale contro persone libiche, migranti, richiedenti asilo e rifugiate.
In seguito al licenziamento a maggio di Lofti al-Harari, ex capo dell’agenzia per la sicurezza interna (Internal Security Agency – Isa), le autorità non sono state in grado di indagare atti di tortura e altri crimini di diritto internazionale che sarebbero stati commessi sotto il suo comando.
A luglio, il pubblico ministero ha emesso mandati di cattura per 172 membri della milizia Autorità di supporto alla stabilità (Stability Support Authority – Ssa), che era stata sotto il comando di Gheniwa (v. sopra, Attacchi illegali), in relazione a episodi di omicidio, tortura, rapimento e detenzione arbitraria. La procura ha disposto la detenzione di 11 uomini, ma non ha affrontato lo status dei rimanenti sospettati.
Ad agosto, l’Icc ha reso noto di avere emesso in precedenza il 10 novembre 2020 un mandato d’arresto nei confronti di Saif Suleiman Sneidel, un membro del Gruppo 50, un sottogruppo armato della Brigata al-Saiqa, affiliata alle Laaf. Saif Suleiman Sneidel era accusato di avere commesso i crimini di guerra di omicidio, tortura e atrocità alla dignità personale, a Bengasi e nelle aree circostanti. Sia lui sia altri sette libici, su cui pendeva un mandato d’arresto dell’Icc, rimanevano latitanti.
A settembre, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione che ha rinnovato la sua assistenza tecnica e attività di capacity building in Libia, che tuttavia non prevedeva alcuna componente di monitoraggio e indagine, caldeggiata dalle Ong, e che rischiava di consolidare ulteriormente l’impunità.
A novembre, il pubblico ministero ha ordinato la detenzione di Osama Njeem, ex capo del Dojs e membro storico della milizia al-Radaa, contro il quale l’Icc aveva spiccato un mandato d’arresto. L’ordine di detenzione era stato emesso in relazione a episodi di tortura e altro trattamento crudele e degradante di persone recluse della prigione di Mitiga e a un decesso in custodia. A gennaio, l’Italia aveva arrestato Osama Njeem ma non aveva provveduto a consegnarlo all’Icc e lo aveva riportato in Libia. A ottobre, l’Icc ha rilevato che l’Italia non aveva rispettato i suoi obblighi internazionali ai sensi dello Statuto di Roma, non dando correttamente esecuzione alla richiesta del tribunale di arresto e consegna di Osama Njeem mentre si trovava sul territorio italiano.
Il 1° dicembre, le autorità tedesche hanno consegnato all’Icc Khaled Mohamed Ali El Hishri (conosciuto anche come al-Buti), altro membro storico e figura di spicco della milizia al-Radaa. L’Icc aveva emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, sempre in relazione agli episodi avvenuti nella prigione di Mitiga.
Donne e ragazze
Le donne hanno subìto discriminazioni nella legge e nella prassi, anche in relazione a questioni come matrimonio, custodia della prole, diritti di cittadinanza, accesso a cariche politiche e impiego.
A marzo, l’Isa con base a Tripoli ha arrestato una creatrice di contenuti per social media con accuse infondate di “produzione e pubblicazione di materiale pornografico”, dopo che aveva condiviso contenuti personali. La procura ha disposto nei suoi confronti un provvedimento di custodia cautelare di 10 giorni.
Persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate
Le relazioni omosessuali consensuali tra persone adulti sono rimaste criminalizzate. L’Isa di Tripoli e altri gruppi armati e milizie hanno arrestato almeno nove individui a Tripoli a causa del loro reale o percepito orientamento sessuale e/o dell’identità di genere, secondo la Libya Crimes Watch.
A febbraio, l’Agenzia per il supporto alle direzioni per la sicurezza nelle regioni, una milizia affiliata al ministero dell’Interno, ha pubblicato un video che mostrava nove uomini e due donne che “confessavano” di avere commesso “omosessualità” e “di avere formato una rete finalizzata a diffondere l’Hiv”.
Minoranze etniche e popoli nativi
I membri delle comunità tebu e tuareg, che non avevano carte d’identità nazionali a causa delle discriminatorie leggi e disposizioni che disciplinano il diritto alla nazionalità libica, hanno incontrato ostacoli nell’accesso all’istruzione e ai servizi di assistenza medica.
Tra agosto e ottobre, il battaglione Subul al-Salam, un gruppo armato sotto il comando delle Laaf, e la polizia affiliata alle Laaf del distretto di Kufra hanno compiuto uccisioni illegali, arresti arbitrari e sparizioni forzate contro membri della comunità tebu nel distretto di Kufra, sulla base della loro origine etnica.
Le forze di sicurezza, le milizie, i gruppi armati e altri attori non statali presenti sul territorio libico hanno continuato a commettere diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani e abusi contro persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti, agendo nell’impunità.
La Lcg supportata dall’Ue nella Libia occidentale, i gruppi armati Forze navali speciali libiche affiliate alle Laaf e il Tbz nella Libia orientale hanno intercettato in mare almeno 26.940 persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti e li avevano rimandati con la forza in Libia.
Il 24 agosto, la Lcg ha sparato raffiche di colpi d’arma da fuoco verso la nave di soccorso dell’Ong Ocean Viking da una motovedetta sovvenzionata dall’Ue, donata dall’Italia. Il 26 settembre, la Lcg ha sparato colpi contro la nave di soccorso dell’Ong Sea-Watch. La Commissione europea ha dichiarato che le autorità libiche avevano aperto “un’indagine” su quest’ultimo episodio.
A maggio, il Gnu ha sciolto la Direzione per la lotta alla migrazione illegale (Directorate for Combating Illegal Migration – Dcim), un dipartimento controllato dal ministero dell’Interno ma con un proprio bilancio, sostituendolo con un nuovo organismo, l’Amministrazione generale per la lotta alla migrazione illegale, sotto il ministero dell’Interno. La decisione ha portato alla chiusura della maggior parte dei centri di detenzione di Tripoli gestiti dalla Dcim, a esclusione del centro di detenzione Tajoura. Anche i centri di detenzione della Dcim nella Libia orientale sono rimasti operativi. Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, la Dcim continuava a trattenere in territorio libico almeno 5.818 persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti. Altre migliaia erano trattenute direttamente da milizie e gruppi armati in centri di detenzione non ufficiali.
Le persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti erano trattenute in condizioni crudeli e disumane sia nei centri di detenzione gestiti dalla Dcim sia in quelli non ufficiali.
Le guardie di frontiera libiche (affiliate al ministero dell’Interno), la Dcim e i gruppi armati hanno arrestato arbitrariamente centinaia di persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti, che erano state espulse e trasferite collettivamente in Libia dalle autorità tunisine e algerine (cfr. Tunisia).
I gruppi armati affiliati alle Laaf hanno continuato a espellere collettivamente e forzatamente migliaia di persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti, senza rispettare le procedure dovute.
Il 7 e 8 febbraio, due fosse comuni contenenti un totale di 93 corpi sono state trovate nei distretti di Wahat (nel nord-est) e di Kufrah (sud-ovest), nell’ambito delle perquisizioni del ministero dell’Interno nei siti legati alla tratta di esseri umani.
A marzo, forze affiliate al Gnu hanno guidato un’ondata di arresti di massa e su base etnica di persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti subsahariane, in tutta la Libia occidentale. La repressione ha coinciso con un aumento dei discorsi d’odio che incitavano alla discriminazione razziale e alla violenza contro le persone di provenienza subsahariana, da parte di utenti dei social media e autorità del Gnu. Ne sono conseguite violenze razziali che hanno portato alla morte di un cittadino straniero, il 13 marzo, nella città di Sabrata.
A marzo anche l’Isa con base a Tripoli ha lanciato una campagna repressiva contro le organizzazioni umanitarie internazionali che assistevano persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti. Ha sospeso per diversi mesi le operazioni di 10 organizzazioni, sottoponendo membri dello staff a interrogatori illegali e alla confisca dei passaporti. Il 9 ottobre, il ministero degli Affari esteri ha informato Medici senza frontiere che aveva un mese di tempo per chiudere le sue operazioni nel paese.
La Libia ha mantenuto la pena di morte per un’ampia gamma di reati. I tribunali hanno continuato a emettere condanne a morte per omicidio al termine di processi gravemente iniqui. Non sono state segnalate esecuzioni.
La Libia non aveva ancora né ratificato l’Accordo di Parigi né presentato piani formali per la mitigazione e l’adattamento ai cambiamenti climatici. È rimasta uno dei principali produttori di combustibili fossili dell’Africa.
Note:
1 Libya: Harsh sentences punishing freedom of thought following grossly unfair trial, 12 agosto.