Foto di Ali Jadallah/Anadolu via Getty Images
Conflitti armati, aumento delle pratiche autoritarie, crisi economiche, sociali e climatiche e il genocidio di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata hanno avuto conseguenze devastanti per milioni di persone in tutta la regione nel 2025, in particolare per le comunità marginalizzate.
Israele ha commesso molteplici crimini di guerra e crimini contro l’umanità, compreso genocidio, contro la popolazione palestinese di Gaza. Il genocidio è proseguito anche dopo il cessate il fuoco del 9 ottobre. Israele ha distrutto o gravemente danneggiato praticamente tutte le abitazioni, gli edifici storici e le infrastrutture civili di Gaza, infliggendo deliberatamente condizioni di vita pianificate per provocare la distruzione fisica della popolazione palestinese di Gaza. Ciò ha implicato tra l’altro la continuazione e l’inasprimento del blocco in vigore illegalmente da 18 anni, utilizzato per negare sistematicamente alle persone palestinesi l’accesso agli aiuti umanitari e ad altre forniture e servizi essenziali e per creare una catastrofe umanitaria. La stragrande maggioranza dei due milioni di palestinesi di Gaza è stata sfollata illegalmente, affamata e privata di cure mediche e riparo adeguati.
Israele ha inoltre lanciato attacchi militari contro Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen, che in alcuni casi hanno ucciso o ferito civili. Nel Libano meridionale, Israele ha estensivamente distrutto proprietà civili. Il sistema di apartheid imposto da Israele contro tutta la popolazione palestinese ha avuto un pesante bilancio, in particolare nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, attraverso operazioni militari ad alta intensità e un forte aumento della violenza dei coloni sostenuti dallo stato.
Proteste di massa contro il genocidio di Israele si sono diffuse in varie parti del mondo. Un’ampia gamma di organizzazioni, organismi internazionali e stati hanno riconosciuto che Israele stava commettendo genocidio. Ciononostante, i governi mondiali non hanno saputo intraprendere azioni significative per fermare il genocidio o per porre fine all’occupazione illegale da parte di Israele.
In tutta la regione, governi e gruppi armati non statali hanno represso il dissenso, con i governi che hanno fatto sempre più spesso ricorso a pratiche autoritarie. Le autorità hanno detenuto, torturato e perseguito ingiustamente voci critiche e dell’opposizione, punendole con pesanti sentenze, compresa la pena capitale. Spesso a essere prese di mira sono state figure come giornalisti, dissidenti, difensori dei diritti umani, attivisti per i diritti delle donne e sindacalisti.
In Siria, la caduta del governo di Assad verso la fine del 2024 ha creato un’apertura per lo spazio civico e i processi di giustizia transizionale. Permanevano tuttavia problematiche significative, come garantire giustizia per gli omicidi di stampo settario e creare un ambiente favorevole al prosperare della società civile.
La discriminazione ha continuato a opprimere la vita di milioni di persone nell’intera regione per motivi di genere, razza, nazionalità, etnia, religione, orientamento sessuale, identità o espressione di genere e classe. Diversi paesi hanno intensificato le violazioni dei diritti umani contro le persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti.
Nonostante le catastrofiche conseguenze della crisi climatica, i principali stati produttori di combustibili fossili della regione hanno mantenuto o incrementato i loro livelli di produzione.
Il genocidio di Israele contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza è continuato per tutto il 2025 con il persistente diniego d’accesso a un’assistenza umanitaria adeguata, in un contesto segnato dallo sfollamento forzato continuo di quasi tutta la popolazione, devastanti bombardamenti militari e un’estesa distruzione di proprietà e infrastrutture civili.
A marzo, Israele ha unilateralmente posto fine alla tregua concordata il 19 gennaio e ha immediatamente intensificato i violenti attacchi militari su Gaza. Un cessate il fuoco concordato a ottobre ha fatto scattare il rilascio di tutte le 20 persone in ostaggio vive ancora trattenuti dai gruppi armati palestinesi e di quasi 2.000 persone prigioniere e detenute palestinesi trattenute da Israele. Tuttavia, gli attacchi militari di Israele sono continuati, uccidendo ulteriori 415 palestinesi, tra il cessate il fuoco e la fine dell’anno.
Durante il 2025, Israele ha ucciso 26.791 palestinesi di Gaza e ne ferito 64.065, il 60 per cento erano minori, donne e persone anziane. Israele ha continuato ad attaccare luoghi civili sovraffollati, compresi café, mercati gremiti di gente e scuole dove avevano trovato riparo coloro che erano stati costretti a sfollare internamente a causa delle sue operazioni militari.
Una giornata particolarmente nefasta è stata il 18 marzo, quando una serie di raid israeliani lanciati su tutta la Striscia di Gaza ha ucciso almeno 414 palestinesi, tra cui 174 minori. Il 23 marzo, le forze israeliane hanno attaccato veicoli che recavano insegne umanitarie, comprese cinque ambulanze, uccidendo 15 persone impegnate nei soccorsi, tra cui paramedici della Mezzaluna Rossa. Il 30 giugno, in un attacco indiscriminato, l’esercito israeliano ha colpito il popolare café al-Baqa, uccidendo 32 persone, in maggioranza civili.
Lo sfollamento di massa causato dagli ordini israeliani o la distruzione di interi quartieri hanno causato enormi danni fisici e mentali. A maggio, in assenza di una necessità militare alla base, Israele ha senza motivo demolito la città meridionale di Khuza, lasciando senzatetto 11.000 palestinesi. Il 5 settembre, Israele ha avviato una campagna per distruggere gli edifici residenziali e commerciali più alti presenti a Gaza City, radendo al suolo almeno 16 strutture multipiano in 10 giorni, e distruggendo campi improvvisati allestiti nelle loro vicinanze, causando l’ulteriore sfollamento di migliaia di famiglie.
Il genocidio di Israele ha contemplato la deliberata orchestrazione di una crisi umanitaria a Gaza. A metà agosto, oltre mezzo milione di palestinesi della Striscia di Gaza versava in una situazione di carestia/catastrofe, il livello più alto della classificazione di insicurezza alimentare. Mentre 1,4 milioni erano al secondo o al terzo livello più critico. Secondo l’Ocha, solo a luglio, sono stati registrati quasi 13.000 nuovi ricoveri ospedalieri di minori con malnutrizione acuta. Per il terzo anno consecutivo, Israele ha vietato tutte le evacuazioni mediche da Gaza verso la Cisgiordania e Israele, nonostante le ingiunzioni dei tribunali, e ha severamente limitato le evacuazioni mediche verso l’estero, causando morti evitabili.
Tra il 2 marzo e il 19 maggio, Israele ha imposto un assedio totale su Gaza. Il suo temporaneo allentamento dopo il 19 maggio ha continuato a non permettere l’ingresso di alcune forniture essenziali, come carburante e gas da cucina. Il 9 marzo, le autorità israeliane hanno interrotto l’erogazione dell’elettricità all’ultimo impianto di desalinizzazione di Gaza. Senza carburante, i generatori elettrici non potevano far funzionare le attrezzature ospedaliere. Inoltre, tra fine maggio e agosto, le forze israeliane e i loro contractor ingaggiati per attività di sicurezza hanno ucciso almeno 859 palestinesi, mentre cercavano disperatamente un sostegno dal programma di distribuzione militarizzata degli aiuti gestito dalla Gaza Humanitarian Foundation.
Israele ha causato distruzioni estese alle strutture culturali, religiose, mediche ed educative palestinesi. L’esercito israeliano ha distrutto tutti gli istituti universitari e d’istruzione superiore di Gaza, centinaia di moschee e tre chiese. La maggior parte delle scuole è stata trasformata in rifugi per persone sfollate, diventando successivamente bersaglio dei raid aerei israeliani e dai loro “robot” da demolizione teleguidati. Le forze israeliane hanno distrutto strutture di salute riproduttiva e di assistenza medica per le donne, e bloccato gli aiuti per la salute riproduttiva.
A fine 2025, le forze israeliane continuavano a essere pienamente schierate in oltre il 58 per cento della Striscia di Gaza. Amnesty International ha messo in guardia sulla “pericolosa illusione che la vita a Gaza stia tornando alla normalità” dopo il cessate il fuoco di ottobre, ribadendo che “il mondo non deve lasciarsi ingannare. Il genocidio di Israele non è finito”.
Israele deve porre fine al suo genocidio contro la popolazione palestinese di Gaza, rispettando tra l’altro i suoi obblighi legali di consentire il libero accesso degli aiuti, revocando completamente il blocco illegale e rimuovendo la sua presenza militare illegale, come indicato dalla Corte internazionale di giustizia nelle sue Opinioni consultive.
Israele ha continuato a imporre il suo sistema di apartheid attraverso l’oppressione e la dominazione su tutta la popolazione palestinese, controllandone i diritti. Attraverso leggi, politiche e pratiche, Israele l’ha reso geograficamente e politicamente frammentata, frequentemente impoverita e in un costante stato di paura e insicurezza. Nel 2025, l’Ocha ha contato in Cisgiordania 849 blocchi stradali e posti di blocco, che hanno ostacolato il movimento delle persone palestinesi tra i villaggi e le città palestinesi, e ritardato l’accesso dei servizi di emergenza.
Le autorità israeliane hanno continuato a demolire edifici, sfollando in modo permanente palestinesi, con l’Ocha che ha registrato il numero più alto di demolizioni e sfollamenti mai registrato in un anno dal 2009. Sono stati creati 86 nuovi avamposti illegali e sono stati approvati 54 insediamenti illegali, che si sono aggiunti ai circa altri 371 già esistenti, secondo Yesh Din, un’organizzazione israeliana anti-occupazione.
L’esercito e le autorità di governo d’Israele hanno lasciato in maniera crescente che i coloni attaccassero e terrorizzassero palestinesi nell’impunità, o li hanno incoraggiati a farlo, con l’esercito israeliano che in alcuni casi ha preso parte alle violenze gratuite e protetto i coloni. Gli attacchi hanno portato all’espulsione di circa 220 famiglie di 19 villaggi della Cisgiordania, secondo l’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem. I villaggi di Jinba e Shi’b al-Butum, nelle Colline meridionali di Hebron, sono stati ripetutamente attaccati. L’Ocha ha registrato più di 1.600 attacchi violenti di coloni nei primi 10 mesi del 2025.
Per tutto l’anno, l’esercito israeliano ha condotto attacchi ad alta intensità, compresi raid aerei, nel nord della Cisgiordania, provocando uccisioni, distruzione su larga scala di case e infrastrutture e lo sfollamento di decine di migliaia di palestinesi, in particolare coloro che già vivevano nei campi per rifugiati. Verso fine novembre, è emerso un video che mostrava soldati israeliani a Jenin che sottoponevano a esecuzione sommaria due uomini palestinesi dopo che dalle immagini erano sembrati arrendersi.
Esponenti di spicco del governo israeliano hanno continuato a lodare e glorificare la violenza contro la popolazione palestinese, compresi gli arresti arbitrari, le torture e i maltrattamenti inflitti contro persone in custodia israeliana, incluso lo stupro e altra violenza sessuale, e il diniego di diritti fondamentali come cibo e cure mediche. Almeno 98 palestinesi hanno perso la vita in custodia israeliana tra ottobre 2023 e novembre 2025, secondo la sezione israeliana di Physicians for Human Rights.
Nei villaggi beduini del Negev/Naqab, nel sud d’Israele, le autorità israeliane hanno demolito circa 5.000 abitazioni allo scopo di ampliare le comunità ebraiche. La polizia israeliana ha demolito circa 60 case e strutture nel villaggio beduino palestinese di Al-Sir, rendendo senzatetto oltre 1.500 residenti. A novembre, la Corte suprema israeliana ha approvato lo sgombero di oltre 500 abitanti del villaggio beduino palestinese non riconosciuto di Ras Jrabah.
Amnesty International chiede agli stati, alla comunità internazionale e alle aziende di intensificare la loro pressione su Israele affinché rispetti gli obblighi internazionali di smantellare il sistema di apartheid contro tutta la popolazione palestinese, di cui controlla i diritti, e di porre fine alla sua occupazione illegale del Territorio Palestinese Occupato.
Oltre alle sue operazioni militari nel Territorio Palestinese Occupato, Israele ha lanciato attacchi su Iran, Libano, Qatar, Siria e Yemen, causando in alcuni casi morti o ferimenti tra la popolazione civile.
Il 13 giugno, Israele ha lanciato un’offensiva di 12 giorni contro l’Iran, danneggiando infrastrutture civili e uccidendo più di 1.100 persone, tra cui 45 minori. Il 23 giugno, le forze israeliane hanno preso di mira il carcere di Evin, nella capitale Teheran, uccidendo almeno 80 civili e causando danni estesi al complesso penitenziario. L’attacco costituiva una grave violazione del diritto internazionale umanitario che richiedeva l’apertura di un’indagine come crimine di guerra. L’Iran ha lanciato in rappresaglia missili e droni contro Israele, utilizzando illegalmente munizioni a grappolo e uccidendo almeno 29 persone, tra cui minori.
Il 9 settembre, raid aerei israeliani lanciati su un complesso residenziale nella capitale del Qatar, Doha, dove si stavano svolgendo i negoziati per il cessate il fuoco, hanno ucciso sei persone.
Nonostante un cessate il fuoco concordato a novembre 2024 tra Israele e il gruppo armato Hezbollah, Israele ha continuato a compiere regolarmente attacchi militari in Libano, causando estese distruzioni. Tra novembre 2024 e settembre 2025, l’Ohchr, l’ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha confermato che dall’inizio del cessate il fuoco in Libano erano state uccise 103 persone civili.
Una ricerca di Amnesty International ha documentato come l’esercito israeliano abbia distrutto o danneggiato estensivamente più di 10.000 strutture civili, oltre che terreni agricoli nel Libano meridionale tra ottobre 2024 e gennaio 2025, sia prima che dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco.
Il 18 marzo, il gruppo armato huthi in Yemen ha ripreso i suoi attacchi con missili e droni contro Israele. Tra maggio e settembre, Israele ha lanciato raid su importanti infrastrutture nel nord dello Yemen, uccidendo e ferendo stando alle notizie centinaia di civili.
In Yemen, i conflitti in corso hanno continuato ad aggravare crisi economiche e umanitarie già devastanti. Amnesty International ha documentato un raid aereo statunitense, che dovrebbe essere indagato come crimine di guerra, contro un centro di detenzione per migranti a Sa’ada, nel nord-ovest dello Yemen, causando decine di morti e feriti tra migranti di provenienza africana nelle mani dalle autorità de facto huthi.
Gravi episodi di combattimento hanno infiammato sporadicamente la Siria per tutto il 2025. Il 6 marzo, gruppi armati affiliati al deposto governo hanno attaccato siti militari e postazioni di sicurezza nei governatorati costieri a maggioranza alawita. In risposta, il governo, affiancato dalle milizie, ha lanciato una controffensiva, che ha provocato massacri in cui sono state uccise circa 1.400 persone, principalmente civili, e che hanno visto anche uccisioni a sfondo settario di membri della comunità alawita da parte delle forze filogovernative.
A luglio, nel sud della Siria sono scoppiati scontri tra combattenti drusi e beduini. Dopo che il governo era intervenuto nel governatorato di Suwayda, Amnesty International ha documentato che le truppe governative e le forze loro affiliate avevano sottoposto a esecuzione extragiudiziale 46 uomini e donne appartenenti alla minoranza drusa nell’arco di due giorni a luglio. Anche Israele ha lanciato raid su Suwayda nello stesso periodo e Amnesty International ha ricevuto segnalazioni credibili di violazioni commesse da altri gruppi coinvolti nei combattimenti. Queste comprendevano il rapimento di un operatore umanitario da parte di gruppi armati drusi. In Libia, il 12 maggio a Tripoli sono scoppiati scontri armati tra milizie rivali in aree residenziali abitate in cui sono state utilizzate armi di grosso calibro, compresi cannoni antiaerei, in modo improprio e impreciso. Una Ong con base a Tripoli ha riportato che negli scontri avevano perso la vita 53 civili.
Tutte le parti coinvolte nei conflitti armati devono rispettare il diritto internazionale umanitario, in particolare ponendo fine agli attacchi diretti contro civili e le infrastrutture civili, e agli attacchi indiscriminati e sproporzionati. I governi stranieri devono cessare i trasferimenti di armi, quando sussista un rischio evidente che saranno utilizzate per commettere o facilitare genocidio e altre gravi violazioni dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario.
Diversi stati della regione hanno fatto sempre più spesso ricorso a pratiche autoritarie durante il 2025, reprimendo un’ampia gamma di diritti umani ed estendendo il giro di vite sul dissenso, anche online.
In Tunisia, le autorità hanno intensificato la loro soppressione del dissenso, anche prendendo di mira organizzazioni e difensori dei diritti umani e staff di Ong. A figure che si opponevano al governo sono state imposte sentenze punitive al termine di processi di massa politicamente motivati ai sensi di legislazioni antiterrorismo o contro i reati informatici. A novembre, una corte d’appello di Tunisi ha confermato le condanne fino a 45 anni di carcere contro persone come politici d’opposizione di vario orientamento politico, difensori dei diritti umani e attivisti imputati nel caso giudiziario noto come il “caso del complotto”, al termine di un processo viziato. Il decreto-legge 54 è stato utilizzato per mettere a tacere persone come giornalisti dissidenti, utenti dei social media, avvocati, artisti e attivisti. In Egitto, le autorità hanno continuato a soffocare le associazioni della società civile e i media indipendenti e a punire le critiche verso il governo. Le forze di sicurezza hanno arbitrariamente detenuto persone come giornalisti, ricercatori e dissidenti, e le hanno sottoposte a sparizione forzata, detenzione incommunicado, tortura e maltrattamento.
Una diffusa e dura repressione del dissenso ha continuato a dilagare negli stati del Golfo. L’Arabia Saudita ha fortemente limitato il diritto alla libertà d’espressione e d’associazione, con persone critiche del governo e impegnate nella difesa dei diritti umani esposte al rischio di incorrere in lunghe pene detentive, processi profondamente viziati, divieti di viaggio e un uso crescente della pena capitale. Il vicino Oman ha introdotto una nuova legge sulla cittadinanza che consentiva alle autorità di revocare la cittadinanza omanita di persone che “offendono” l’Oman o il sultano, o che appartengono a un gruppo, partito od organizzazione che abbraccia princìpi che “danneggiano gli interessi” del paese. Anche la libertà di stampa è stata ulteriormente limitata.
In Iraq, le autorità hanno utilizzato vaghe norme di legge che criminalizzano le violazioni sul “contenuto indecente” e la “morale pubblica” per colpire persone critiche, attiviste e media indipendenti. A maggio, la Commissione giordana per i media ha bloccato 12 siti web di media locali ed esteri per “avere diffuso veleno mediatico e attaccato la Giordania e i suoi simboli nazionali”. Secondo il Centro palestinese per lo sviluppo e le libertà dei media, 12 giornalisti e giornaliste sono stati trattenuti dalla polizia palestinese per periodi compresi da poche ore a due settimane, durante i quali sono stati interrogati in relazione al loro lavoro.
In tutta la regione, le autorità hanno represso proteste pacifiche vietandole o disperdendole con la forza.
In Algeria, la polizia ha arrestato manifestanti che non facevano ricorso alla violenza durante le manifestazioni e gli scioperi per i diritti dei lavoratori di gennaio e febbraio. Durante le proteste iniziate il 28 dicembre a Teheran e diffusesi rapidamente nell’intera nazione, le forze di sicurezza sono intervenute con fucili, pistole caricate con pallini di metallo, gas lacrimogeni e pestaggi per disperdere manifestanti in larga parte pacifici che chiedevano la caduta del sistema della Repubblica islamica. A fine anno, le uccisioni accertate erano almeno due e molte persone avevano riportato ferite terribili. In Palestina, le forze di sicurezza gestite da Hamas hanno arbitrariamente detenuto e torturato dimostranti che avevano organizzato manifestazioni pacifiche a Beit Lahia, a marzo e aprile.
I governi devono rispettare i diritti alla libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica, anche assicurando che persone come giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani possano godere di questi diritti senza essere perseguite penalmente o vessate, e rilasciando chi è in carcere per avere esercitato questi diritti.
Processi iniqui e altre violazioni dei diritti umani hanno compromesso i sistemi di giustizia penale in tutta la regione. In Egitto e Libia, nonostante alcuni rilasci attesi da tempo, migliaia di persone sono rimaste arbitrariamente detenute senza base legale o in seguito a processi iniqui, in un contesto caratterizzato da sparizioni forzate, tortura e maltrattamento e detenzione in incommunicado. In Iran, la magistratura mancava di indipendenza e si è resa complice di sparizioni forzate e torture.
In Tunisia, la magistratura era priva di indipendenza e i tribunali hanno emesso pesanti sentenze al termine di processi di massa iniqui. A febbraio, il tribunale di primo grado di Tunisi ha stabilito che i prossimi processi per “terrorismo” si sarebbero svolti con gli imputati in collegamento da remoto dal carcere. Legali che rappresentavano gruppi di opposizione politica e vittime di violazioni sono stati presi di mira con indagini penali basate su accuse inventate come “diffusione di notizie false”.
Nella Regione del Kurdistan iracheno, il noto giornalista Sherwan Sherwani è stato condannato a un nuovo periodo di carcerazione di quattro anni e sei mesi sulla base di accuse inventate, pochi giorni prima della prevista scarcerazione ad agosto. La sua ricondanna si inseriva in un modello documentato in cui la magistratura prolungava la detenzione di persone come giornalisti, attivisti e critici delle autorità attraverso accuse che si susseguivano.
In Egitto, le autorità hanno continuato a rinviare a giudizio persone come giornalisti, avvocati, difensori dei diritti umani e altre trattenute in detenzione cautelare prolungata davanti ai circuiti speciali competenti per terrorismo dei tribunali penali in relazione ad accuse in materia di terrorismo, che in molti casi erano basate esclusivamente sull’esercizio dei diritti umani. Questi tribunali hanno sistematicamente violato le garanzie di equità processuale.
In Giordania, migliaia di persone sono rimaste in detenzione amministrativa in quanto considerate “un pericolo per il popolo” dai governatori locali. Erano trattenute senza accusa o accesso a un organo giudiziario per contestare la legalità della loro detenzione.
Le autorità giudiziarie in Algeria hanno ripetutamente violato il diritto a un processo equo, anche disponendo la detenzione cautelare di individui senza necessità; portando in tribunale persone accusate senza informare i loro legali; e sottoponendole a udienze di tribunale accelerate.
I processi in Iran sono stati sistematicamente iniqui e hanno portato a detenzioni ed esecuzioni arbitrarie. La nuova legge sullo spionaggio ha ulteriormente eroso i diritti di equità processuale.
Le autorità devono garantire i diritti delle persone imputate a un equo processo, rispettare l’indipendenza della magistratura e astenersi dall’abusare del sistema giudiziario per perseguire il dissenso.
La maggior parte degli stati della regione ha emesso condanne a morte durante il 2025.
L’Iran ha effettuato il numero più alto di esecuzioni in un anno da decenni. L’escalation è stata determinata dall’uso crescente della pena capitale come strumento di repressione politica e da politiche antidroga letali. Esecuzioni di massa hanno innescato sit-in pacifici e scioperi della fame nelle carceri. Il reato di “adulterio” è rimasto punibile con la morte per lapidazione. Le minoranze etniche hanno continuato a essere sproporzionalmente soggette alla pena capitale.
L’Arabia Saudita ha messo a morte centinaia di persone condannate per un’ampia gamma di reati, compresi reati in materia di droga e “terrorismo”. La maggior parte delle persone messe a morte per reati di droga erano cittadine straniere, che hanno dovuto affrontare ulteriori ostacoli per ottenere un processo equo. Le persone appartenenti alla minoranza sciita costituivano una significativa percentuale delle esecuzioni per reati di “terrorismo”. Molte esecuzioni riguardavano reati ta’zir (discrezionali), per i quali la legge non prevede una pena obbligatoria specifica. In uno sconcertante sviluppo, l’Arabia Saudita ha messo a morte almeno due giovani uomini per reati commessi quando erano minorenni.
Sono state effettuate esecuzioni anche in Egitto, Iraq, Kuwait e negli Uae. L’Algeria e il Kuwait hanno ampliato il campo di applicazione della pena di morte per coprire i reati in materia di droga.
I governi devono stabilire immediatamente una moratoria ufficiale sulle esecuzioni con l’obiettivo di arrivare all’abolizione della pena di morte.
Gravi crisi economiche e sociali hanno avuto un duro impatto sulla vita delle persone in una regione colpita da conflitti, pressioni finanziarie e cambiamento climatico e senza un sistema di protezione sociale universale. Le comunità colpite più duramente erano già svantaggiate, vivendo in condizioni che impedivano il pieno esercizio dei loro diritti economici e sociali, come salute, acqua, alloggio e a uno standard di vita adeguato. Coloro che protestavano per i loro diritti socioeconomici sono frequentemente andati incontro a forme di repressione.
Milioni di persone in condizioni di povertà in Egitto hanno dovuto affrontare nuove difficoltà. Ad agosto, le autorità egiziane hanno legiferato per porre fine a tutti i vecchi contratti di locazione e decretato misure che minacciavano l’accessibilità economica degli alloggi per le persone a basso reddito. Lavoratori e lavoratrici del settore dell’abbigliamento scesi in sciopero a gennaio sono stati arrestati e successivamente licenziati.
I governi di diversi paesi, compresi gli stati del Golfo, non hanno saputo tutelare i lavoratori e le lavoratrici migranti a basso salario da forme di sfruttamento estremo sul lavoro e altri abusi, e hanno negato loro il diritto di formare sindacati indipendenti.
L’improvvisa e irresponsabile interruzione della cooperazione estera da parte dell’amministrazione Usa agli inizi dell’anno ha messo a rischio la salute e i diritti umani di milioni di persone che nella regione dipendevano dagli aiuti umanitari. In Yemen, personale umanitario ha descritto ad Amnesty International come la decisione degli Usa di tagliare il finanziamento degli aiuti avesse portato alla chiusura di servizi di assistenza e di protezione salvavita, come ad esempio terapie contro la malnutrizione per minori, donne in gravidanza e allattamento, strutture protette per le persone sopravvissute a violenza di genere e servizi di assistenza medica per minori che soffrivano di colera e altre malattie.
I governi devono sostenere i diritti economici e sociali delle persone, anche istituendo sistemi di protezione sociale universale che consentano a chiunque, compresi i gruppi marginalizzati, di accedere a uno standard di vita adeguato che comprenda cibo, acqua e alloggi, oltre che servizi essenziali come assistenza sanitaria e istruzione. I governi devono inoltre rispettare il diritto dei lavoratori di aderire e formare sindacati indipendenti e di scioperare; dovrebbero anche estendere le tutele dello statuto dei lavoratori a tutti i lavoratori e le lavoratrici migranti.
La regione ha continuato a subire le conseguenze della crisi climatica, dannose e spesso pericolose per la vita, tra cui eventi metereologici estremi e scarsità d’acqua, e altri effetti di una cattiva gestione ambientale. Giordania, Libano, Marocco e Siria sono stati tra i paesi della regione che hanno sofferto una grave crisi idrica, compromettendo i diritti all’acqua, alla salute a uno standard di vita adeguato; questa ha colpito in modo sproporzionato le comunità rurali, le persone rifugiate e le famiglie a basso reddito.
Le autorità dell’Iran non hanno saputo arginare il degrado ambientale del paese, che ha colpito in modo sproporzionato le comunità marginalizzate. La crisi è stata segnata dalla perdita di ecosistemi; esaurimento delle falde acquifere; inquinamento dell’acqua; deforestazione; subsidenza del terreno; diminuzione delle riserve d’acqua e della salute del suolo; e inquinamento dell’aria, che ha contribuito a causare migliaia di morti.
Nel frattempo, i governi degli stati della regione ricchi di petrolio e gas non hanno saputo adottare misure adeguate che fossero in grado di fermare il cambiamento climatico, mitigarne gli effetti o fornire un sostegno adeguato alle persone più colpite. Il Bahrein ha ampliato la sua produzione di petrolio e gas; il Kuwait è rimasto uno dei massimi emettitori di gas serra pro capite del mondo; il Qatar era ancora uno dei principali esportatori di gas naturale liquefatto; e l’Arabia Saudita ha continuato a essere uno dei primi 10 emettitori di carbonio pro capite al mondo.
La distruzione di Gaza da parte di Israele ha rilasciato materiali tossici nei sistemi idrici causando un inquinamento permanente.
I governi devono intervenire con urgenza per mitigare la crisi climatica, anche riducendo le emissioni di carbonio e cessando l’estrazione e l’utilizzo dei combustibili fossili.
Le devastanti crisi politiche, umanitarie ed economiche del 2025 hanno aumentato il numero delle persone costrette ad abbandonare le loro case in cerca di sicurezza, con molte che sono andate incontro a violazioni dei diritti umani in questo percorso. Milioni di persone sono diventate sfollate interne in Iraq, Israele, Libano, Libia, Palestina, Siria e Yemen. In diversi paesi, attori statali e non statali hanno regolarmente violato i diritti delle persone sfollate internamente. Le forze di sicurezza, le milizie e i gruppi armati e altri attori non statali presenti sul territorio libico hanno continuato a commettere diffuse e sistematiche violazioni dei diritti umani e abusi contro persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti, agendo nell’impunità. Durante l’anno, le unità della guardia costiera libica supportata dall’Ue nella Libia occidentale e i gruppi armati Forze navali speciali libiche, affiliate alle Forze armate arabe libiche (Libyan Arab Armed Forces – Laaf) e Tariq Ben Zeyad, nella Libia orientale, hanno intercettato in mare oltre 25.000 persone e le hanno riportate con la forza in Libia, segnando un aumento rispetto all’anno precedente.
In Iraq rimanevano sfollate internamente oltre un milione di persone, che continuavano a vivere in condizioni sempre più degradate nel contesto del prolungato sfollamento, con molte che faticavano ad accedere a servizi vitali come assistenza medica, acqua e alloggio. Le condizioni di vita hanno continuato a deteriorarsi anche nei campi per sfollati interni della Regione del Kurdistan iracheno.
In Iran, più di 1,8 milioni di persone afgane, tra cui minori non accompagnati e separati, sono state espulse illegalmente o costrette a ritornare in Afghanistan. La campagna di espulsioni di massa ha implicato irruzioni violente nelle abitazioni, fermi e perquisizioni e arresti arbitrari. Persone afgane che rimanevano in Iran hanno affrontato violenze diffuse e discriminazione.
In Tunisia, le politiche in materia di migrazione e asilo sono state caratterizzate da diffuse violazioni dei diritti umani, principalmente dirette contro le persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti nere. I commenti rilasciati in pubblico da figure parlamentari e governative hanno contribuito a un’impennata della violenza razzista contro le persone migranti nere. Le autorità hanno continuato a effettuare espulsioni collettive e illegali altamente rischiose verso l’Algeria e la Libia su base regolare, spesso in seguito a intercettazioni in mare sconsiderate o arresti razzialmente mirati e frequentemente accompagnati da tortura e maltrattamento, compresa violenza sessuale disumanizzante. La continua sospensione da parte del governo dell’accesso all’asilo ha aggravato le violazioni contro le persone richiedenti asilo e rifugiate.
Da aprile in poi, le forze di sicurezza algerine hanno intensificato gli arresti di massa e le espulsioni collettive di persone migranti, richiedenti asilo e rifugiate nere e razzializzate. Centinaia di persone rifugiati e migranti sono state arbitrariamente arrestate in Libia in seguito alle loro espulsioni forzate e collettive da parte delle autorità tunisine e algerine. Queste persone e migliaia di altre rifugiate e migranti sono state detenute a tempo indefinito in Libia in condizioni crudeli e disumane e sottoposte a tortura e maltrattamento.
I governi devono porre fine alle detenzioni ed espulsioni illegali delle persone rifugiate, richiedenti asilo e migranti, rispettare i princìpi di non refoulement e non discriminazione e facilitare il rientro di sfollati e sfollate interni alle loro case su base volontaria e in sicurezza.
Donne e ragazze
In tutta la regione, le donne e le ragazze hanno continuato a subire discriminazioni nella legge e nella prassi, anche in termini di diritti di libertà di movimento, espressione, autonomia sul proprio corpo, eredità, divorzio, cariche politiche e opportunità d’impiego. La violenza di genere è rimasta un fenomeno radicato e diffuso, così come i femminicidi, con le autorità che si sono dimostrate sistematicamente incapaci di affrontare l’impunità per questi crimini.
Il parlamento iracheno ha garantito a una setta religiosa una maggiore autorità sul codice di famiglia, anche in materia di matrimonio e divorzio, accentuando così le divisioni settarie e mettendo ulteriormente a repentaglio i diritti delle donne. Non è stato inoltre in grado di codificare il reato di violenza domestica né di abrogare alcuni articoli controversi e discriminatori del codice penale, come quelli che prevedono attenuanti per i cosiddetti “delitti d’onore” e che permettono le punizioni corporali, in un contesto in cui la violenza domestica e altre forme di violenza di genere rimanevano fenomeni pervasivi.
In Iran, le autorità hanno continuato a trattare donne e ragazze come cittadini di serie B, negando loro parità di diritti in relazione a questioni come matrimonio, divorzio, nazionalità e custodia dei figli, impiego, eredità e cariche politiche. L’età legale del matrimonio per le ragazze è rimasta 13 anni. La diffusa resistenza all’obbligo di indossare il velo ha costretto le autorità a desistere dai violenti arresti di massa visti negli anni precedenti e a sospendere l’implementazione di una nuova legislazione sul velo. Ciononostante, le autorità hanno continuato a utilizzare le leggi e i regolamenti esistenti per fare rispettare l’obbligo di indossare il velo nei luoghi di lavoro, nelle università e in altre istituzioni del settore pubblico, lasciando le donne e le ragazze che opponevano resistenza costantemente esposte a vessazioni, aggressioni, arresti arbitrari, multe ed espulsioni dall’impiego e dall’istruzione.
Persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate
In molti stati della regione, le persone continuavano a incorrere in arresti e procedimenti penali per il loro orientamento sessuale o identità di genere. Alcune hanno ricevuto pesanti condanne dopo essere state giudicate colpevoli di relazioni omosessuali consensuali.
Il codice penale dello Yemen criminalizzava le relazioni omosessuali consensuali e il sesso anale; le pene previste andavano dalla carcerazione alla pena di morte per lapidazione. In Algeria e Marocco, le autorità hanno continuato a perseguire persone adulte per relazioni omosessuali consensuali; in Tunisia, i procedimenti giudiziari per reati di questo tipo sono aumentati.
Minoranze etniche e religiose
In tutta la regione, le persone appartenenti a comunità e minoranze nazionali, etniche e religiose hanno subìto una radicata discriminazione nella legge e nella prassi, anche in relazione ai loro diritti di culto e a vivere libere dalla persecuzione e altre gravi violazioni dei diritti umani.
In Iran, le minoranze etniche hanno subìto discriminazioni nell’accesso all’istruzione, al lavoro, a un alloggio adeguato e agli incarichi politici, oltre che altre violazioni dei diritti umani; membri di minoranze religiose sono stati arbitrariamente detenuti, perseguiti ingiustamente, torturati o maltrattati per avere professato o praticato la loro fede.
In Libia, tra agosto e ottobre, il battaglione Subul al-Salam, un gruppo armato sotto il comando delle Laaf, e la polizia affiliata alle Laaf hanno compiuto uccisioni illegali, arresti arbitrari e sparizioni forzate contro membri della comunità tebu nel distretto di Kufra, sulla base della loro origine etnica.
I governi devono porre fine alla discriminazione per motivi di razza, origine nazionale, etnia, religione, genere, orientamento sessuale e identità ed espressione di genere. Devono implementare riforme legislative e politiche per garantire parità di diritti a chiunque, senza alcuna discriminazione, e proteggere, promuovere e garantire i diritti alla libertà di pensiero, coscienza, religione e culto.