Le forze governative, i loro alleati e i gruppi armati hanno compiuto attacchi e uccisioni illegali. La violenza di genere legata al conflitto è rimasta diffusa, mentre i servizi di assistenza si sono ridotti. I progressi nella lotta all’impunità sono stati compromessi dalla mancata applicazione di alcuni mandati d’arresto. Il diritto alla libertà d’espressione è stato limitato. Un comitato delle Nazioni Unite ha chiesto maggiori garanzie contro le sparizioni forzate. Le carceri sono rimaste gravemente sovraffollate.
Gli sforzi di pace sono continuati attraverso un dialogo intermittente con i gruppi armati. Al 31 maggio, le persone sfollate internamente al paese erano circa 446.722.
Il presidente Faustin-Archange Touadéra si è candidato per un terzo mandato alle elezioni di dicembre.
Forze governative e loro alleati
La Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana (UN Multidimensional Integrated Stabilization Mission in the Central African Republic – Minusca) ha riportato che il 21 gennaio membri della milizia Wagner Ti Azandé (Wta) avevano circondato un campo che ospitava membri della comunità fulani, vicino alla città di Mboki, nella prefettura di Haut-Mbomou. Hanno separato gli uomini da donne e minori e il giorno seguente hanno sparato prima agli uomini, poi a donne e minori, uccidendo almeno 12 persone, tra cui sei minori. Diversi membri della Wta, tra cui i leader, sono stati arrestati per le uccisioni.
Ad aprile, le forze governative e le unità loro alleate avrebbero arrestato e torturato civili e bruciato circa 20 case durante le operazioni contro il gruppo armato Anti-balaka, nella località di Yadé e dintorni, nella prefettura di Ouham-Pendé.
Gruppi armati
Secondo un rapporto del segretario generale delle Nazioni Unite pubblicato a giugno, i gruppi armati hanno commesso diffuse violazioni in tutto il paese. Tra il 14 febbraio e il 9 marzo, vicino a Bozoum, nella prefettura di Ouham-Pendé, negli scontri che hanno visto coinvolti pastori transumanti, sospetti membri del gruppo armato Ritorno, reclamo e riabilitazione (3R) e locali gruppi di autodifesa, sono state uccise almeno 20 persone tra civili e ne sono state sfollate circa 10.000.
Tra il 25 e il 28 febbraio, gli attacchi compiuti dal 3R nella prefettura di Lim-Pendé, lungo l’asse Nzoro-Bocaranga-Bohong, hanno ucciso 13 civili e sono state bruciate centinaia di case. Nel frattempo, membri dell’Anti-balaka e del 3R, localizzati nei dintorni dei siti minerari e dei corridoi di transumanza, hanno sottoposto civili a uccisioni sommarie, rapimenti ed estorsioni.
Tra il 27 marzo e il 6 maggio, nelle città di Mboki, Obo e Zémio, nella prefettura di Haut- Mbomou, sospetti membri di Azande Ani Kpi Gbé hanno preso di mira civili della comunità fulani, uccidendo due donne e due minori e rapendo una persona. Il 28 marzo hanno teso un’imboscata a una pattuglia della Minusca vicino al villaggio di Tabane, uccidendo un peacekeeper keniano.
A maggio, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) ha dichiarato che i tagli del governo Usa mettevano a repentaglio i servizi di salute sessuale riproduttiva per quasi 70.000 donne e ragazze, in un contesto di elevati livelli di stupro segnalati, matrimoni infantili e mutilazioni genitali femminili.
Violenza di genere
Le Nazioni Unite hanno riportato che la violenza di genere legata al conflitto rimaneva diffusa e sottostimata. Tra il 2 febbraio e il 1° ottobre, la Minusca ha registrato 295 episodi di violenza sessuale legata al conflitto, per i quali i membri del 3R erano secondo le accuse i principali perpetratori, seguiti dalle forze governative.
Sono aumentate le segnalazioni di violenza sessuale, tratta di esseri umani e matrimoni forzati nel campo per rifugiati di Korsi, a Birao. Meno di un terzo delle sopravvissute ha ricevuto assistenza medica o psicologica entro le 72 ore. I tagli hanno costretto alla chiusura le due cliniche di assistenza alle vittime supportate dall’Unfpa.
A febbraio, Armel Sayo, ex leader nel gruppo armato Rivoluzione e giustizia, è stato incriminato per ribellione, crimini di guerra e crimini contro l’umanità legati alle attività della Coalizione militare per la salvezza e la ripresa del popolo, un gruppo armato che aveva fondato nel 2024. Era ancora in attesa di processo e, secondo la Minusca, a luglio era detenuto in un luogo segreto.
A giugno, il tribunale penale speciale (Special Criminal Court – Scc) ha giudicato sei ex membri del gruppo armato Fronte popolare per la rinascita della Repubblica Centrafricana colpevoli di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Quattro di loro sono stati processati in contumacia, a dimostrazione della persistente incapacità di eseguire dei mandati d’arresto.
A luglio, i giudici dell’Icc hanno condannato gli ex leader Anti-balaka Alfred Yékatom e Patrice-Edouard Ngaïssona rispettivamente a 15 e 12 anni di carcere, dopo averli giudicati colpevoli di molteplici crimini di guerra e crimini contro l’umanità, compiuti nel 2013 e 2014.
Secondo Reporters sans frontières, il cronista Ulrich Landry Nguéma Ngokpélé è stato arrestato l’8 maggio e trasferito nel carcere di Ngaragba il 14 maggio, per un articolo che aveva pubblicato riguardante il presunto ritorno nel paese dell’ex presidente in esilio, François Bozizé. Le accuse a suo carico comprendevano incitamento all’odio e alla rivolta e diffusione di informazioni che potrebbero turbare l’ordine pubblico. Rischiava fino a 15 anni di carcere. Ad agosto è stato rimesso in libertà provvisoria.
A maggio, l’assemblea nazionale ha adottato una legge riveduta sulla stampa e le comunicazioni. Il ministro delle Comunicazioni ha affermato che la legge avrebbe modernizzato, regolato e protetto il settore. Persone impiegate nei media hanno denunciato che la legge era un tentativo per imbavagliare la stampa, reintrodurre indebite sanzioni penali, ampliare le responsabilità della catena editoriale fino ai caporedattori e agli editori.
Nell’esaminare il primo rapporto periodico della Repubblica Centrafricana, a marzo il Comitato delle Nazioni Unite sulle sparizioni forzate ha raccomandato al governo di: rendere la sparizione forzata un reato distinto, in linea con la Convenzione internazionale contro le sparizioni forzate; introdurre il monitoraggio indipendente di tutte le strutture di detenzione; e garantire indagini tempestive e imparziali, la protezione di querelanti e testimoni, e il pieno esercizio dei diritti alla verità, giustizia e riparazione per le vittime.
Secondo il rapporto di giugno del segretario generale delle Nazioni Unite, l’accesso alle cure mediche, al cibo e all’acqua rimaneva limitato nelle carceri, a causa della carenza di personale e risorse. Il sovraffollamento è peggiorato e, secondo il monitoraggio delle Nazioni Unite, il carcere centrale di Ngaragba aveva raggiunto il 329 per cento oltre la sua capienza; con oltre il 65 per cento dei reclusi in attesa di processo. In risposta, a novembre un decreto presidenziale aveva cercato di ridurre alcune condanne.