Foto di RIJASOLO/AFP via Getty Images
I grandi conflitti armati dell’Africa Subsahariana sono proseguiti per lo più ininterrotti, senza che gli sforzi diplomatici per porvi fine riuscissero a fermare le violazioni associate, a proteggere civili o ad assicurare alla giustizia i responsabili. Attori esterni hanno continuato ad alimentare i conflitti, anche fornendo munizioni e armamenti alle parti coinvolte.
L’obiettivo annunciato dall’Ua nel 2014 di “eliminare la fame e l’insicurezza alimentare entro il 2025” è rimasto irrealizzato. I fragili sistemi sanitari della regione sono stati messi ulteriormente sotto pressione a seguito dei tagli agli aiuti esteri da parte dell’amministrazione statunitense, con la conseguente riduzione, sospensione o cancellazione di servizi sanitari essenziali.
I governi hanno trattato le proteste come una minaccia, disperdendole con la violenza, limitandole indebitamente o vietandole. La repressione si è intensificata nel contesto delle elezioni, con regimi a guida militare che hanno soffocato le voci critiche in nome della sicurezza nazionale.
Milioni di persone hanno continuato a essere sfollate dal conflitto e dai disastri indotti dal clima, con il Sudan che rimaneva teatro della più grande e in più rapida crescita crisi di persone sfollate al mondo.
I governi e la comunità internazionale non hanno saputo proteggere la popolazione della regione da siccità e alluvioni, aggravate dal cambiamento climatico.
Norme sociali e attori anti-diritti hanno continuato ad alimentare discriminazione e violenza di genere contro donne e ragazze. Allo stesso tempo, i governi hanno utilizzato in modo strumentale gli ordinamenti giuridici per colpire e discriminare le persone lgbti.
Le autorità hanno minato gli sforzi per combattere l’impunità e garantire l’accertamento delle responsabilità, mettendo a repentaglio l’accesso alla giustizia e a rimedi efficaci per le vittime e le persone sopravvissute alla maggior parte dei crimini commessi.
Il conflitto in Sudan ha continuato a intensificarsi, con le Forze armate sudanesi (Sudanese Armed Forces – Saf) che, tra gennaio e febbraio, hanno riconquistato la capitale Khartoum e lo stato di Gezira, precedentemente in mano alle Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces – Rsf). Mentre riguadagnavano il controllo, le Saf e i loro alleati hanno colpito deliberatamente civili in attacchi di rappresaglia. Nello stato di Gezira, hanno preso di mira membri della comunità kanabi, accusata di collaborare con le Rsf. Hanno ucciso civili, bruciato case e saccheggiato proprietà e mandrie. A ottobre, le Rsf hanno preso il controllo di El Fasher, nel Darfur settentrionale, dopo 18 mesi di assedio della città. Dopo la presa del potere, combattenti delle Rsf hanno compiuto uccisioni in massa di civili, sottoposto donne e ragazze a stupri e altre violenze sessuali e catturato ostaggi a scopo di riscatto. Le Rsf hanno inoltre intensificato gli attacchi nella regione del Kordofan, colpendo tra l’altro la città di Bara, nel Kordofan settentrionale, dove hanno compiuto uccisioni sommarie. Intanto, attori esterni continuavano ad alimentare il conflitto, rifornendo di armi le parti belligeranti. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito sofisticati armamenti di fabbricazione cinese alle Rsf, che il gruppo ha utilizzato in Darfur.
Nella Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of the Congo – Drc), il conflitto nell’est si è intensificato tra gennaio e febbraio, quando il Movimento 23 Marzo (M23), un gruppo armato sostenuto dal Ruanda, ha preso le città di Goma e Bukavu, rispettivamente nelle province del Nord e Sud Kivu. Ha compiuto uccisioni illegali di civili e sottoposto persone detenute a tortura e maltrattamento, oltre che a condizioni disumane. Combattenti di questa fazione hanno attaccato gli ospedali di Goma, dove hanno rapito pazienti e persone che prestavano assistenza e, in alcuni casi, soldati congolesi che si nascondevano negli ospedali. Tra il 28 gennaio e il 9 aprile, l’M23 ha ucciso più di 200 persone a Goma. Ha inoltre ucciso almeno altre 319 persone tra il 9 e il 21 luglio, nel territorio di Rutshuru. Anche i gruppi armati che operavano nella provincia dell’Ituri hanno agito con brutalità: a gennaio e febbraio la Cooperativa per lo sviluppo del Congo/Unione dei rivoluzionari per la difesa del popolo congolese ha ucciso più di 150 persone. Tra luglio e agosto, le Forze democratiche alleate (un gruppo armato ugandese) hanno ucciso oltre 250 civili nell’Ituri e nel territorio di Lubero, nel Nord Kivu.
Notizie di attacchi e uccisioni illegali da parte delle forze governative e dei gruppi armati si sono susseguite in altri conflitti di lunga data in corso nella regione, come in Burkina Faso, Camerun, Mali, Mozambico, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana (Central African Republic – Car), Somalia e Sud Sudan. In Burkina Faso, l’esercito e le sue milizie alleate, i Volontari per la difesa della patria, hanno ucciso almeno 58 civili nella città di Solenzo e dintorni, nella regione di Bankui, tra il 10 e l’11 marzo. Sui social media sono circolati diffusamente video dei massacri. In Mali, l’esercito, in alcuni casi coadiuvato da membri del gruppo Wagner (un gruppo paramilitare privato russo), era implicato in molteplici casi di esecuzioni sommarie di civili. Ad aprile, decine di uomini sono state sottoposte a esecuzione con un colpo di pistola e i loro corpi sono stati abbandonati vicino al campo militare di Kwala, nella regione di Koulikoro. A maggio, soldati hanno tagliato la gola a 23-27 uomini i cui corpi sono stati poi seppelliti in fosse comuni. Intanto, la situazione umanitaria del Mali precipitava, con i gruppi armati che imponevano blocchi a diverse città e centri urbani, compresa la capitale Bamako. A febbraio, un attacco compiuto dallo Stato islamico nel Sahel contro un convoglio che veniva scortato dalle forze di sicurezza del Mali nei pressi del villaggio di Kobé, vicino alla città di Gao, ha ucciso circa 34 civili. Il conflitto in Mozambico tra le forze governative e il gruppo armato al-Shabaab nella provincia di Cabo Delgado si è allargato a novembre alla provincia di Nampula e ha provocato decine di morti civili, principalmente a Cabo Delgado.
Le parti coinvolte nei conflitti armati devono proteggere la popolazione civile ponendo fine agli attacchi deliberati e indiscriminati contro civili e infrastrutture civili.
Sono proseguiti a un ritmo allarmante i casi di violenza sessuale legata al conflitto, in paesi come Car, Drc, Somalia, Sud Sudan e Sudan. Nella Car, dove la pratica è rimasta diffusa e poco denunciata, la Missione di stabilizzazione integrata multidimensionale delle Nazioni Unite nella Repubblica Centrafricana ha registrato nell’arco di nove mesi 295 casi, la cui responsabilità si supponeva essere principalmente di membri del gruppo armato Ritorno, reclamo e riabilitazione, oltre che delle forze di sicurezza. Nella Drc orientale, le cifre riguardanti gli episodi di violenza sessuale, compresa la violenza sessuale legata al conflitto, erano drammaticamente alte. Secondo le Nazioni Unite, tra gennaio e settembre, gli stupri sono stati più di 81.000, con un aumento del 31,5 per cento rispetto al numero registrato nello stesso periodo del 2024. Le violazioni documentate nella Drc orientale comprendevano stupri di gruppo contro donne compiuti da elementi dell’M23, dell’esercito congolese e di Wazalendo (una coalizione di gruppi armati, alcuni sostenuti dall’esercito congolese). In Sudan, le Rsf hanno utilizzato la violenza sessuale in maniera diffusa e sistematica al fine di umiliare, punire, esercitare il controllo, incutere paura e sfollare le donne e le loro comunità, a Khartoum e nelle città e nei villaggi degli stati di Gezira, oltre che nel Darfur settentrionale e meridionale. La Missione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite per il Sudan (Fact-Finding Mission – Ffm) ha documentato che le Saf avevano commesso a loro volta violenze sessuali, tra cui stupri, molestie sessuali e tortura sessualizzata contro donne e uomini, in particolare durante la detenzione negli stati del Nilo Bianco, Nilo Azzurro, Khartoum e nello stato Settentrionale.
Le parti coinvolte nei conflitti armati devono impartire ordini chiari ai loro membri o alle truppe, vietando gli atti di violenza sessuale e di genere; devono garantire assistenza ai meccanismi di protezione, cura, trattamento e sostegno piscologico alle sopravvissute nelle aree sotto il loro controllo.
Diritto al cibo
Clima, shock economici e legati al conflitto hanno accentuato la crisi della fame della regione. A luglio, più di 307 milioni di persone, pari a oltre il 20 per cento della popolazione della regione, soffrivano la fame. In diversi paesi, la carenza di cibo è stata accentuata dai tagli agli aiuti, compresi quelli degli Usa. In Madagascar, i tagli agli aiuti dell’amministrazione statunitense hanno aggravato la crisi della fame causata dalla siccità legata al cambiamento climatico. A febbraio, circa 8.000 minori erano in centri sanitari specializzati nella regione del Grande Sud per malnutrizione acuta grave. In Malawi, dove gli scarsi raccolti avevano contribuito a generare una situazione di insicurezza alimentare, i tassi di malnutrizione sono aumentati bruscamente dal 4,4 al 7,1 per cento.
Le persone nei paesi devastati dal conflitto hanno affrontato condizioni particolarmente terribili, con almeno il 50 per cento delle popolazioni del Sud Sudan e del Sudan che versava in una situazione di insicurezza alimentare acuta. In Sud Sudan, secondo le stime, 28.000 persone avevano raggiunto il livello di fame catastrofica. In Sudan, condizioni di carestia sono state confermate in varie aree e milioni di persone erano a rischio di morire di fame. In Mali, la sicurezza alimentare è stata indebolita dai blocchi imposti dai gruppi armati su diverse città e centri urbani, tra cui Gossi, Léré, Diafarabé, Kayes e Nioro du Sahel.
Diritto all’istruzione
Milioni di minori in tutta la regione non hanno avuto accesso all’istruzione a causa del conflitto e dell’insicurezza. In Camerun, nelle regioni del Nord-ovest e del Sud-ovest, sono state chiuse 14.829 scuole, interrompendo la frequenza scolastica di oltre tre milioni di minori e aumentando il rischio di reclutamento di minori nelle file dei gruppi armati non statali. Secondo l’Unicef, al 31 marzo, 849.000 minori nel Ciad orientale non frequentavano la scuola. In Mali, 2.036 scuole erano inagibili, con conseguenze per 618.000 minori. In Sud Sudan, secondo i dati dell’Unicef, oltre il 70 per cento di minori non andava a scuola.
Diritto alla salute
A causa dei tagli agli aiuti dell’amministrazione statunitense, la fornitura di servizi medici essenziali per l’Hiv, la malaria, la tubercolosi e la salute sessuale e riproduttiva è stata interrotta o ridotta in paesi come Camerun, Car, Ghana, Lesotho, Malawi, Namibia, Nigeria, Sudafrica, Sud Sudan e Zambia. Nella Car, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione ha dichiarato a maggio che i tagli mettevano a repentaglio i servizi di salute sessuale e riproduttiva per quasi 70.000 donne e ragazze, in un contesto di elevati livelli di segnalazioni di casi di stupro, matrimoni infantili e mutilazioni genitali femminili. In Lesotho, Nigeria, Sierra Leone, Sudafrica e Zambia, i tagli hanno interrotto i finanziamenti per i servizi dedicati alla tubercolosi e all’Hiv, provocando la chiusura di strutture mediche e riduzioni di personale. Solo nel Lesotho, avrebbero perso il lavoro circa 1.500 operatori e operatrici sanitari impiegati attraverso i programmi sovvenzionati dalle donazioni.
Sgomberi forzati
I governi hanno continuato a effettuare sgomberi forzati, rendendo molte persone senzatetto e in stato di indigenza. In Etiopia, migliaia di persone sono state sgomberate con la forza in 60 città, compresa la capitale, Addis Abeba, nell’ambito del Progetto di sviluppo di corridoi urbani, presentato dalle autorità come un progetto di riqualificazione urbana finalizzata a “[migliorare] le infrastrutture, gli alloggi e gli spazi pubblici”. Le autorità hanno vessato residenti che avevano presentato ricorso contro il loro sgombero e intimidito persone che seguivano la vicenda per conto di organi di stampa. In Nigeria, almeno quattro persone sono state uccise a febbraio durante uno sgombero forzato violento, effettuato dal governo dello stato di Kano a Rimin Auzinawa, nell’area amministrativa locale di Ungogo. A marzo, oltre 10.000 persone sono state rese senzatetto dopo che il governo dello stato di Lagos aveva eseguito uno sgombero forzato violento nella comunità di Ilaje-Otumara.
I governi devono garantire l’accesso ai diritti economici e sociali, adottando tra l’altro azioni rapide per prevenire situazioni di fame, e identificare e affrontare le cause alla base dell’insicurezza alimentare; approvare e implementare la Dichiarazione sulle scuole sicure e raddoppiare i loro sforzi per garantire l’accesso all’istruzione per minori nelle zone di conflitto. Dovrebbero inoltre allocare almeno il 15 per cento dei bilanci nazionali nel settore della sanità pubblica, in linea con la Dichiarazione di Abuja, e garantire politiche che non ostacolino l’accesso al diritto alla salute. Dovrebbero anche porre fine agli sgomberi forzati e adottare moratorie sugli sgomberi di massa, in attesa dell’istituzione di adeguate garanzie legali e procedurali al fine di assicurare la piena conformità con le norme e gli standard internazionali sui diritti umani.
Libertà di riunione pacifica
L’uso illegale della forza, anche letale, da parte delle forze di sicurezza per reprimere le proteste è costato molte vite umane. In Tanzania, un’azione repressiva letale contro manifestanti nel periodo postelettorale ha causato centinaia di morti, tra fine ottobre e inizio novembre. In Kenya, almeno 19 persone sono state uccise il 25 giugno, quando la polizia ha fatto ricorso all’uso illegale della forza per reprimere le proteste guidate da giovani per commemorare l’anniversario delle proteste che avevano causato la morte di almeno 60 persone nel 2024. Almeno altre 38 sono state uccise il 7 luglio durante le proteste che hanno attraversato la nazione, in occasione del 35° anniversario delle manifestazioni filodemocratiche del Saba Saba Day (Giornata del 7/7). In Camerun, almeno 48 persone sono state uccise a ottobre durante le proteste che contestavano la rielezione del presidente a un ottavo mandato, secondo un articolo della Reuters che citava fonti delle Nazioni Unite. In Madagascar, almeno 22 persone sono state uccise, a settembre e ottobre, durante le proteste contro il malgoverno. In Togo, organizzazioni della società civile hanno segnalato la morte di sette persone a seguito della violenta repressione delle proteste nella capitale, Lomé, a fine giugno.
In altri paesi, tra cui Angola, Botswana, Burundi, Camerun, Costa d’Avorio, Eswatini e Niger, le autorità hanno indebitamente limitato, vietato o imposto divieti generici sulle proteste o i raduni, specialmente quelli organizzati dall’opposizione o da voci critiche verso il governo. Le persone che avevano osato comunque protestare sono state picchiate o arbitrariamente detenute. In Costa d’Avorio, più di 1.600 persone che sostenevano l’opposizione sono state arrestate durante le proteste di ottobre, che erano state illegittimamente vietate dalle autorità. Anche le manifestazioni per i diritti sindacali sono state trattate come una minaccia, sia che si trattasse di lavoratori e lavoratrici del settore medico in Etiopia o di persone che partecipavano a un sit-in del Sindacato nazionale dei fornitori statali in Costa d’Avorio. Manifestanti hanno anche subìto accuse penali solo per avere esercitato il loro diritto alla libertà di riunione pacifica. Per citare un esempio, più di 500 manifestanti in Kenya sono stati accusati di vari reati, anche ai sensi di disposizioni contenute nella legge antiterrorismo.
Libertà d’espressione
La libertà d’espressione è rimasta sotto attacco in tutta la regione e i governi hanno preso di mira coloro che esprimevano critiche nei loro confronti con arresti, detenzioni arbitrarie e vessazioni giudiziarie. In Angola, António Frederico Gonçalves è stato arbitrariamente detenuto senza accusa per più di cinque mesi per avere presumibilmente postato online un video che invitava la popolazione angolana a mostrarsi solidale con Ibrahim Traoré, il presidente ad interim del Burkina Faso. In Guinea, Senegal, Sierra Leone e Zimbabwe diverse persone sono finite in carcere per “avere insultato il presidente”.
In Kenya, Albert Ojwang è morto in custodia di polizia in circostanze sospette, dopo essere stato arrestato in relazione a un post online che chiedeva l’accertamento delle responsabilità del governo. In Mali, l’ex primo ministro Moussa Mara è stato condannato a un anno di reclusione per un post pubblicato su X, in cui affermava che avrebbe “lottato con tutti i mezzi” per i diritti delle persone mandate in carcere per avere espresso le loro opinioni. In Lesotho, l’attivista dei social media Tšolo Thakeli è stato accusato di sedizione per avere postato un video in cui criticava le politiche economiche del governo, un’accusa che ha avuto un effetto dissuasivo su altre persone attiviste e utenti dei social media. In Tanzania, il perseguimento giudiziario del leader d’opposizione Tundu Lissu per tradimento, semplicemente per avere esortato chi lo sosteneva a boicottare le elezioni generali del 29 ottobre, ha rappresentato il massimo esempio dell’ampia portata della repressione in atto nel paese contro le voci dissidenti.
Non hanno accennato a diminuire le vessazioni nei confronti di giornalisti e giornaliste della regione, arbitrariamente arrestati e detenuti in molti paesi, tra cui Benin, Burkina Faso, Burundi, Car, Etiopia, Niger, Nigeria, Mozambico, Somalia, Uganda e Zimbabwe. Le autorità del Burkina Faso si sono spinte anche oltre, utilizzando la coscrizione mirata come espediente per mettere a tacere giornalisti e altre voci dissidenti. In Etiopia, molti giornalisti sono stati presi in custodia da uomini a volto coperto e trattenuti in incommunicado. In Uganda le forze di sicurezza hanno aggredito decine di giornalisti che coprivano le elezioni parlamentari a Kawempe, nella capitale Kampala.
Le autorità della regione hanno abitualmente sanzionato gli organi di stampa indipendenti, in paesi come Benin, Burkina Faso, Eritrea, Guinea, Kenya, Mozambico, Niger, Senegal, Togo e Uganda. Sono stati presi di mira indistintamente sia media locali che internazionali, con provvedimenti che sono andati dalla sospensione di 48 ore delle trasmissioni per le emittenti radiofoniche Vida ed Encontro in Mozambico, fino alla sospensione di cinque mesi per il quotidiano Le Patriote in Benin. In Kenya, l’autorità per le comunicazioni ha emanato una circolare che ordinava alle emittenti radiofoniche e televisive di cessare la trasmissione in diretta delle proteste del 25 giugno, sostenendo che avrebbero violato la costituzione. In Nigeria, le autorità di regolamentazione hanno vietato la messa in onda della canzone del cantante Eedris Abdulkareem dal titolo “Tell your papa” [Dillo a tuo papà, N.d.T.], per il suo contenuto critico verso il governo. In Uganda, all’emittente Uganda Ntv e al quotidiano Daily Monitor è stata vietata, rispettivamente a marzo e ottobre, la copertura di vicende riguardanti la presidenza e delle sessioni parlamentari.
Sono state anche frequentemente imposte restrizioni d’accesso a Internet. In Sud Sudan, le autorità hanno emanato una direttiva che imponeva il blocco delle piattaforme social media da 30 a 90 giorni. In Togo, l’accesso alle piattaforme media, in particolare Facebook e TikTok è stato interrotto tra fine giugno e settembre. In Tanzania, Internet è stato frequentemente oscurato per mettere a tacere le voci dissidenti, anche nel periodo successivo alle elezioni di ottobre.
In altri paesi, tra cui Car, Kenya e Sierra Leone, i governi hanno approvato leggi che minacciavano di ridurre ulteriormente il diritto alla libertà d’espressione.
Libertà d’associazione
Il giro di vite sulla libertà di associazione si è intensificato in diversi paesi, come in Burkina Faso, Camerun, Car e Niger, dove le autorità hanno sospeso o sciolto Ong, sindacati e altre associazioni, o vietato loro di svolgere attività. In Burkina Faso, l’Ong Safety Organization è stata sospesa per tre mesi. Otto dei suoi dipendenti hanno ricevuto un’accusa di tradimento e spionaggio, semplicemente per avere esercitato il loro diritto alla libertà di associazione. In Camerun, le autorità hanno arbitrariamente sospeso le attività della Rete dei difensori dei diritti umani dell’Africa centrale e accusato il suo presidente e direttore esecutivo di veri reati, tra cui “finanziamento del terrorismo”.
L’organizzazione politica è stata soffocata in diversi paesi. In Guinea, i tre principali partiti d’opposizione sono stati sospesi per tre mesi, mentre in Mali sono stati sciolti alcuni partiti politici. In Uganda, le forze di sicurezza hanno circondato e fatto irruzione nella sede del Partito di unità nazionale in quattro occasioni, tra febbraio e giugno. In altre parti, tra cui Burkina Faso, Etiopia e Zimbabwe, i governi hanno adottato o proposto nuove legislazioni che destavano preoccupazione per le conseguenze ulteriormente restrittive che avrebbero avuto sulla libertà d’associazione.
Sparizioni forzate
Le sparizioni forzate sono rimaste endemiche nella regione, con la pratica particolarmente diffusa in paesi come Burkina Faso, Burundi, Drc, Guinea, Kenya, Mali, Mozambico, Niger, Tanzania e Uganda. Le sparizioni forzate hanno assunto una dimensione sempre più spesso transnazionale, specialmente in Africa orientale. A marzo, l’attivista tanzaniana Maria Sarungi Tsehai è stata rapita a Nairobi, in Kenya, da uomini a volto coperto, con un veicolo senza targa. È stata trattenuta per diverse ore durante le quali i suoi rapitori hanno tentato di soffocarla e intimidirla. È stata successivamente scaricata in un luogo isolato. A maggio, la difensora dei diritti umani ugandese Agather Atuhaire e l’attivista keniano Boniface Mwangi sono stati arbitrariamente arrestati da agenti di sicurezza a Dar es Salaam, in Tanzania, dove erano arrivati per osservare il processo a Tundu Lissu. Sono stati trattenuti in incommunicado in località sconosciute e torturati per quattro giorni, per poi essere rimpatriati nei loro rispettivi paesi. Il 1° ottobre, uomini a volto coperto in uniforme militare hanno rapito gli attivisti per i diritti umani keniani Bob Njagi e Nicholas Oyoo a Kampala, in Uganda, dopo che avevano partecipato a un comizio per la campagna elettorale del leader d’opposizione Robert Kyagulanyi. La loro localizzazione è rimasta ignota fino all’8 novembre, quando il presidente Museveni ha confermato che erano stati arrestati dai servizi di sicurezza in quanto ritenuti “esperti in sommosse”. Sono state liberati il giorno dell’annuncio del presidente e consegnati alle autorità keniane.
I governi devono garantire che le agenzie di pubblica sicurezza agiscano in conformità con il diritto e gli standard internazionali in materia di diritti umani, comprese le norme relative all’uso della forza, e porre fine a tutte le forme di vessazione contro coloro che esercitano i loro diritti alla libertà d’espressione e riunione pacifica. Devono astenersi dal chiudere o interrompere l’accesso a Internet, alle piattaforme digitali o ai servizi di telecomunicazione; assicurare il rispetto della libertà dei media, consentendo tra l’altro che gli organi d’informazione possano operare in maniera indipendente. Devono porre fine alle sparizioni forzate e divulgare immediatamente la sorte e/o la localizzazione delle persone scomparse; e creare un ambiente sicuro che permetta a chi difende i diritti umani, alla società civile e a membri dell’opposizione di operare.
I diritti delle persone sfollate internamente, rifugiate e migranti hanno continuato a essere violati in tutta la regione. Tra dicembre 2024 e febbraio 2025, più di 600 persone eritree che avevano cercato rifugio in Etiopia sono state rimpatriate in Eritrea, dove il governo considerava le loro domande d’asilo come prova di tradimento. Nella Drc, a febbraio, l’M23 ha chiuso diversi campi per sfollati interni vicino a Goma, sfollando ulteriormente decine di migliaia di persone. In Sudan, ad aprile, le Rsf hanno attaccato il campo di Zamzam per sfollati interni nel Darfur settentrionale, uccidendo secondo quanto riportato dalle 300 alle 1.500 persone, in maggioranza donne e minori. Sempre ad aprile, diverse persone camerunesi sono state espulse dalla Guinea Equatoriale senza che il provvedimento fosse notificato anticipatamente all’ambasciata del Camerun. In Sudafrica, il gruppo di vigilantes xenofobo Operation Dudula ha molestato migranti e negato loro l’ingresso negli ospedali e negli ambulatori, provocando a luglio la morte di un bambino di un anno a Johannesburg.
In diversi paesi le già terribili condizioni nei campi per sfollati interni e rifugiati sono state aggravate dalla cancellazione degli aiuti esteri da parte dell’amministrazione statunitense. Nel frattempo, paesi come Eswatini, Guinea Equatoriale, Ruanda, Sud Sudan e Uganda, tra gli altri, hanno preso in considerazione o hanno stipulato accordi bilaterali con gli Usa per accettare persone con cittadinanza di paesi terzi espulse dagli Usa. In base a questo tipo di accordi, Eswatini e Sud Sudan hanno ricevuto rispettivamente 15 e otto persone di paesi terzi, che a fine anno erano ancora in maggioranza arbitrariamente detenute. La Commissione africana sui diritti umani e dei popoli (African Commission on Human and Peoples’ Rights – Achpr) ha espresso preoccupazione per la mancanza di trasparenza che caratterizzava gli accordi bilaterali e l’assenza di adeguate protezioni per gli individui espulsi nei paesi riceventi.
I governi devono proteggere le persone rifugiate e migranti dal refoulement e dalle espulsioni di massa, divulgare la localizzazione e lo status legale di persone con cittadinanza di paesi terzi, ricevute in base agli accordi bilaterali stipulati con gli Usa, garantire i loro diritti e assicurare che ogni rimpatrio avvenga su base volontaria e nel rispetto dei diritti.
La violenza di genere, inclusi i femminicidi, è rimasta radicata in tutta la regione. Uno studio di Afrobarometer di gennaio mostrava che il 41 per cento della popolazione di Eswatini identificava la violenza di genere come un problema di massima rilevanza nel paese. In Kenya, tra gennaio e marzo sono stati registrati 129 femminicidi. Il governo ha creato un gruppo di lavoro per coordinare le risposte a questo tipo di crimini, sebbene la sua visibilità e l’impatto siano rimasti poco chiari. In Costa d’Avorio, Sudafrica, Zambia e in altre parti, centinaia di donne hanno protestato per chiedere interventi urgenti per affrontare la violenza contro donne e ragazze. In Sudafrica, dove a novembre la protesta ha coinciso con il Summit G20 a Johannesburg, il governo ha dichiarato i livelli di violenza di genere una calamità nazionale.
In altre parti sono state registrate risposte positive come in Burkina Faso, dove il nuovo codice delle persone e della famiglia ha armonizzato l’età legale del matrimonio a 18 anni sia per gli uomini che per le donne e rafforzato il riconoscimento dei matrimoni tradizionali e religiosi. In Ciad, è stata adottata una nuova legge sulla prevenzione della violenza contro donne e ragazze. In Sierra Leone è entrata in vigore una nuova legge sui diritti di minori che vietava i matrimoni precoci e forzati di minori. La Convenzione dell’Ua per porre fine alla violenza contro donne e ragazze è stata adottata a febbraio, creando un quadro normativo di riferimento continentale, sebbene da alcuni settori della società civile si siano levate critiche per l’evidente debolezza delle sue disposizioni.
I governi hanno continuato a utilizzare gli ordinamenti giuridici in modo strumentale al fine di colpire e discriminare le persone lgbti. In Burkina Faso, il nuovo codice delle persone e della famiglia ha criminalizzato le relazioni omosessuali. In Ghana, i legislatori hanno ripresentato in parlamento una proposta di legge che avrebbe criminalizzato ulteriormente le persone lgbti. In Sudafrica, l’uccisione di Muhsin Hendricks, primo imam apertamente gay e difensore dei diritti lgbti, mentre si recava a officiare due matrimoni, ha rappresentato in maniera drammatica i pericoli cui erano esposte le persone lgbti nel paese. La Corte costituzionale dello Zambia ha respinto un ricorso che chiedeva che le sezioni 155 (a)(c) del codice penale, che criminalizza i rapporti omosessuali, fossero dichiarate incostituzionali per motivi di discriminazione basata sul sesso.
I governi devono combattere tutte le forme di discriminazione e violenza di genere contro donne e ragazze e persone lgbti, anche affrontando le cause alla loro base e aumentando gli sforzi per eliminare pratiche dannose. I governi devono abrogare le norme contro le persone lgbti e astenersi dai tentativi di criminalizzare i rapporti omosessuali.
I governi e la comunità internazionale non hanno saputo proteggere le popolazioni della regione dalla siccità e dalle alluvioni aggravate dal cambiamento climatico. In Somalia, i periodi di siccità hanno compromesso i diritti al cibo e all’acqua e contribuito allo sfollamento interno e transfrontaliero. Gli sforzi del governo di stanziare fondi a bilancio per l’adattamento climatico sono stati compromessi dall’insufficiente finanziamento sul clima fornito alla Somalia dai paesi ad alto reddito e ad alte emissioni. In Madagascar, dove i gravi periodi di siccità continuavano determinare sfollamenti, le strategie climatiche del governo mancavano di valutazioni effettive in grado di accertare i bisogni delle popolazioni sfollate. Gravi condizioni di siccità hanno continuato a colpire anche ampie parti della Namibia, con gravi conseguenze sulla produzione agricola e sui mezzi di sussistenza rurali. Nonostante il perdurare della situazione, le autorità hanno interrotto il programma di aiuti economici per la siccità, che forniva assistenza a circa 1,4 milioni di persone. In Sudafrica, alcune aree delle province del KwaZulu-Natal e del Capo Orientale e Occidentale hanno subìto alluvioni estreme, che hanno provocato perdite di vite umane e distrutto case, specialmente negli insediamenti informali. Con un passo avanti positivo, il presidente del Togo ha promulgato una legge che mirava a rafforzare il quadro giuridico in materia ambientale per contrastare gli effetti del cambiamento climatico.
In altre parti, il degrado ambientale è proseguito ad alto ritmo. In Congo, il governo ha approvato il potenziamento delle attività di esplorazione petrolifera all’interno del parco nazionale di Conkouati-Douli, ignorando gli avvertimenti delle Ong che avevano evidenziato come l’approvazione mettesse in pericolo habitat fragili e minacciasse i mezzi di sussistenza di migliaia di residenti del parco. In Zambia, 176 residenti della città di Chambishi nella provincia del Copperbelt hanno citato in giudizio la compagnia mineraria Sino-Metals Leach Ltd dopo il crollo a febbraio della sua diga di materiali di scarto, sostenendo che questo avesse provocato il rilascio di rifiuti tossici nei fiumi Mwambashi e Kafue; la società madre cinese aveva tuttavia dichiarato che l’affermazione era “chiaramente infondata”. Secondo la causa legale, erano state colpite circa 300.000 famiglie che traevano sostentamento dalla pesca, mentre il governo aveva identificato appena 449 nuclei familiari danneggiati.
I governi devono adottare misure immediate per proteggere la loro popolazione dagli effetti del cambiamento climatico e rafforzare la loro preparazione agli eventi metereologici estremi, anche cercando assistenza internazionale e finanziamenti per il clima dai paesi a più alto reddito, in particolare da quelli maggiormente responsabili del cambiamento climatico, e astenendosi dal costruire nuove infrastrutture legate ai combustibili fossili.
Le vittime e le persone sopravvissute a gravi violazioni dei diritti umani e crimini di diritto internazionale hanno continuato a essere private del diritto alla verità, alla giustizia e alla riparazione. Nella Drc, le vittime della guerra dei sei giorni di Kisangani del giugno 2000 attendevano ancora di ottenere giustizia. In Eswatini, non ci sono stati progressi nell’indagine riguardante l’uccisione avvenuta a gennaio 2023 dell’avvocato per i diritti umani Thulani Maseko.
Gli sforzi per garantire la giustizia e l’accertamento delle responsabilità sono stati spesso vanificati dalle autorità. A marzo, l’ex capo di stato guineano Moussa Dadis Camara, condannato per crimini contro l’umanità nel 2024, ha beneficiato della grazia presidenziale, mettendo a rischio l’accesso alla giustizia per le vittime del massacro allo stadio di Conakry del 2009. A settembre, Burkina Faso, Mali e Niger hanno annunciato la loro intenzione di ritirarsi dall’Icc. Nel frattempo, il processo per istituire il Tribunale ibrido per il Sud Sudan sostenuto dall’Ua è rimasto in stallo.
Sono stati comunque registrati alcuni sviluppi positivi. A giugno, nella Car, il Tribunale penale speciale ha giudicato sei ex membri del gruppo armato Fronte popolare per la rinascita della Repubblica Centrafricana colpevoli di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Tuttavia, quattro di loro sono stati processati in contumacia. A luglio, l’Icc ha condannato gli ex leader Anti-balaka Alfred Yékatom e Patrice-Edouard Ngaïssona rispettivamente a 15 e 12 anni di carcere, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità compiuti nella Car, nel 2013 e 2014. A settembre, in relazione al Sudan, l’Ffm ha pubblicato il suo secondo rapporto. Questo è stato seguito a ottobre dalla pubblicazione del primo rapporto della Missione d’inchiesta congiunta sulla situazione in Sudan dell’Achpr. Sempre a ottobre, l’Icc ha giudicato Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, conosciuto anche con lo pseudonimo di “Ali Kushayb”, tra i principali leader della milizia Janjaweed, colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi in Darfur tra agosto 2003 e marzo 2004. Lo stesso mese, l’Achpr ha ritenuto la Drc responsabile di diffusi atti di violenza sessuale, tra cui stupro e tortura, commessi nel 2011 da membri delle forze governative contro più di 50 donne nel territorio di Fizi, nel Sud Kivu.
I governi devono potenziare gli sforzi per combattere l’impunità intraprendendo indagini tempestive, approfondite, indipendenti, imparziali, efficaci e trasparenti sui crimini di diritto internazionale e altre serie o gravi violazioni dei diritti umani e abusi, assicurando i sospetti perpetratori alla giustizia e garantendo alle vittime l’accesso a un rimedio concreto.