Ttte le parti in conflitto hanno continuato a commettere gravi violazioni e abusi delle norme internazionali sui diritti umani, oltre a violazioni del diritto internazionale umanitario, con uccisioni di massa di civili. Gli stati hanno continuato a fornire armamenti alle parti belligeranti, anche in Darfur, in violazione di un embargo sulle armi stabilito dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Donne e ragazze sono state sottoposte a diffusi e sistematici episodi di violenza sessuale legata al conflitto, in un contesto caratterizzato da una persistente impunità per le violazioni e gli abusi legati al conflitto. I saccheggi e la distruzione di proprietà civili hanno violato i diritti economici e sociali. Il conflitto ha continuato a causare lo sfollamento in massa di civili, con molte persone che hanno cercato rifugio nei paesi vicini, dove le condizioni erano terribili.
Il conflitto armato scoppiato ad aprile 2023 nella capitale Khartoum tra le Forze armate sudanesi (Sudan Armed Forces – Saf) e le Forze di supporto rapido (Rapid Support Forces – Rsf) è proseguito in varie parti del paese con un impatto devastante sulla popolazione civile. Nonostante i molteplici sforzi politici, i combattimenti sono continuati con particolare intensità per tutto l’anno.
A gennaio e febbraio, le Saf hanno riconquistato porzioni di territorio, compresa Khartoum e lo stato di Gezira, in precedenza in mano alle Rsf.
Ad agosto, le Rsf hanno annunciato la formazione di un nuovo governo parallelo nella città di Nyala, nel Darfur meridionale, presieduto dal loro leader, Mohamed Hamdan Dagalo, e vicepresieduto da Abdelaziz al-Hilu, leader del Movimento di liberazione del popolo sudsudanese-Nord (South Sudan People’s Liberation Movement-North – Splm-N), un gruppo armato che controllava gran parte degli stati del Kordofan meridionale e Nilo Azzurro. L’Splm-N ha stretto un’alleanza con le Rsf a febbraio.
Migliaia di persone civili sono state uccise e ferite in attacchi diretti e indiscriminati compiuti dalle parti in conflitto, mentre altre sono rimaste vittime del fuoco incrociato in quanto sia le Saf che le Rsf hanno frequentemente utilizzato armi esplosive con effetti ad ampio raggio.
Le Saf e i loro alleati hanno preso di mira civili in attacchi di rappresaglia mentre riconquistavano Khartoum e lo stato di Gezira, a gennaio e febbraio. Il 31 gennaio, l’Ohchr, l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha riportato che almeno 17 uomini e una donna erano stati uccisi negli attacchi attribuiti ai combattenti affiliati alle Saf e alle milizie da quando le Saf avevano riguadagnato il controllo di parti di Khartoum Bahri a fine gennaio.
Nello stato di Gezira, le Saf e i loro alleati, le Forze scudo del Sudan, hanno preso di mira persone della comunità kanabi in attacchi di rappresaglia, accusandole di collaborare con le Rsf. Secondo la Missione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite (Fact-Finding Mission – Ffm) per il Sudan, tra il 9 e il 12 gennaio, le Forze scudo del Sudan hanno attaccato diversi villaggi kanabi, compresi Tayba e Dar al-Salam al-Hideba. Hanno ucciso civili, bruciato case e saccheggiato proprietà e mandrie. Solo a Tayba, sono stati uccisi almeno 26 individui, tra cui un minore.
L’11 aprile, le Rsf hanno lanciato un attacco su larga scala sul campo per sfollati interni di Zamzam, nel Darfur settentrionale, durato almeno tre giorni, causando immensi danni a civili e a infrastrutture civili.1 In assenza di dati verificati in modo indipendente sul bilancio delle vittime, la Ffm ha riferito che i morti erano tra i 300 e i 1.500 e i feriti almeno 157, in maggioranza donne e minori. Nella prima giornata, i combattenti delle Rsf hanno attaccato una struttura sanitaria gestita da Relief International, uccidendo nove membri del suo staff. Altre due persone dipendenti sono decedute successivamente a causa delle ferite riportate durante l’attacco. Inoltre, combattenti delle Rsf hanno deliberatamente dato fuoco alle case e alle attività produttive, al mercato e alle strutture situate all’interno del complesso scolastico di Sheikh Farah e della moschea di Zamzam, distruggendo e danneggiando infrastrutture civili d’importanza cruciale. Hanno anche saccheggiato attività produttive e negozi, lasciando residenti senza viveri di base e altri oggetti non alimentari fondamentali. Le strutture sanitarie sono state distrutte e saccheggiate, privando i civili di cure essenziali.
Il 26 ottobre, le Rsf hanno preso il controllo di El Fasher, una città nel Darfur settentrionale, dopo un assedio durato 18 mesi, caratterizzato da una serie ininterrotta di attacchi. Dopo avere preso il comando, le Rsf hanno compiuto uccisioni di massa di civili, sottoposto a violenza sessuale donne e ragazze e catturato ostaggi a scopo di riscatto.2 L’assedio prolungato e il blocco degli aiuti umanitari hanno innescato situazioni di carestia nei campi per sfollati interni dell’area. Molte persone civili, anche minori, sono rimaste intrappolate nella città, esposte al grave pericolo di ulteriori attacchi e abusi.
Le Rsf hanno inoltre intensificato gli attacchi nella regione del Kordofan, anche contro la città di Bara, nel Kordofan settentrionale a ottobre, dove hanno compiuto uccisioni sommarie. Il 3 novembre, un attacco con droni avrebbe ucciso almeno 40 persone che partecipavano a un funerale alla periferia di El Obeid, una città nel Kordofan settentrionale. La popolazione civile nelle città di Kadugli, nel Kordofan meridionale, e di Babanusa, nel Kordofan occidentale, è rimasta sotto l’assedio delle Rsf e a rischio costante di attacchi imminenti.
A settembre, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha prorogato di un altro anno l’embargo sulle armi in vigore dal 2004 e applicato alla sola regione del Darfur. Non è riuscito a estendere l’embargo al resto del Sudan. L’attuale embargo sulle armi era stato poco applicato e frequentemente violato e si è dimostrato del tutto inadeguato a soddisfare le esigenze dettate dall’attuale crisi.
Attori esterni hanno continuato ad alimentare il conflitto fornendo armi alle parti belligeranti. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito armamenti cinesi alle Rsf, che il gruppo ha utilizzato in Darfur.
Le parti in conflitto, in particolare le Rsf, hanno sottoposto donne e ragazze a diffuse e sistematiche violenze sessuali legate al conflitto a Khartoum e nelle città e nei villaggi degli stati di Gezira e Darfur settentrionale e meridionale. La violenza sessuale è stata utilizzata in maniera strategica per umiliare, punire, esercitare il controllo, infliggere paura e sfollare le donne e le loro comunità.
Oltre che a stupri, stupri di gruppo e schiavitù sessuale, i combattenti delle Rsf hanno sottoposto donne e ragazze ad altre forme di tortura e trattamento crudele, disumano o degradante.3 Le sopravvissute a violenza sessuale hanno sofferto ferite fisiche e traumi psicologici. Alcune hanno sviluppato condizioni patologiche, come dolori renali, mestruazioni irregolari e difficoltà a camminare. Alcune di loro hanno anche manifestato perdita di memoria occasionale.
Le sopravvissute a violenza sessuale non avevano accesso a servizi di assistenza post-stupro e non potevano denunciare le violazioni alle autorità. I continui combattimenti rendevano difficile per loro accedere alle strutture sanitarie e alla polizia, così come la paura di subire stigmatizzazione e ritorsioni.
La Ffm ha documentato che anche le Saf avevano commesso violenze sessuali, come stupri, molestie sessuali e tortura sessualizzata contro donne e uomini, in particolare durante la detenzione negli stati del Nilo Bianco, Nilo Azzurro, Khartoum e nello stato Settentrionale.
All’incirca 24,6 milioni di persone, pari alla metà della popolazione del Sudan, versavano in condizioni di insicurezza alimentare acuta. Condizioni di carestia sono state confermate in varie parti del paese e milioni di persone erano a rischio di morire di fame. I tagli agli aiuti, anche quelli da parte del governo statunitense, hanno aggravato la crisi alimentare.
Nel frattempo, le interruzioni nella catena di approvvigionamento alimentare e nella produzione agricola, così come le problematiche amministrative e i ritardi nella consegna degli aiuti, hanno contribuito alla diffusione di situazioni di fame e malnutrizione.
In alcune parti del Darfur settentrionale, tra cui la città di El Fasher e nei campi per sfollati interni di Zamzam e Abu Shouk, la situazione era particolarmente terribile. Le Rsf hanno tagliato tutte le forniture cruciali di cibo e acqua. Anche gli alimenti di base, come olio, lenticchie, zucchero e acqua erano scarsi ed economicamente inaccessibili, determinando malnutrizione, disidratazione e morte, in particolare tra minori.
La Ffm ha rilevato che i saccheggi e la distruzione di infrastrutture essenziali per la sopravvivenza di civili, principalmente da parte delle Rsf e dei loro alleati, avevano colpito le comunità non arabe, in particolare nella regione del Darfur. I mezzi di sussistenza di queste comunità sono stati compromessi, così come tutta una serie di infrastrutture civili, come rifugi, cibo e risorse idriche, sistemi sanitari, cisterne d’acqua, nonché strutture e uffici pubblici.
L’escalation del conflitto ha assunto dimensioni sempre più devastanti per la popolazione civile. Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, il conflitto aveva causato la crisi di sfollati in più rapida crescita del mondo. A dicembre, le persone che dall’inizio del conflitto nel 2023 erano state sfollate con la forza erano quasi 12 milioni; di queste, 7,8 milioni si trovavano in territorio sudanese e oltre quattro milioni nei paesi limitrofi dove vivevano in condizioni terribili.
È persistita l’impunità per i crimini di diritto internazionale e le violazioni e gli abusi legati al conflitto.
Il 6 ottobre, la Camera processuale dell’Icc ha ritenuto Ali Muhammad Ali Abd-Al-Rahman, conosciuto anche con lo pseudonimo di “Ali Kushayb”, principale leader delle milizie Janjaweed, colpevole di 27 capi d’accusa per i crimini di guerra e i crimini contro l’umanità commessi in Darfur tra agosto 2003 e marzo 2004. Il 9 dicembre è stato condannato a 20 anni di carcere. Tuttavia, altri quattro sospettati, sui quali pendevano mandati di cattura emessi dall’Icc, tra cui l’ex presidente Omar al-Bashir, dovevano ancora essere consegnati all’Icc per essere processati.
A ottobre, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite ha rinnovato il mandato della Ffm per la seconda volta. A settembre, la Ffm ha pubblicato il suo secondo rapporto, che ha rilevato che le Saf e le Rsf avevano commesso crimini di guerra e che le Rsf avevano anche compiuto crimini contro l’umanità. Ha formulato una serie di raccomandazioni per proteggere la popolazione civile, come ad esempio togliere gli assedi, in particolare su El Fasher e sulle città del Kordofan settentrionale e meridionale, e assicurare un accesso umanitario privo di ostacoli. Ha inoltre espresso raccomandazioni affinché fosse garantito l’accertamento delle responsabili tà e l’accesso alla giustizia per le vittime, compresa l’espansione della giurisdizione dell’Icc e l’assistenza per la creazione di un meccanismo giudiziario indipendente e imparziale per il Sudan.
Lo stesso mese, la Commissione africana dei diritti umani e dei popoli ha pubblicato il primo rapporto sulla sua Missione d’inchiesta congiunta sulla situazione in Sudan, che ha rilevato che le Saf e le Rsf avevano commesso gravi violazioni dei diritti umani, compresi attacchi contro i civili, uccisioni su base etnica, tortura e violenza sessuale. Ha raccomandato lo schieramento di una missione di peacekeeping dell’Ua in Sudan e la creazione di un meccanismo di accertamento delle responsabilità, con mandato di perseguire le violazioni gravi.
Note:
1 Sudan: “A Refuge Destroyed”: RSF Violation in Darfur’s Zamzam Camp dor Internally Displaced Persons, 2 dicembre.
2 Sudan: El Fasher survivors tell of deliberate RSF killings and sexual violence – new testimony, 25 novembre.
3 Sudan: “They Raped All of Us”: Sexual Violence Against Women and Girls in Sudan, 10 aprile.