Sono persistiti i crimini contro l’umanità e sono stati commessi nell’impunità. Tutti i rami dello stato hanno continuato a perseguire e punire severamente il dissenso, reale o percepito, verso il governo di Nicolás Maduro. Centinaia di persone sono state sottoposte a detenzione arbitraria o sparizione forzata, oltre che a tortura e altre violazioni dei diritti umani, per essersi opposte al governo o averlo criticato. Molte di queste hanno subìto procedimenti penali in cui non sono state rispettate le garanzie processuali, essendo state private dell’assistenza di un legale di loro scelta, dell’accesso all’informazione sulle accuse a loro carico, o del diritto di comparire davanti a un tribunale indipendente. Persone come difensori dei diritti umani e giornalisti sono rimaste tra gli obiettivi principali della politica di repressione attuata dal governo. Le persone venezuelane rifugiate che avevano lasciato il paese dal 2015 erano circa 7,9 milioni. È persistita la crisi umanitaria, con quasi due milioni di individui dipendenti dagli aiuti internazionali. Non ci sono stati progressi nell’accesso ai diritti sessuali e riproduttivi. È continuata la discriminazione contro la popolazione lgbti e i popoli nativi e non sono stati compiuti progressi sul piano legislativo per promuovere i loro diritti. L’attività mineraria illegale e la devastazione ambientale hanno continuato a suscitare preoccupazione.
Sono persistiti i reclami riguardanti i risultati delle elezioni presidenziali del 2024. Le elezioni parlamentari e regionali si sono svolte rispettivamente a marzo e luglio, in un clima di repressione simile a quello che aveva caratterizzato le elezioni presidenziali.
A partire dal 2 settembre, gli Usa hanno lanciato una serie di raid aerei nell’area dei Caraibi e del Pacifico contro 34 imbarcazioni che accusavano di trasportare droga dall’America Latina agli Usa, determinando l’esecuzione extragiudiziale di almeno 110 persone. Il presidente Usa Donald Trump ha tentato di giustificare questi attacchi citando un potenziale rischio per la vita nel suo paese. Le tensioni tra i due governi si sono intensificate a causa della retorica aggressiva utilizzata e del fatto che gli attacchi erano stati effettuati al largo della costa del Venezuela, principalmente contro imbarcazioni ed equipaggi ritenuti in maggioranza venezuelani.
A gennaio, la Commissione interamericana dei diritti umani ha presentato un rapporto sulle violazioni dei diritti umani commesse durante il periodo elettorale del 2024. Il rapporto ha esaminato la strategia repressiva attuata dalle autorità al fine di impedire la partecipazione politica dell’opposizione, ostacolare lo sviluppo di un contesto elettorale libero e instillare paura nella cittadinanza. A settembre, la Commissione ha chiesto l’autorizzazione a svolgere una visita nel paese per osservare la situazione dei diritti umani sul campo. Ad agosto, la Corte interamericana dei diritti umani ha riaffermato la sua giurisdizione sul Venezuela. La Missione internazionale indipendente di accertamento dei fatti sulla Repubblica bolivariana del Venezuela ha presentato, rispettivamente a settembre e dicembre, due rapporti che documentavano le violazioni dei diritti umani commesse durante il periodo postelettorale e il ruolo svolto dalla guardia nazionale bolivariana nel commettere crimini contro l’umanità.
Sia l’ufficio del procuratore dell’Icc sia l’Ohchr, l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite, hanno annunciato la chiusura dei loro rispettivi uffici nel paese.
Il premio Nobel per la Pace è stato assegnato alla leader dell’opposizione María Corina Machado, che era stata esclusa dalla partecipazione alle elezioni presidenziali del 2024 e soggetta a persecuzione.
Il governo ha continuato a esercitare una diffusa repressione contro il dissenso politico, che si è manifestata in gravi violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità. Le autorità hanno continuato a utilizzare gli apparati dello stato, comprese le forze di sicurezza e d’intelligence, il sistema giudiziario e leggi restrittive, così come gruppi di civili armati, per reprimere, mettere a tacere e punire il dissenso e la difesa dei diritti umani.
Sono persistite le detenzioni politicamente motivate, sebbene in diminuzione rispetto al 2024. A dicembre, il governo ha annunciato il rilascio dal carcere di diverse persone detenute e l’Ong Foro Penal ha potuto verificare 117 rilasci. Delle oltre 2.000 persone arrestate arbitrariamente in seguito alle elezioni presidenziali del 2024, al 31 dicembre almeno 806 rimanevano private illegalmente della libertà. Quelle rilasciate erano ancora soggette a procedimenti penali.
Nella maggior parte dei casi, le persone detenute erano accusate di reati formulati in maniera vaga e infondati, come “terrorismo” o “tradimento”, che comportano pene severe. I procedimenti penali continuavano a essere celebrati in assenza delle garanzie processuali. Alle persone in carcere venivano assegnati difensori d’ufficio privi di competenze o motivazione per agire efficacemente. Le persone imputate erano processate in tribunali caratterizzati da mancanza di indipendenza, compresi alcuni noti come “tribunali antiterrorismo”, e tra le varie violazioni dei loro diritti, non erano mai state informate delle accuse e delle prove a loro carico.
Oltre all’utilizzo delle forze di sicurezza statali e dei centri di detenzione, l’uso strumentale dell’ufficio della procura come mezzo di persecuzione politica e della magistratura come meccanismo sanzionatorio era il pilastro della politica repressiva contro il dissenso attuata dal governo, allo scopo presunto di “combattere il terrorismo”. Il coinvolgimento di alti funzionari statali nell’identificare e stigmatizzare pubblicamente le vittime della repressione dimostrava la natura sistematica di questa pratica.
A fine anno, erano ancora sottoposte a detenzione in incommunicado centinaia di persone.
La localizzazione di molte persone sottoposte a sparizione forzata dopo le elezioni del 2024 o di individui arrestati nel 2025 è rimasta sconosciuta. Secondo Foro Penal, a fine anno erano ancora sottoposte a sparizione almeno 63 persone.
Le sparizioni forzate iniziavano generalmente con un arresto arbitrario effettuato da agenti statali, seguito dalla mancanza di informazioni, dal rifiuto di riconoscere la detenzione e dal deliberato occultamento di informazioni riguardanti la sorte e la localizzazione della persona detenuta. Nella maggioranza dei casi, passavano giorni o anche mesi prima che la detenzione fosse comunicata, e anche allora l’unica certezza che avevano i parenti era che la persona si trovava in custodia dello stato. Ci sono stati casi di persone soggette a sparizione forzata mentre venivano trasferite da un centro di detenzione all’altro.
Le sparizioni forzate implicavano direttamente, anche se non esclusivamente, il diniego sistematico delle garanzie processuali attraverso procedimenti simulati, come ad esempio udienze preliminari (che devono svolgersi entro 48 ore dall’arresto) tenute a porte chiuse e sospensione de facto dell’habeas corpus, tra le varie pratiche ravvisate.
È persistita una pressoché totale impunità per le violazioni dei diritti umani, con scarsi progressi ottenuti nelle indagini condotte sul Venezuela presso l’Icc.
Ad agosto, la Camera d’appello dell’Icc ha ordinato al procuratore Karim Khan di ritirarsi dall’indagine sul Venezuela. L’ordine faceva seguito a una richiesta di ricusazione presentata un anno prima da un’organizzazione che aveva avanzato l’accusa di un possibile conflitto d’interesse a causa del legame familiare tra il procuratore e un’avvocata del team legale che rappresentava lo stato venezuelano davanti all’Icc. Il viceprocuratore Mame Mandiaye Niang ha assunto la titolarità dell’indagine.
A dicembre, l’assemblea nazionale ha votato la revoca della ratifica del Venezuela dello Statuto di Roma e il suo ritiro dall’Icc.
Fino a ottobre, l’Ong Espacio Público aveva registrato 217 attacchi alla libertà d’espressione. Il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa ha segnalato la detenzione di almeno 23 lavoratori del settore della stampa, alcuni dei quali erano stati inizialmente sottoposti a sparizione forzata. La localizzazione del giornalista Carlos Marcano è rimasta sconosciuta per 13 giorni dopo l’arresto. A dicembre, il giornalista e analista politico Nicmer Evans è scomparso per tre giorni dopo che il servizio d’intelligence nazionale bolivariano lo aveva portato al centro di El Helicoide per “un interrogatorio”. A fine anno, era ancora in stato di detenzione arbitraria.
Il progetto VEsinFiltro, implementato dall’organizzazione Conexión Segura y Libre, ha documentato la censura di media indipendenti e dei loro domini Internet, presumibilmente per ordine della Commissione nazionale per le telecomunicazioni.
Sono scaduti rispettivamente a febbraio e maggio i termini ultimi per l’accredito e la registrazione nel registro delle Ong, in ottemperanza alla legge su supervisione, regolazione, attuazione e finanziamento delle organizzazioni non governative e delle organizzazioni sociali senza scopo di lucro. Questa legge ha ristretto lo spazio civico. A fine anno, non era chiaro quante organizzazioni fossero state registrate ai sensi della legge.
A ottobre, le autorità hanno incoraggiato la cittadinanza a utilizzare l’applicazione VenApp per segnalare potenziali dissidenti. L’applicazione, inizialmente sviluppata per ricevere sussidi sociali e segnalare malfunzionamenti nei servizi pubblici, è diventata uno strumento di persecuzione politica.
L’Osservatorio venezuelano del conflitto sociale ha registrato durante l’anno 2.219 eventi di protesta, di cui 1.129 riguardavano i diritti del lavoro e il diritto a un alloggio decente.
Le autorità hanno continuato a colpire i difensori dei diritti umani attraverso detenzioni arbitrarie e persecuzioni giudiziarie, così come a utilizzare la detenzione in incommunicado e a limitare le garanzie processuali come forma di ritorsione. Javier Tarazona, Rocío San Miguel, Carlos Julio Rojas e Kennedy Tejeda a fine anno rimanevano privati arbitrariamente della loro libertà. Carlos Julio Rojas è stato trattenuto in incommunicado per quasi quattro mesi, senza accesso alle visite familiari o possibilità di contatto con il mondo esterno.
Il 7 gennaio, il direttore dell’Ong Espacio Público e noto difensore dei diritti umani Carlos Correa è stato arrestato e sottoposto a sparizione forzata, suscitando preoccupazione tra le organizzazioni nazionali e internazionali. È stato rilasciato otto giorni dopo.
Eduardo Torres, difensore e membro dell’Ong Provea, è stato arbitrariamente detenuto a maggio. È rimasto sottoposto a sparizione forzata per cinque giorni e trattenuto successivamente in incommunicado e senza accesso a un avvocato di fiducia, tra le varie violazioni delle garanzie procedurali da lui subite. A ottobre, gli è stato permesso di fare una telefonata per comunicare che sarebbe stato trasferito da El Helicoide nel carcere di Yare II.
In modo del tutto simile, Martha Lía Grajales, una difensora del collettivo Surgentes, è stata arrestata ad agosto dopo avere accompagnato un gruppo di madri di persone incarcerate per motivi politici a una protesta pacifica. Non si sono avute notizie su di lei fino a quando non è stata rilasciata dal carcere sei giorni dopo, sottoposta a misure alternative alla carcerazione.
Il difensore dei diritti umani Pedro Hernández, coordinatore dell’Ong Campo, è stato arrestato a settembre. Anche diversi suoi familiari sono stati arbitrariamente arrestati mentre lo cercavano e rilasciati tre giorni dopo. Pedro Hernández è stato rilasciato dal carcere a ottobre.
Il Centro per i difensori e la giustizia ha registrato 455 aggressioni ed episodi ai danni di difensori e difensore dei diritti umani, tra cui limitazioni continue alla difesa dei diritti umani, intimidazioni e criminalizzazione del lavoro umanitario e sociale.
Diverse organizzazioni hanno lanciato l’allarme per il clima di intimidazione e minacce creato dalla legge sulla fiscalizzazione, regolarizzazione, attuazione e il finanziamento delle organizzazioni non governative e affini, che comprometteva la libertà d’associazione e il legittimo lavoro delle Ong nel paese. Casi di detenzione arbitraria di persone impegnate nell’attivismo e nel giornalismo si sono susseguiti per tutto l’anno, costringendo le organizzazioni per i diritti umani e i difensori a lavorare in esilio e a chiedere protezione internazionale.
Secondo l’Unhcr, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, dal 2015 le persone fuggite dal paese in cerca di protezione internazionale erano ormai circa 7,9 milioni.
A luglio, 252 uomini venezuelani sono stati rimpatriati in Venezuela da El Salvador. Tutti erano stati sottoposti a sparizione forzata per più di tre mesi presso il Centro di confinamento per il terrorismo (Cecot) di El Salvador, dove erano stati trasferiti dagli Usa.
Durante l’anno, centinaia di persone in cerca di protezione internazionale negli Usa sono state espulse illegalmente dal paese e rimpatriate in Venezuela, dove rischiavano di diventare obiettivi della politica di persecuzione del loro governo.
Secondo il Centro di documentazione e analisi sociale della Federazione venezuelana insegnanti, il Fondo monetario internazionale stimava che l’inflazione avrebbe raggiunto il 269,9 per cento entro fine anno. Il costo del paniere alimentare di base per una famiglia di cinque persone era ad aprile di 503,73 dollari Usa, l’equivalente di 45.335,73 bolivar venezuelani, a fronte di un salario minimo mensile fermo dal 2022 a 130 bolivar venezuelani. A fine 2025, questo ammontava al tasso di cambio ufficiale a meno di un dollaro Usa, evidenziando come il potere d’acquisto delle persone continuasse a erodersi.
La distribuzione degli aiuti umanitari è continuata e, secondo i dati dell’Ocha, a novembre aveva raggiunto 1,9 milioni di persone.
Per tutto l’anno sono continuate le interruzioni nella fornitura di acqua ed elettricità, così come le proteste legate ai servizi essenziali.
Non sono stati compiuti progressi per migliorare i diritti sessuali e riproduttivi, compreso l’accesso all’aborto e ai metodi di pianificazione familiare. Lo stato non ha sviluppato né implementato politiche pubbliche che mirassero a prevenire la violazione di questi diritti o ad assicurare il loro effettivo esercizio. Inoltre, l’assenza di dati ufficiali rendeva difficile sviluppare e valutare politiche basate su evidenze. L’aborto è rimasto un reato nella maggioranza dei casi.
La mancanza di progressi nell’ambito dei diritti lgbti è rimasta costante. L’Ohchr, l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha segnalato che persone transgender venivano detenute in centri di detenzione in base al sesso assegnato loro alla nascita, esponendole a ulteriori rischi in termini di protezione durante la custodia. Ha anche denunciato l’uso da parte delle autorità statali di una retorica sessista e anti-lgbti sui media pubblici per screditare i membri e i sostenitori dell’opposizione. Le organizzazioni per i diritti delle persone lgbti hanno continuato a chiedere l’approvazione in seconda lettura della legge organica sull’equità e l’uguaglianza di genere, all’esame del parlamento dal 2009.
La mancanza di garanzie e rispetto dei diritti dei popoli nativi ha continuato a essere motivo di preoccupazione.
A gennaio, alcune comunità native yekuana dello stato dell’Amazzonia hanno denunciato che era sorto un conflitto dovuto all’attività mineraria illegale all’interno del loro territorio.
Secondo informazioni pubblicate a ottobre su canali media digitali, un gruppo di 14 nativi sanemá era stato testato positivo alla tubercolosi. Ciò ha destato preoccupazione tra le organizzazioni della società civile che evidenziavano la mancanza di dati sui tassi di morbilità e mortalità all’interno delle comunità native.
Le autorità hanno annunciato che, durante un incontro con il segretario esecutivo della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico, avevano espresso l’impegno del Venezuela in termini di giustizia ambientale, mitigazione del cambiamento climatico e progetti di adattamento, e di lotta contro la crisi climatica.
I media hanno continuato a mettere in guardia sugli impatti dell’attività mineraria illegale e della devastazione ambientale. Un rapporto sull’estrazione mineraria illegale e i diritti umani pubblicato da diverse Ong evidenziava come la mancanza di dati affidabili e l’assenza di sistemi di monitoraggio fossero di ostacolo alla gestione climatica, nonostante le dichiarazioni ufficiali a riguardo.
L’Ong Sos Orinoco ha documentato nel primo trimestre dell’anno 10 incidenti minerari, segnati da un totale di 10 decessi. A ottobre, i media hanno riportato la morte di 14 minatori nello stato di Bolívar, travolti dall’acqua che aveva inondato la miniera d’oro dove stavano lavorando. Sono emersi dubbi sul fatto che la miniera disponesse di tutti i permessi legali necessari; le autorità non hanno fornito informazioni sulla questione.
Il Venezuela non aveva ancora firmato l’Accordo di Escazú.