Foto di LUIS TATO/AFP via Getty Images
Nel 2025, Amnesty International ha documentato diffuse violazioni da parte dei governi e di altri attori, fallimenti nell’accertamento delle responsabilità e ingiustizie sistemiche, insieme a limitate aree di progresso. Molti di questi schemi ricorrenti sono continuati anche nel 2026, in un contesto segnato da continui attacchi all’ordine internazionale basato sulle regole.
Sono stati commessi diffusamente crimini di diritto internazionale e, tra questi, il genocidio di Israele contro la popolazione palestinese di Gaza, i crimini contro l’umanità della Russia in Ucraina e i crimini di guerra e altri crimini di diritto internazionale in Myanmar, Sudan e in altri conflitti. I trasferimenti irresponsabili di armi hanno continuato ad alimentare le atrocità, sebbene l’attivismo e vincoli normativi abbiano portato alcuni stati a limitare o vietare le esportazioni di armi a Israele. Nel 2025, gli Usa e la Russia hanno indebolito l’efficacia dei meccanismi internazionali di accertamento delle responsabilità, in particolare l’Icc, mentre diversi altri stati hanno annunciato il loro ritiro dallo Statuto di Roma. Nonostante ciò, l’Icc e altri meccanismi sono riusciti a ottenere arresti e condanne importanti, e sono stati creati nuovi organismi investigativi, tra cui un tribunale speciale sul crimine di aggressione contro l’Ucraina.
Le pratiche autoritarie si sono intensificate a livello mondiale. I governi di Afghanistan, Cina, Egitto, India, Iran, Kenya, Regno Unito, Usa e Venezuela, tra i vari paesi, hanno represso le proteste con la violenza, criminalizzato il dissenso attraverso leggi antiterrorismo o securitarie o hanno fatto ricorso a sparizioni forzate, esecuzioni e tattiche poliziesche illegali. Tortura e maltrattamento, anche attraverso l’utilizzo di armi a scarica elettrica, sono rimasti fenomeni diffusi, anche se è cresciuto il favore per l’adozione di un Trattato delle Nazioni Unite per un commercio libero dalla tortura.
La discriminazione è stata un tema centrale. Persone rifugiate e migranti hanno affrontato espulsioni di massa e politiche connotate da discriminazione razziale, mentre le persone sfollate oltre i confini internazionali nel contesto del cambiamento climatico sono rimaste in larga parte senza tutele. Le ingiustizie razziali legate al colonialismo e alle industrie estrattive sono rimaste una realtà, così come le richieste di riparazione. La violenza di genere e le restrizioni ai diritti delle donne sono state dilaganti. Nonostante i progressi legislativi ottenuti in alcuni paesi nel 2025 per ampliare i diritti d’aborto e per vietare i matrimoni infantili, le barriere che ostacolano l’accesso all’aborto e all’assistenza post-aborto sono rimaste. Allo stesso tempo, l’ondata di attacchi a un’ampia gamma di diritti delle persone lgbti, specialmente le persone transgender, è aumentata in tutto il mondo.
I governi non sono riusciti a eliminare progressivamente i combustibili fossili, con la finanza climatica e il sostegno all’adattamento ancora del tutto inadeguati rispetto ai bisogni reali. Debito, tagli degli aiuti e strutture economiche globali inique hanno compromesso i diritti economici e sociali. Le violazioni compiute dalle multinazionali, tra cui danni ambientali, violazioni dei diritti del lavoro e ricorso ad azioni legali, sono continuate anche nel 2025, mentre un nuovo regolamento d’importanza storica dell’Ue sulla diligenza dovuta delle imprese è stato significativamente ridimensionato.
Infine, i governi hanno sfruttato la tecnologia per mettere in pratica e rafforzare le loro prati che autoritarie e, facilitati da attori aziendali, hanno impiegato tecniche di sorveglianza illegale per limitare il diritto alla libertà d’espressione o reprimere le proteste. Nonostante nel 2025 si siano compresi meglio gli effetti negativi sui diritti umani associati alle piattaforme social e all’ascesa degli strumenti dell’Ai generativa, la regolamentazione in materia era in grave ritardo.
Israele ha commesso genocidio, oltre che molteplici crimini di guerra e crimini contro l’umanità, contro la popolazione palestinese di Gaza; il genocidio è continuato oltre il cessate il fuoco con Hamas del 9 ottobre 2025. Il suo sistema di apartheid contro tutta la popolazione palestinese ha avuto un bilancio pesante, in particolare nella Cisgiordania occupata, compresa Gerusalemme Est, attraverso operazioni militari ad alta intensità e uno spiccato aumento della violenza dei coloni sostenuti dallo stato. Proteste di massa contro il genocidio di Israele si sono moltiplicate in varie parti del mondo. Un’ampia gamma di organizzazioni, organismi internazionali e stati ha riconosciuto che Israele stava commettendo genocidio. Ciononostante, i governi più potenti del mondo non hanno saputo intraprendere azioni significative per fermare il genocidio o per porre fine all’occupazione illegale da parte di Israele e al suo sistema di apartheid.
La Russia ha commesso crimini contro l’umanità e crimini di guerra, perpetrati anche attraverso sparizioni forzate diffuse, tortura e, secondo i resoconti, prendendo deliberatamente di mira con droni la popolazione civile ucraina. Ha inoltre intensificato i suoi raid aerei diretti contro infrastrutture civili cruciali in Ucraina. Le segnalazioni di persone ucraine prigioniere di guerra sottoposte a esecuzione extragiudiziale da parte delle forze russe sono diventate sempre più frequenti. Nei territori che occupava, la Russia ha anche adottato misure per reprimere le identità non-russe. Al di fuori dei conflitti armati, le sparizioni forzate, le detenzioni arbitrarie e la tortura praticata in maniera sistematica e diffusa dal governo del Venezuela contro dissidenti e altre persone erano da considerarsi allo stesso modo come crimini contro l’umanità.
Le parti coinvolte nei conflitti che hanno infiammato numerosi altri paesi hanno commesso atti che costituivano crimini di guerra. Le forze governative, le milizie alleate e i gruppi armati d’opposizione si sono resi responsabili dell’uccisione complessiva di migliaia di civili. Nella Repubblica Democratica del Congo (Democratic Republic of Congo– Drc), diversi gruppi armati hanno ucciso illegalmente centinaia di civili; uno ha anche attaccato gli ospedali e rapito pazienti e persone che li assistevano. In Myanmar, l’esercito ha utilizzato parapendii motorizzati per sganciare munizioni esplosive su villaggi e altri siti, uccidendo decine di civili, tra cui minori; ha anche bloccato gli aiuti alle aree in mano alla resistenza. In Sudan, le Forze armate sudanesi e i loro alleati hanno ucciso decine di civili in rappresaglia per la loro sospetta collaborazione con le rivali Forze di supporto rapido, che a loro volta hanno compiuto uccisioni illegali di civili, comprese uccisioni di massa durante gli attacchi sferrati nel Nord Darfur. Le notizie di attacchi e uccisioni illegali da parte delle forze governative e dei gruppi armati sono rimaste una costante nei conflitti di lunga data in corso in Africa, in paesi come Burkina Faso, Camerun, Mali, Mozambico, Niger, Nigeria, Repubblica Centrafricana (Central African Republic– Car), Somalia e Sud Sudan. In Siria, le milizie affiliate al governo hanno perpetrato un’ondata di uccisioni di massa di centinaia di civili, compresi omicidi su base settaria.
Le Nazioni Unite e altri organismi hanno registrato migliaia di casi di violenza sessuale e di genere legata al conflitto in paesi come Car, Drc, Somalia, Sud Sudan e Sudan. In Sudan, le Forze di supporto rapido hanno utilizzato la violenza sessuale in maniera diffusa e sistematica per umiliare, punire e sfollare le donne; anche le Forze armate sudanesi hanno commesso violenze sessuali, inclusi stupri, contro donne e uomini. I governi dovrebbero intraprendere azioni significative che fermino il genocidio e collaborare nell’ambito delle Nazioni Unite e altri consessi per affrontare e prevenire tutti crimini di diritto internazionale.
Rischiando la complicità, gli stati hanno continuato a compiere e a facilitare trasferimenti irresponsabili di armi, anche verso attori implicati nella commissione di crimini di diritto internazionale. Gli Usa hanno guidato la fornitura di un massiccio sostegno militare a Israele. Gli Emirati Arabi Uniti hanno fornito armi, compresi sofisticati armamenti di fabbricazione cinese e mezzi blindati per il trasporto delle truppe alle Forze di supporto rapido del Sudan, che il gruppo ha utilizzato in Darfur.
La pressione sugli stati e sulle aziende produttrici di armi è aumentata e ha avuto un qualche effetto. Negli anni che hanno preceduto il 2025, stati come Belgio, Canada, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Spagna e Regno Unito, tra gli altri, avevano adottato qualche misura per ridurre le forniture di armi a Israele, anche se spesso le loro azioni si erano limitate a rifiutare di autorizzare il rilascio di nuove licenze per l’esportazione di armi, mentre continuavano a rifornire armi in base alle vecchie licenze. Il 2025 ha visto un ulteriore passo avanti. In Belgio, un tribunale ha ordinato al governo regionale delle Fiandre di bloccare ogni transito di materiale militare diretto a Israele, in seguito a un divieto di esportare armi al paese dalla regione della Vallonia. In Germania, il governo ha annunciato che non avrebbe autorizzato nuove licenze per l’esportazione verso Israele di armi che avrebbero potuto essere utilizzate a Gaza, sebbene abbia successivamente revocato la sospensione delle esportazioni di armi a Israele. In Slovenia, nonostante i problemi di implementazione, il governo ha annunciato che avrebbe vietato ogni commercio di armi con Israele, inclusi i transiti e le importazioni. In Spagna, un embargo totale sulle armi a Israele è diventato legge. Il Gruppo dell’Aia, un blocco di stati impegnati in “misure diplomatiche coordinate e legali” in difesa del diritto internazionale e in solidarietà con il popolo della Palestina, comprendente Bolivia, Colombia, Cuba, Honduras, Malesia, Namibia, Senegal e Sudafrica, si è impegnato a fermare ogni commercio di armi con Israele. L’attivismo globale contro il flusso di armi a Israele è cresciuto; gli scioperi che hanno riempito le piazze in Italia e le azioni dei lavoratori portuali in Francia, Grecia, Italia, Marocco, Spagna e Svezia, per esempio, puntavano a interrompere le rotte commerciali di armi verso Israele.
Tuttavia, nel 2025 alcuni stati hanno fatto marcia indietro o hanno segnalato l’intenzione di ritirarsi dai loro impegni relativi alle armi vietate. La Lituania si è ritirata dalla Convenzione sulle munizioni a grappolo, il primo stato a farlo dalla sua adozione nel 2008. Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania e Polonia hanno notificato alle Nazioni Unite la loro intenzione di ritirarsi dalla Convenzione per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, trasferimento di mine antipersona e relativa distruzione (Trattato di Ottawa), citando le minacce da parte della Russia. Le autorità di Finlandia e Polonia hanno dichiarato che i loro paesi avrebbero ripreso la produzione domestica di mine antipersona. L’Ucraina ha comunicato alle Nazioni Unite la sua intenzione di sospendere l’operatività del Trattato di Ottawa, in contrasto con le disposizioni della convenzione stessa. Ciononostante, la maggior parte degli stati ha riconosciuto le preoccupazioni umanitarie, legali ed etiche relative all’Ai e ai sistemi d’arma autonomi. Nel Primo comitato dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, 156 stati hanno votato a favore di una risoluzione che chiedeva di completare il lavoro di definizione degli elementi necessari per l’adozione di uno strumento internazionale sui sistemi d’arma autonomi in vista di future negoziazioni. Gli stati e le aziende dovrebbero fermare tutti i trasferimenti irresponsabili di armi, inclusi tutti i trasferimenti verso Israele1.
Gli stati dovrebbero rinnovare il loro impegno verso la Convenzione sulle munizioni a grappolo e il Trattato di Ottawa e negoziare un trattato che vieti determinati sistemi d’arma autonomi e controlli rigorosamente l’utilizzo di sistemi che possono essere usati legalmente.
Alcuni stati, tra cui la Russia e gli Usa, hanno attaccato o indebolito l’efficacia dei meccanismi internazionali di accertamento delle responsabilità nel 2025. In maniera ancor più disastrosa, gli Usa hanno emesso sanzioni contro procuratori e giudici dell’Icc, oltre che contro la Relatrice speciale delle Nazioni Unite sul Territorio Palestinese Occupato e molteplici organizzazioni palestinesi per i diritti umani, nell’intento di ostacolare il lavoro dell’Icc e mettere al riparo cittadini israeliani e statunitensi dall’accertamento delle responsabilità. I tribunali interni russi hanno emesso mandati d’arresto contro funzionari dell’Icc. Altri stati non hanno fatto sostanzialmente niente per proteggere questi individui e organizzazioni, o la stessa Icc. L’Ue ha scelto di non attivare in risposta il proprio statuto di blocco, uno strumento giuridico progettato come contromisura per annullare l’efficacia extraterritoriale di leggi estere che colpiscono entità europee. Gli stati membri dell’Icc Burkina Faso, Mali e Niger hanno annunciato la loro intenzione di ritirarsi dallo Statuto di Roma, mentre l’Ungheria si è spinta oltre e ha presentato una notifica formale per il suo ritiro nel 2026. Diversi stati membri dell’Icc, tra cui Ungheria, Italia e Tagikistan non hanno dato attuazione ai mandati d’arresto emessi dall’Icc.
Ciononostante, i meccanismi internazionali hanno continuato a svolgere un lavoro importante verso l’accertamento delle responsabilità. L’Icc ha spiccato mandati d’arresto nei confronti di due leader talebani per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere contro donne, ragazze e persone lgbti, dal loro ritorno al potere in Afghanistan nel 2021, oltre ad avere disigillato i mandati emessi contro cittadini libici accusati di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. L’ex presidente delle Filippine è stato consegnato all’Icc nell’ambito dell’implementazione del mandato di cattura emesso nei suoi confronti per il crimine contro l’umanità di omicidio, in relazione alle uccisioni perpetrate nel contesto della “guerra alla droga”. A dicembre, la camera preprocessuale dell’Icc ha convalidato i 39 capi d’imputazione formulati dall’Ufficio del procuratore contro Joseph Kony, fondatore e leader dell’Esercito di resistenza del signore in Uganda. Lo stesso mese, la Germania ha consegnato all’Icc Khaled Mohamed Ali El Hishri, membro di spicco di una potente milizia libica, che era oggetto di un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità e crimini di guerra, in relazione alle violazioni perpetrate nella famigerata prigione di Mitiga, nella capitale Tripoli. L’Icc ha giudicato un leader della milizia Janjaweed colpevole di crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi durante i brutali attacchi compiuti in Darfur, nel Sudan, tra il 2023 e il 2024. Il tribunale penale speciale della Car, un tribunale ibrido, ha giudicato sei ex membri di un gruppo armato colpevoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, in relazione all’uccisione di decine di persone e allo sfollamento di altre centinaia durante un attacco compiuto dal gruppo nel 2020.
Nel frattempo, sono stati istituiti nuovi meccanismi. Il Consiglio d’Europa ha istituito il Tribunale speciale per il crimine di aggressione contro l’Ucraina, con l’obiettivo di indagare e perseguire leader politici e militari di alto livello della Russia e di altri stati che si sono resi responsabili di questo crimine in Ucraina. Sebbene l’Icc abbia emesso mandati d’arresto nei confronti di sei funzionari russi, incluso Vladimir Putin, per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, non ha giurisdizione per perseguire il crimine di aggressione in Ucraina. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha istituito un meccanismo investigativo indipendente per l’Afghanistan.
I governi dovrebbero sostenere e tutelare l’Icc, anche attivando o emanando statuti di blocco per proteggere da minacce e sanzioni il personale dell’Icc e altre persone coinvolte nel lavoro correlato all’Icc. Dovrebbero inoltre assicurare che i mandati di cattura dell’Icc contro rappresentanti dello stato siano applicati senza richieste di immunità penale per i loro crimini2.
In varie parti del mondo, le autorità statali e altri potenti attori hanno messo in atto tutta una serie di pratiche autoritarie per mettere a tacere la società civile e sottrarsi alle loro responsabilità. Molti stati hanno fatto ricorso all’uso illegale della forza per reprimere proteste che esprimevano un malcontento politico e socioeconomico. In Tanzania, la repressione attuata contro partecipanti alle proteste postelettorali ha provocato la morte di centinaia di persone. In Nepal, il giro di vite sulle proteste giovanili contro la corruzione e un divieto sui social media ha causato 76 morti, tra cui manifestanti e agenti di polizia. In Iran, durante le proteste che erano iniziate il 28 dicembre nella capitale Teheran per poi diffondersi rapidamente nell’intera nazione, le forze di sicurezza hanno utilizzato illegalmente contro manifestanti fucili e pistole caricate con pallini di metallo, causando decessi e ferimenti. L’uccisione di manifestanti provocata dall’uso illegale della forza è stata documentata anche in paesi come Angola, Camerun, Ecuador, Indonesia, Kenya, Madagascar, Pakistan, Perù e Turchia. In alcuni paesi, la polizia è ricorsa a tipologie di armi non adeguatamente regolamentate, come armi soniche a lungo raggio in Serbia e, in molti casi, a un impiego irresponsabile di gas lacrimogeni.
Alcuni stati, tra cui Afghanistan, Bielorussia, Burkina Faso, Cina, Cuba, Mali, Myanmar, Nicaragua, Corea del Nord, Pakistan, Russia, Uganda e Venezuela, hanno commesso sparizioni forzate contro persone come difensori dei diritti umani, attivisti, giornalisti e altre, come strumento per infondere paura. Altri stati, come Iran e Arabia Saudita, hanno perseguito la pena di morte come strumento sia per incutere paura sia per dare una falsa impressione di sicurezza e di governo forte3.
Nel 2025, alcuni governi hanno abusato di leggi antiterrorismo e di sicurezza nazionale per punire persone come oppositori, difensori dei diritti umani e altri attivisti per il loro dissenso, inclusi atti pacifici di disobbedienza civile. In Egitto, le autorità hanno rinviato a giudizio per terrorismo migliaia di persone, che in molti casi erano state prese di mira esclusivamente per il pacifico esercizio dei loro diritti umani. In India e nelle regioni amministrative autonome cinesi di Hong Kong e Macao, le autorità hanno ampiamente utilizzato le legislazioni antiterrorismo per detenere persone attiviste e impegnate nella difesa dei diritti umani. In Venezuela, continuavano a essere arbitrariamente detenute almeno 806 persone, molte delle quali erano state sottoposte a sparizione forzata nell’ambito della consolidata politica di repressione attuata dal governo contro qualsiasi dissenso, reale o percepito. In Tunisia, le autorità hanno sottoposto persone dell’opposizione a processi di massa politicamente motivati e a sentenze punitive per periodi anche di 45 anni di carcere, ai sensi di legislazioni antiterrorismo e sui reati informatici. Nel Regno Unito, le autorità hanno messo fuori legge Palestine Action, una rete di azione diretta che si oppone al coinvolgimento del Regno Unito nelle operazioni militari condotte da Israele, sulla base di vaghe disposizioni antiterrorismo; più di 2.000 persone sono state arrestate in tutto il Regno Unito semplicemente per essersi opposte pacificamente a questa messa al bando. Hanno anche perseguito 16 attivisti e attiviste di Just Stop Oil, una coalizione impegnata su temi ambientali, per avere partecipato a vari atti di disobbedienza civile finalizzati a fermare l’espansione dell’estrazione di combustibili fossili, per i quali sono stati condannati a pene variabili da cinque mesi a cinque anni di carcere. Negli Usa, le autorità hanno preso di mira con arresti ed espulsioni studenti stranieri che esprimevano sostegno alla popolazione palestinese e hanno arrestato coloro che protestavano per i metodi repressivi dell’Immigration and Custom Enforcement (Ice) contro migranti senza documenti.
I governi dovrebbero smettere di reprimere e criminalizzare il dissenso, compresi gli atti pacifici di disobbedienza civile. Dovrebbero assicurare l’accertamento delle responsabilità per tutte le violazioni commesse nel contesto delle proteste e garantire alle vittime l’accesso a un rimedio concreto.
Sono stati molti gli stati che nel 2025 hanno agito nel disprezzo delle norme sui diritti umani in situazioni di ordine pubblico. Alcuni sono arrivati a compiere omicidi sostenuti dallo stato. A settembre, l’esercito degli Stati Uniti ha iniziato a bombardare imbarcazioni e a commettere apertamente esecuzioni extragiudiziali in America Latina, nel Mar dei Caraibi e Oceano Pacifico, in base ad asserzioni secondo cui gli obiettivi erano “narcoterroristi” dediti al traffico di droga. A ottobre, la polizia civile e militare di Rio de Janeiro, in Brasile, ha condotto un’operazione antidroga nelle favelas che ha causato oltre 120 decessi, in maggioranza di persone nere e indigenti, con molteplici segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali. Le garanzie internazionali e le restrizioni all’utilizzo della pena di morte sono state inoltre frequentemente ignorate in nome della sicurezza in un contesto caratterizzato in molte parti da un aumento delle esecuzioni per reati in materia di droga.
In tutto il mondo, le agenzie di pubblica sicurezza hanno anche impiegato tecniche equivalenti a tortura e maltrattamento. Alcune hanno utilizzato armi a scossa elettrica a contatto diretto, come pistole stordenti e manganelli elettrici, per strada, ai confini, nei centri di detenzione per persone migranti e rifugiate, negli istituti di salute mentale, nelle stazioni di polizia, nei penitenziari e in altri luoghi di detenzione. Questi dispositivi intrinsecamente abusivi, che infliggono dolorose scosse alla pressione di un pulsante, sono stati utilizzati contro persone come manifestanti, studenti, oppositori politici, donne e ragazze (comprese donne incinte), minori e difensori dei diritti umani. Le persone sopravvissute hanno riportato ustioni, intorpidimento, aborti, disfunzioni urinarie, insonnia, prostrazione fisica e traumi psicologici profondi. Stati e aziende hanno continuato a produrre, promuovere e vendere questo tipo di attrezzatura.
C’è stato anche un diffuso abuso di armi a scossa elettrica a proiettile, che possono avere un ruolo legittimo in operazioni di pubblica sicurezza, ma che sono state spesso utilizzate per compiere atti di tortura e maltrattamento, evidenziando la necessità di rigorosi controlli commerciali basati sui diritti umani sull’attrezzatura in dotazione standard alle agenzie di pubblica sicurezza4.
È incoraggiante constatare, tuttavia, che la pressione per l’adozione di un Trattato delle Nazioni Unite per un commercio libero dalla tortura sia cresciuta nel 2025. A giugno, i quattro meccanismi delle Nazioni Unite contro la tortura hanno fatto un appello a una maggiore responsabilità e trasparenza nelle operazioni di gestione delle proteste, a sostegno delle proposte per lo sviluppo del trattato. Analogamente, il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha adottato una decisione che incoraggiava i suoi 46 stati membri a sostenere lo sviluppo di uno strumento internazionale giuridicamente vincolante per un commercio libero dalla tortura. A luglio, l’Ue ha esteso l’ambito dei beni coperti dal suo innovativo Regolamento anti-tortura, rafforzando le misure a livello regionale che impediscono il trasferimento di attrezzatura di pubblica sicurezza a quei soggetti che nel mondo la utilizzerebbero a scopo di tortura e maltrattamento5.
I governi dovrebbero fermare gli omicidi appoggiati dallo stato, compresi quelli condotti in nome della sicurezza. Dovrebbero raddoppiare gli sforzi per vietare la dotazione di attrezzatura intrinsecamente offensiva alle agenzie di pubblica sicurezza e imporre controlli commerciali basati sui diritti umani sull’attrezzatura standard sostenendo la negoziazione di un Trattato delle Nazioni Unite per un commercio libero dalla tortura.
In tutto il mondo i governi hanno messo in atto pratiche autoritarie nel contesto dell’asilo e della migrazione. Alcuni hanno autorizzato misure illegali o hanno aggirato processi legislativi per istituire politiche sulla migrazione dannose. Nel 2025, gli Usa e gli stati europei, tra cui Cipro, Finlandia, Grecia, Italia, Polonia e Ungheria, così come altri paesi, hanno adottato o applicato misure estreme per effettuare espulsioni e altri tipi di rimpatrio e impedire gli arrivi irregolari di persone rifugiate e migranti, in violazione dei loro obblighi sui diritti umani. Iran e Pakistan hanno costretto al rimpatrio o hanno espulso rispettivamente più di 1,8 milioni e 990.000 cittadini e cittadine afgani, nonostante le continue violazioni commesse dai talebani. Tra dicembre 2024 e febbraio 2025, le autorità etiopi hanno espulso più di 600 eritrei rimandandoli con la forza in Eritrea, dove il governo considerava la loro richiesta di asilo all’estero una prova di tradimento.
I governi hanno spesso rappresentato le loro politiche sulla migrazione e i sistemi d’asilo come strumenti neutrali necessari per affermare la sovranità statale, perseguire interessi di sicurezza nazionale ed economici o evitare di gravare eccessivamente sulle risorse pubbliche. Tuttavia, le eredità del colonialismo e della schiavitù hanno continuato a plasmare sistemi, leggi, politiche e pratiche che discriminano, direttamente o indirettamente, le persone razzializzate in tutto il mondo. Nel 2025, Amnesty International ha denunciato pratiche sistematiche di razzismo strutturale in relazione alle politiche d’asilo e migratorie di diversi paesi, tra cui Arabia Saudita, Canada, Francia, Libia, Repubblica Dominicana, Tunisia e Usa, così come, più in generale, di paesi europei dell’area Schengen6.
In alcuni casi, i governi hanno utilizzato tecnologie digitali per rafforzare regimi di frontiera che discriminano le persone in base a razza, etnia od origine nazionale7. La discriminazione di genere ha in alcuni casi aggravato tali preoccupazioni; nella Repubblica Dominicana, le donne haitiane in gravidanza e allattamento sono state espulse direttamente dagli ospedali.
I governi di tutto il mondo non sono stati generalmente in grado di proteggere coloro che nel contesto del cambiamento climatico erano stati costretti a varcare i confini internazionali come sfollati. Quasi nessuno ha emesso visti specifici che permettessero alle persone di migrare in sicurezza da aree particolarmente colpite dal cambiamento climatico. Al contrario, costringevano le persone a muoversi tra procedure e percorsi esistenti, spesso discriminatori e restrittivi. I più colpiti erano le comunità razzializzate e povere, le donne e altri gruppi marginalizzati. Le persone anziane, quelle con disabilità e altre con patologie venivano spesso lasciate indietro, poiché non riuscivano a soddisfare i requisiti per il rilascio del visto, come si è visto nel caso delle persone che hanno lasciato le isole del Pacifico di Tuvalu e Kiribati per Aotearoa Nuova Zelanda.
I governi dovrebbero abolire o riformare i sistemi basati su visti vincolati e permessi di soggiorno precari che favoriscono discriminazione e sfruttamento, impedire che le tecnologie digitali rafforzino pratiche discriminatorie di gestione delle frontiere ed elaborare quadri normativi che proteggano le persone sfollate nel contesto del cambiamento climatico8.
Nelle varie regioni, i governi hanno utilizzato una retorica razzista e discriminatoria nell’applicare le loro pratiche autoritarie nel contesto dell’asilo e della migrazione, così come nella repressione del dissenso e nella gestione della pubblica sicurezza. Molti paesi hanno inoltre registrato un aumento dei crimini d’odio. Nel tentativo di affrontare le cause alla base della discriminazione, le comunità colpite in varie parti del mondo si sono mobilitate per cercare di ottenere forme di riparazione per le ingiustizie storiche ereditate dal colonialismo e dalla schiavitù e per il loro impatto contemporaneo. Nel 2025, nominato dall’Ua come “l’anno per le riparazioni”, il pioneristico festival Wakati Wetu ha richiamato centinaia di partecipanti, tra cui artisti, musicisti, legislatori, filantropi, attivisti ed educatori culturali, per esaminare la duratura eredità della tratta degli schiavi e del colonialismo e promuovere un dialogo di giustizia riparatoria. Allo stesso tempo, con il 2025 che segnava anche il bicentenario dell’imposizione da parte della Francia del “debito d’indipendenza” che aveva costretto Haiti a compensare l’ex potenza coloniale per la perdita dei profitti derivanti dal lavoro degli schiavi, attivisti e organizzazioni di Haiti e della sua diaspora hanno chiesto alla Francia di fornire riparazioni e di confrontarsi altrimenti con il proprio passato coloniale nel paese.
Nel 2025, i governi di Bolivia, Canada ed Ecuador, tra i vari paesi, hanno ampliato i loro progetti estrattivi all’interno dei territori dei popoli nativi, senza consultarli con procedure che soddisfacessero gli standard internazionali a un consenso libero, anticipato e informato. I popoli nativi, che spesso dipendono dagli ecosistemi per le loro culture e i loro mezzi di sussistenza, hanno utilizzato canali legali e politici per cercare di ottenere riparazioni per i danni prodotti dall’espropriazione di queste terre, oltre che dalla colonizzazione e dallo sterminio. In un caso clamoroso emerso nel 2025, il popolo avá guaraní paranaense ha ottenuto, dopo oltre 40 anni di lotta, un certo risarcimento per l’esproprio e l’allagamento della loro terra. La società creata dai governi brasiliano e paraguayano per costruire e gestire la diga idroelettrica che aveva causato tali danni è stata destinataria di un’ingiunzione che la vincolava a finanziare l’acquisto di 3.000 ettari di terreno per le comunità colpite. I governi degli stati che hanno avuto responsabilità diretta in ingiustizie storiche, come il colonialismo, il commercio degli schiavi e la schiavitù, o che da queste hanno tratto profitto, dovrebbero implementare opportune misure di giustizia riparatoria. Tali misure non dovrebbero solo fornire risarcimenti per le ingiustizie, ma anche smantellare le strutture e i sistemi con temporanei di discriminazione e disuguaglianza razziale.
In tutto il mondo donne e ragazze sono state vittime di violenza di genere e hanno incontrato ostacoli nell’accesso a protezione, giustizia e rimedio, aggravati in alcuni casi dalla discriminazione per altri motivi, come ad esempio migrazione, casta, lavoro, classe o religione. In Afghanistan, i decreti talebani vietavano alle donne l’istruzione, il lavoro e la libera circolazione e alimentavano la violenza di genere e i matrimoni infantili. In Nepal, casi di violenza di genere contro le donne dalit non sono stati indagati. In Siria, le famiglie alawite che hanno denunciato il rapimento di donne e ragazze da parte di uomini armati non identificati sono state ignorate. Nelle Americhe, donne e ragazze continuavano a essere esposte a elevati livelli di violenza, compresi i femminicidi; in Argentina, nonostante la media di un femminicidio ogni 35 ore, il governo ha eliminato 13 programmi fondamentali di prevenzione e risposta a questo tipo di violenza. In Georgia, la retorica misogina e sessista da parte di alti funzionari pubblici è stata accompagnata da abusi di genere contro donne che manifestavano, comprese minacce di aggressioni fisiche e degradanti perquisizioni complete. Tuttavia, non sono mancati alcuni positivi sviluppi, come le nuove leggi approvate in Bolivia e Burkina Faso che hanno vietato i matrimoni precoci per le ragazze, così come per i ragazzi.
Nel 2025, come per gli anni precedenti, sono stati registrati progressi in alcuni paesi per ampliare i diritti d’aborto. In Danimarca, nelle Isole Faroe e in Norvegia, i parlamenti hanno approvato legislazioni per migliorare l’accesso all’aborto e il Lussemburgo ha sancito l’aborto come una libertà garantita nella sua costituzione. In Malawi, l’Alta corte ha affermato il diritto delle ragazze sopravvissute a violenza sessuale di chiedere un aborto. Tuttavia, nella Repubblica Dominicana, una nuova legge ha stabilito il divieto assoluto d’aborto. In molti altri paesi del mondo sono rimaste in vigore le barriere già esistenti che impedivano l’accesso all’aborto e all’assistenza post-aborto.
L’ondata di attacchi contro una serie di diritti delle persone lgbti, specialmente le persone transgender, è aumentata in tutto il mondo, spesso alimentata da diverse figure anti-gender. In Burkina Faso, una nuova legge ha criminalizzato le relazioni omosessuali consensuali. In Ungheria e Slovacchia, i parlamenti nazionali hanno approvato modifiche costituzionali che avrebbero portato al riconoscimento di solo due generi (maschile e femminile) e rafforzato la discriminazione contro le coppie omosessuali. In Canada, Paraguay, Perù, Portorico e negli Usa, sono state implementate leggi o politiche restrittive contro i diritti delle persone transgender. In Cina, alcune piattaforme online, così come siti web e portali di discussione si sono con formati alle direttive della censura di stato, mettendo a tacere le discussioni individuali e di gruppo sui diritti delle persone lgbti, così come delle donne. In molti stati della regione del Medio Oriente e Africa del Nord sono state arrestate e perseguite penalmente persone a causa del loro orientamento sessuale o identità di genere, e alcune sono state condannate a pene severe per relazioni omosessuali consensuali. Tuttavia, sentenze giudiziarie in Giappone e Messico si sono pronunciate a favore del riconoscimento legale delle persone transgender.
I governi devono porre fine alla discriminazione basata sul genere e la sessualità e implementare riforme legislative e politiche che garantiscano pari e pieni diritti a tutte le donne, le ragazze e le persone lgbti, inclusi i loro diritti sessuali e riproduttivi. Devono garantire che tutte le vittime e le persone sopravvissute a violenza di genere possano ottenere protezione, giustizia e rimedio in modo tempestivo ed efficace.
L’insicurezza alimentare, lo sfollamento forzato e la distruzione di case e di mezzi di sussistenza causati da disastri resi sempre più probabili e intensi dal cambiamento climatico, come periodi di siccità, alluvioni, uragani, ondate di caldo e incendi boschivi, hanno subìto un’accelerazione nei diversi paesi, a ogni livello di reddito. Come al solito, spesso sono stati quelli che contribuivano in misura minore al cambiamento climatico a sopportare il peso maggiore.
Secondo i dati pubblicati a novembre 2025 dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, il mondo è ormai avviato a raggiungere la soglia dei tre gradi Celsius di riscaldamento sopra i livelli preindustriali entro la fine del secolo, a condizione che i paesi realizzino le politiche in atto, esito che appare sempre più improbabile. Negli ultimi anni, i governi hanno fatto troppo poco per eliminare gradualmente i combustibili fossili o per contrastare altri fattori chiave del cambiamento climatico. Nel 2025, i governi di alcuni paesi, tra cui Brasile e Canada, sono andati oltre, adottando misure significative per aumentare la loro produzione e le esportazioni di carburante, spesso avvalendosi di sussidi finanziati dai contribuenti. Gli Usa hanno costretto i paesi membri dell’Ue a impegnarsi a importare e utilizzare grosse quantità di combustibili fossili. Soltanto un terzo degli stati parte dell’Accordo di Parigi ha presentato i piani di azione climatica richiesti (contributi determinati nazionalmente) entro la scadenza del 2025.
Oltre a guidare il cambiamento climatico, i combustibili fossili rappresentano rischi significativi per la salute di almeno due miliardi di persone che vivono nel raggio di cinque chilometri da oltre 18.000 siti di infrastrutture che sfruttano i combustibili fossili distribuiti in 170 paesi in tutto il mondo. Si stima che di questi, oltre 520 milioni siano minori e che almeno 463 milioni di persone vivano entro un chilometro dai siti e siano quindi esposte a rischi ambientali e sanitari molto più elevati9.
I leader che hanno partecipato alla conferenza sul cambiamento climatico in Brasile a novembre 2025, la Cop30, non sono riusciti a sviluppare o anche solo riaffermare l’impegno verso una “transizione graduale” dai combustibili fossili concordata alla Cop28. Non sono riusciti neppure a mobilitare una quota elevata di finanziamenti basati su sovvenzioni che i paesi a basso reddito necessitano per l’adattamento10. La fornitura di finanziamenti per il clima è un obbligo che i paesi ad alto reddito hanno per aiutare i paesi a basso reddito ad adattarsi agli impatti devastanti del cambiamento climatico attuali e futuri, dei quali non sono responsabili.
Si stima che il fabbisogno sia di almeno 300 miliardi di dollari Usa all’anno, che i governi potrebbero finanziare attraverso una tassazione equa e il reindirizzamento dei sostanziosi sussidi destinati ai combustibili fossili11.
In questo contesto, ha assunto un rilievo importante che le opinioni consultive di due corti internazionali, la Corte internazionale di giustizia e la Corte interamericana dei diritti umani, abbiano affermato gli obblighi degli stati di proteggere dal cambiamento climatico gli esseri umani e gli ecosistemi da cui dipendono, compreso l’obbligo di eliminare progressivamente i combustibili fossili. Inoltre, alla Cop30, i governi di Colombia e Paesi Bassi hanno annunciato che, ad aprile 2026, avrebbero ospitato congiuntamente la prima Conferenza internazionale sulla giusta transizione dai combustibili fossili.
I governi dovrebbero impegnarsi per una eliminazione dei combustibili fossili rapida, equa e adeguatamente finanziata, attraverso una transizione giusta, anche approvando il Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili e partecipando allo sforzo multilaterale guidato dai governi di Colombia e Paesi Bassi.
La sovrapposizione di crisi economiche di lunga data, conflitti globali e danni climatici in accelerazione sta creando una “tempesta perfetta” aggravata dall’iniquo sistema di governance economica globale imperniato sul Fondo monetario internazionale e sulla Banca mondiale, non più adatto allo scopo, e da decisioni evitabili da parte degli stati ad alto reddito di definanziare la realizzazione dei diritti economici, sociali e culturali attraverso massicci tagli agli aiuti. L’inflazione ha continuato a far lievitare il costo degli interessi del ripagamento del debito, tanto che molti paesi a basso e medio reddito hanno sofferto livelli di debito insostenibili e non sono riusciti a investire nella realizzazione dei diritti economici e sociali, inclusi i diritti alla salute, all’istruzione e alla sicurezza sociale. Sistemi fiscali iniqui e l’incapacità di frenare un’elusione ed evasione fiscale aggressiva da parte di attori aziendali e di soggetti più benestanti hanno ulteriormente privato i governi delle entrate tanto necessarie per la realizzazione dei diritti economici e sociali. I tagli caotici e improvvisi all’assistenza allo sviluppo da parte degli Usa hanno provocato il blocco o la chiusura di programmi sanitari e interruzioni nella fornitura di farmaci salvavita in molti paesi a basso reddito, causando danni specialmente per i gruppi marginalizzati12.
Questi tagli, che si inserivano in una più ampia tendenza di tagli agli aiuti da parte dei paesi ad alto reddito, compresi quelli europei, hanno semplicemente aumentato il divario già esistente di quasi 25 miliardi di dollari Usa tra i fondi necessari per gli appelli delle Nazioni Unite e i fondi ricevuti. Le persone in urgente bisogno di aiuti umanitari, stimate in quasi 300 milioni, molte in zone di conflitto, sono state quelle colpite più duramente dallo scoperto, secondo un’analisi pubblicata a maggio 2025 dall’International Rescue Committee; quasi metà della popolazione di Haiti, Sud Sudan, Sudan e Yemen affrontava livelli di fame grave, con molti altri cittadini in condizioni di malnutrizione.
Tutto questo in un contesto di mancanza di progressi sufficienti per la realizzazione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile, con meno di cinque anni rimasti per raggiungere gli obiettivi del 2030. Secondo un rapporto pubblicato a luglio 2025 dal segretario generale delle Nazioni Unite, poco più di un terzo (35 per cento) degli obiettivi era alla portata o stava avanzando moderatamente, con quasi la metà (48 per cento) in fase di stagnazione. Soltanto il 31 per cento stava ottenendo guadagni marginali e il 17 per cento non mostrava alcun progresso. Ancora più preoccupante era il fatto che il 18 per cento degli obiettivi erano regrediti, scendendo al di sotto dei livelli di partenza del 2015.
Le negoziazioni in corso per una convenzione fiscale delle Nazioni Unite vincolante offrono agli stati l’opportunità di correggere le disuguaglianze del sistema fiscale globale concordando princìpi che prevengano gli abusi fiscali, gli inquinatori fiscali e che forniscano entrate adeguate a coprire il finanziamento di tutti i diritti umani. Nel 2025 sono stati compiuti progressi significativi per concordare i termini di riferimento, che comprendono la necessità che il trattato finale sia allineato con gli esistenti obblighi degli stati in materia di diritti umani. Così come è considerata altrettanto urgente la necessità di un processo e di un meccanismo strutturato per la gestione del debito. I governi dovrebbero impegnare almeno lo 0,7 del pil per gli aiuti internazionali senza discriminazioni, se sono in condizioni di poterlo fare; affrontare la crisi del debito attraverso un tempestivo sollievo dal debito per tutti i paesi in una situazione o a rischio di difficoltà debitorie; e sostenere la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sulla cooperazione fiscale internazionale.
Gli attori aziendali stanno continuando ad alimentare e a trarre profitto dalle crisi mondiali. Queste comprendono i conflitti in corso a Gaza, in Sudan e Myanmar, la crisi climatica globale e la distruzione di habitat critici, così come innumerevoli casi in cui le aziende violano i diritti di lavoratori e lavoratrici e delle persone colpite dalle loro attività. Gli stati stanno fallendo nel proteggere le vittime di violazioni dei diritti umani da parte delle aziende, con gli Usa che hanno addirittura annullato le regolamentazioni precedenti e smantellato agenzie d’importanza cruciale.
Gli Usa hanno spinto per l’espansione dell’industria dei combustibili fossili, mentre l’ostilità verso il multilateralismo, la retorica bellicosa da parte dei principali leader mondiali e la competizione economica con la Cina hanno alimentato una corsa per assicurarsi con ogni mezzo minerali tanto importanti per la transizione verso le energie rinnovabili e per vari usi militari. Questa corsa sta espandendo l’estrazione su larga scala di risorse naturali, con le aziende che ignorano i diritti umani per massimizzare i loro profitti. I costi che ne conseguono, come ad esempio sgomberi forzati, violazioni dei diritti di chi lavora e inquinamento delle acque, del suolo e dell’aria che danneggia la salute e l’agricoltura, sono davvero elevati.
L’introduzione da parte dell’Ue della direttiva relativa alla diligenza dovuta delle imprese ai fini della sostenibilità, un regolamento di portata storica che impone alle grandi imprese di rispettare nuove regole sui diritti umani, sugli impatti ambientali e sul clima, offre motivo di speranza; le aziende in molti altri paesi del globo dovranno a loro volta rispettare tali regole per commerciare con l’Ue. Il regolamento ha goduto di sostegno popolare; un sondaggio commissionato nel 2025 da Amnesty International e Global Witness ha rilevato che circa tre quarti delle oltre 10.000 persone intervistate in 10 paesi europei appoggiavano la direttiva13.
Questa ha inoltre ispirato altri stati, tra cui Indonesia, Corea del Sud e Thailandia, a prendere in considerazione l’introduzione di regole analoghe. Tuttavia, dopo un esercizio di lobby da parte delle grandi aziende multinazionali e altri stati, tra cui gli Usa, a novembre 2025 il parlamento europeo ha votato per limitare drasticamente il suo campo d’azione14.
Inoltre, la proliferazione di cause legali strategiche contro la partecipazione pubblica (Strategic Lawsuit Against Public Participation– Slapp) ha avuto un effetto paralizzante sugli sforzi della società civile di combattere il degrado ambientale e altre azioni illecite da parte di potenti aziende. Una di queste cause ha portato un tribunale statunitense a ordinare a Greenpeace di pagare 660 milioni di dollari Usa al colosso petrolifero Energy Transfer, una sentenza che rappresentava una minaccia esistenziale per l’Ong internazionale. Il tribunale ha accolto le rivendicazioni presentate dalla compagnia contro Greenpeace per essersi opposta all’Oleodotto Dakota Access, che trasporta petrolio greggio dal Nord Dakota all’Illinois e ha ritenuto Greenpeace per seguibile per diffamazione, violazione di domicilio e disturbo, tra le varie accuse. La compagnia ha anche cercato di impedire a Greenpeace di presentare ricorso nei Paesi Bassi, dove sia la legislazione interna che il quadro normativo dell’Ue forniscono una solida protezione contro l’utilizzo delle Slapp da parte di entità societarie15.
I governi dovrebbero introdurre regole severe per impedire alle compagnie di violare i diritti umani e chiedere conto a coloro che lo fanno, garantendo anche un rimedio efficace alle vittime.
I governi hanno utilizzato la tecnologia per mettere in pratica e rafforzare le loro pratiche autoritarie. Nuove indagini condotte nel 2025 hanno rivelato l’ampiezza degli strumenti di sorveglianza e censura. Amnesty International ha scoperto che una versione commerciale del Grande Firewall cinese, il sistema di censura e filtraggio di Internet utilizzato dal governo cinese per controllare a quali informazioni online possono accedere gli utenti cinesi, era stata venduta al governo pakistano, e l’impiego da parte del governo degli Usa di strumenti di sorveglianza contro studenti e migranti che manifestavano. Le autorità di alcuni paesi, tra cui Afghanistan, Pakistan, Tanzania e Sud Sudan, hanno imposto restrizioni d’accesso a Internet per limitare il diritto alla libertà d’espressione, soprattutto nel contesto delle proteste. In Kenya, le autorità hanno sistematicamente utilizzato tattiche repressive facilitate dalla tecnologia, come intimidazioni, minacce, incitamento all’odio e sorveglianza illegale attraverso il web, nel quadro di una coordinata e prolungata campagna volta a reprimere le proteste guidate dai giovani.
Gli attori aziendali hanno facilitato queste pratiche. In questo contesto hanno continuato a emergere evidenze di attacchi lanciati attraverso l’utilizzo di spyware invasivo fornito da aziende come Intellexa, Nso e Paragon, che hanno dimostrato il continuo pericolo rappresentato da un mercato di sofisticati spyware non regolamentato.
I governi dovrebbero imporre un divieto immediato all’utilizzo o al trasferimento di spyware altamente invasivi e stabilire una moratoria sull’impiego o il trasferimento di tutti gli spyware fino a quando non ci sarà un sistema di tutele che sia in grado fornire una concreta protezione contro le violazioni dei diritti umani.
L’esplosione degli strumenti dell’Ai generativa, facilmente accessibili al pubblico, è proseguita a un ritmo frenetico, con il 2025 che ha visto il lancio di numerosi nuovi modelli da parte delle aziende big tech, come Google, Meta e Microsoft, e dei principali attori di Ai come Anthropic e OpenAi. La creazione e la gestione della vasta infrastruttura fisica necessaria per raggiungere gli obiettivi industriali e d’investimento sull’Ai, inclusa la costruzione di data center, ha portato a un crescente sfruttamento delle risorse naturali, come minerali per la produzione di hardware e acqua per il raffreddamento, e dell’energia, con effetti rilevanti sui diritti umani come, ad esempio, il degrado ambientale riscontrato attorno ai data center e l’erosione dei diritti di lavoratori e lavoratrici. In risposta, l’attivismo locale per contrastare la frenetica costruzione di data center ha trovato nuovo slancio in paesi come Brasile, Irlanda, Messico e Usa. Allo stesso modo, persone che lavorano nel settore tecnologico, dalle sedi aziendali della Silicon Valley negli Usa ai centri per la moderazione esternalizzata dei contenuti, l’etichettatura dei dati e altro lavoro di supporto in Africa e in altre parti, si sono sempre più spesso organizzate per promuovere campagne a favore di condizioni di lavoro più sicure.
La regolamentazione dell’Ai rimane inadeguata. I nuovi strumenti di governance pubblicati nel 2025, come le linee guida sulla governance dell’Ai dell’India, erano non-vincolanti o molto generiche. L’Ue ha voluto semplificare il suo regolamento in materia di responsabilità aziendale e tecnologia. Ciò è stato presentato come parte di un più ampio intervento per ridurre “la burocrazia” e aumentare “la competitività”. Tuttavia, tali mosse miravano a indebolire le tutele legislative esistenti, come la legge europea sull’Ai (Eu Ai Act), designata per garantire che i sistemi di Ai utilizzati all’interno dell’Ue siano sicuri, trasparenti, non discriminatori e rispettino i diritti fondamentali, e potrebbero avere conseguenze per molte altre tutele normative dell’Ue.
I governi hanno continuato a investire in progetti di digitalizzazione pubblica. Nel 2025, il Regno Unito ha annunciato un nuovo sistema di identità digitale, mentre l’Ue stava sviluppando l’European Digital Identity Wallet, la nuova identità digitale europea. Queste iniziative seguivano una tendenza pluriennale che ha visto la progressiva introduzione da parte dei governi di sistemi di identità digitale importanti, come Aadhaar, un sistema di identificazione biometrica gestito dall’India. Questi sistemi hanno accompagnato o gettato le basi per l’utilizzo dell’Ai nel settore della protezione sociale, che tuttavia ha generato disuguaglianze. L’integrazione dei sistemi di Ai in contesti di sicurezza pubblica, gestione della migrazione e militari ha comportato un aggravamento delle violazioni dei diritti umani, in particolare per le comunità razzializzate.
I governi dovrebbero emanare regolamenti vincolanti, applicabili e basati sui diritti umani che governino i sistemi di Ai, compreso un divieto sull’utilizzo e lo sviluppo di sistemi di Ai che sono incompatibili con le norme internazionali sui diritti umani.
La consapevolezza pubblica riguardo all’intersezione tra i danni dei social media e altre problematiche sociali è in costante crescita, questo grazie anche a contributi come quello di Amnesty International che ha analizzato il funzionamento dell’algoritmo che suggerisce i contenuti della piattaforma social X, prendendo l’esempio dei disordini razziali registrati nel Regno Unito nel 2024 dopo l’attacco di Southport, in Inghilterra, in cui sono morte tre bambine piccole16.
False narrazioni secondo cui l’autore dell’attacco sarebbe stato un immigrato o richiedente asilo musulmano hanno ottenuto un’impennata di visualizzazioni. Con X diventato a quel punto crocevia di retorica razzista e xenofoba, nelle strade è scoppiata la violenza, con
folle inferocite che hanno preso di mira moschee, strutture di accoglienza per rifugiati e comunità asiatiche, nere e musulmane. Nel frattempo, X e Meta, che gestisce Facebook e Instagram, hanno significativamente ridotto il personale dei “trust and safety”, proprio quello che ha la responsabilità di mantenere le piattaforme sicure, affidabili e libere da comportamenti dannosi; hanno inoltre eliminato i programmi di verifica dei fatti.
Molti stati hanno preso in considerazione misure per proteggere al meglio i minori online. Nel 2025 l’Australia ha emanato una nuova legge per vietare l’utilizzo dei social media ai minori di 16 anni, mentre la Malesia ha annunciato di avere in esame un divieto generale simile. Sebbene queste misure dimostrino una volontà di affrontare i problemi generati da piattaforme dannose, esse limitano anche il diritto delle persone più giovani a esprimersi e ad accedere all’informazione online; allo stesso tempo non riescono a risolvere il vero problema alla radice, ovvero che le piattaforme social espongono tutti gli utenti a danni potenziali, essendo architettate per cercare incessantemente un coinvolgimento dell’utente e per sfruttare i dati personali di ciascuno. Amnesty International ha evidenziato nel 2025 quanto sia facile per persone minori e giovani che esprimono un interesse per la salute mentale essere trascinate dentro le cosiddette “tane del coniglio”, addentrandosi nei pericolosi percorsi labirintici di contenuti depressivi e suicidari che circolano su TikTok17.
Sempre più organizzazioni e attivisti hanno sfidato le grandi aziende che gestiscono le piattaforme social. In una causa intentata contro Meta in Kenya, che solleva significativi interrogativi legali riguardanti le pratiche algoritmiche di Facebook, nel 2025 è stata registrata una
significativa vittoria preliminare. L’Alta corte del Kenya ha stabilito di avere giurisdizione per determinare eventuali violazioni dei diritti costituzionali, a dispetto di un ricorso presentato da Meta. La causa era stata intentata da due cittadini etiopi e dal Kenyan Katiba Institute, che sostenevano che gli algoritmi di Facebook avevano amplificato pericolosi contenuti online durante il conflitto armato in Etiopia nel 2020-2022, ed è stata sostenuta da Amnesty International18.
La sentenza rappresenta un importante passo avanti per garantire che le comunità marginalizzate possano accedere alla giustizia indipendentemente dalla loro localizzazione geografica e contesta la nozione prevalente secondo cui i paesi al di fuori degli Usa e dell’Europa esistano semplicemente come mercati per trarre profitto. Le aziende di social media dovrebbero rivedere le loro strategie commerciali per prevenire danni ai diritti umani e affrontare tali conseguenze negative quando queste si verificano. Gli stati dovrebbero sviluppare regolamenti più severi per proteggere tutti gli utenti e applicare rigorosamente le normative esistenti.
Note:
1 Pull the plug on the political economy enabling Israel’s crimes, 18 settembre.
2 International Law Commission: Adoption of expanded article on exceptions to “functional immunity” broadly welcome, but fur
ther improvements require continued attention, 23 maggio.
3 Tool of fear: Executions on the rise as death penalty used to show heavy hand of the state, 10 ottobre.
4 I Still Can’t Sleep at Night: The Global Abuse of Electric Shock Equipment, 6 marzo.
5 EU: Welcome changes to the EU’s Anti-Torture Regulation should inspire more ambitious global efforts against torture,
5 agosto.
6 Closing the Door? How Visa Policies in Europe’s Schengen Area Fail Human Rights Defenders, 30 ottobre.
7 Why systemic racism has a lot to do with migration and asylum systems, 18 dicembre.
8 Advocacy Briefing for Defending the Rights of Refugees, Asylum Seekers, and Migrants in The Digital Age, 12 settembre.
9 Extraction Extinction: Why the Lifecycle of Fossil Fuels Threatens Life, Nature and Human Rights, 12 novembre.
10 COP30: Rights trampled, yet people power demonstrates that humanity will win, 22 novembre.
11 Plenty to go around: Mobilizing finance for climate justice, 16 gennaio.
12 USA: Lives at Risk: Chaotic and Abrupt Cuts to Foreign Aid Put Millions of Lives at Risk, 29 maggio.
13 EU: New research suggests majority of Europeans favour human rights and environmental protection in face of EU rollback, 2 ottobre.
14 Disastrous Omnibus proposal erodes EU’s corporate accountability commitments and slashes human rights and environmental
protections, 10 marzo.
15 USA: Chilling verdict against Greenpeace sets damaging precedent for protection and promotion of human rights and climate
justice, 20 marzo.
16 UK: Technical Explainer on X’s Recommender System and the 2024 Racist Riots, 6 agosto.
17 France: Dragged into the Rabbit Hole: New Evidence of TikTok’s Risks to Children’s Mental Health, 20 ottobre.
18 Kenya: Meta can be sued in Kenya for role in Ethiopia conflict, 3 aprile.